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Archivio per gennaio 2007

La politica sbarca su Second Life

Qualche giorno fa ho conosciuto Adrienne Brody, il delizioso avatar di una ragazza parigina. Capelli neri corti, occhi azzurri, piena di tatuaggi; a Second Life vive in una comunità francese e si occupa di politica. Lavora – mi ha spiegato – per Ségolène Royale, la prima donna candidata all’Eliseo.
Da qualche tempo, Adrienne ha parecchio da fare: la Royale, infatti, ha appena aperto il suo comitato elettorale su Second Life, chiamato Comitè 748. Un ampio spazio dall’architettura futuristica, dove supporter reali e virtuali si possono incontrare e discutere: si parla a ruota libera, non solo dei temi caldi delle prossime presidenziali francesi, ma anche più in generale di politica, cultura, attualità. C’è anche un auditorium per ospitare meeting e conferenze, vari schermi interattivi da cui ricavare informazioni sul programma della candidata franco-senegalese, e ovviamente, numerosi manifesti elettorali appesi alle pareti semitrasparenti dell’edificio. Cliccando in un angolo su un pulsante rosso si apre una finestra e compare lei, Ségolène, che recita un messaggio di benvenuto e augura a tutti i partecipanti di dar vita ad un dibattito costruttivo e rispettoso delle reciproche opinioni. “Non come i supporter di Le Pen”, mi spiega Adrienne. Già, perché a pochi istanti di teletrasporto dal quartier generale di Ségolène, anche l’estrema destra francese ha la sua rappresentanza virtuale, e lì i toni delle discussioni sono sempre piuttosto caldi. Una cosa, comunque, è certa: dopo i primi esperimenti americani, anche in Europa la politica si sta accorgendo di Second Life.

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Vita virtuale, musica vera

21 gennaio 2007 1 commento

Piazza Navona è circondata di palazzi antichi, con negozi e botteghe: vi si incontrano turisti, perlopiù, ma vi sono anche parecchi italiani. Proprio come nella piazza vera, insomma, solo che quella di Second Life non è a due passi da Campo De’ Fiori, ma nel quartiere dei Parioli. E’ un po’ il centro della vita italiana nel mondo virtuale di uno dei giochi online più famosi del mondo. Accanto al manifesto di una mostra d’arte e alla pubblicità dell’Università di Tor Vergata, un cartellone pubblicizza ancora il concerto del cantautore toscano Luca Nesti, che si è svolto nello scorso dicembre ed è stato seguito da oltre duemila spettatori. Un piccolo record, e anche un evento importante per la musica italiana, visto che Nesti è stato il primo musicista del nostro Paese a portare le sue canzoni su Second Life. Le interpretava Luca Neher, il suo avatar, mentre nel mondo reale il vero Nesti suonava la chitarra e cantava in uno studio romano; la musica è stata trasmessa in diretta da Radio Deejay, sul canale 863 di Sky ed è ancora disponibile il video del concerto su www.secondlifeblog.it.
Ha cominciato Suzanne Vega, quest’estate, con un live di due soli brani, preceduti da una breve intervista: quello con la musicista americana era parte di una serie di incontri con personaggi come lo scrittore Kurt Vonnegut, il teorico delle comunità virtuali Howard Rheingold, il designer John Maeda del Mit, tutti presenti su Second Life con i rispettivi avatar. I Duran Duran da tempo hanno promesso un concerto virtuale, e ci sono anche mille cloni di band realmente esistenti, come gli U2, che si esibiscono spesso in concerto. Perché Second Life sarà anche fatta di pixel e bit, ma la musica è vera. (b.ruf.)

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Il mio amico Damon

Damon Albarn esce dalla stanza e mi riconosce. Sorrisi, strette di mano, “How are you?” “Fine, but what happened to your teeth?”, gli chiedo. Ha un dente spezzato, che non aveva l’ultima volta. “I just woke up one morning and it wasn’t there”.
Dieci minuti dopo è al tavolo di un hotel extrafantalusso, che scarabocchia nervoso su un bloc notes. Volti, oggetti, parole si affollano sulla pagina, sotto la scritta blu che riproduce la testata della “Stampa”, ricordo di un incontro avvenuto l’anno scorso a Manchester.
“Ci ho scritto anche i testi dell’ultimo disco”, racconta. E’ uscito ieri, e negli scaffali dei negozi non è né alla “G” di Gorillaz, né alla “B” di Blur. Il terzo progetto di Albarn si chiama infatti “The Good, The Bad and The Queen”, come l’album, e contiene dodici canzoni sghembe e oscure, con inquietanti sirene in sottofondo, richiami agli anni Sessanta, elettronica a bassa fedeltà, qualche accenno di reggae. E soprattutto, mette insieme un supergruppo: Paul Simonon, già bassista con i Clash, Tony Allen, batterista di Fela Kuti, più Simon Tong, chitarrista dei Verve. Fondamentale, poi, l’apporto alla produzione di Danger Mouse, ossia metà dei Gnarls Barkley, che ricopriva lo stesso ruolo anche in “Demon Days” dei Gorillaz.
Stavolta, però, è difficile immaginare vendite milionarie come quelle della band di cartoon, o follie collettive come quelle anche accompagnavano i concerti dei Blur dieci anni fa, quando erano al massimo della popolarità. Anzi: “Se fossimo stati degli esordienti, nessuna casa discografica ci avrebbe permesso di incidere un disco come questo”, spiega Albarn. “Troppo controllo, troppa pianificazione commerciale. Così può nascere solo pessima musica”. E Simonon gli fa eco: “Certo, essere già famosi aiuta, ma è anche un obbligo morale, nel senso che dobbiamo dare il buon esempio: non possiamo ripeterci, ma dobbiamo sempre trovare idee nuove”.
Due singoli, “Herculean” e ora “Kingdom Of Doom”, melanconici e bizzarri, che raccontano di una Londra dove si odono i canti dei muezzin e la gente “beve tutto il giorno perché il Paese è in guerra”. “Il disco – precisa Albarn – tenta di cogliere l’atmosfera del momento e usa Londra e l’Inghilterra come paradigma, ma ovviamente guarda più lontano. Certo, da noi la situazione è grave: ci troviamo coinvolti in una squallida imitazione della politica estera americana, e per questo siamo stati trascinati in un conflitto senza fine. Nessuno lo ha voluto, ma tutti ora cercano di dimenticarlo. Così, se l’album tocca temi molto tristi, la musica invece è stimolante. Ecco, se c’è una via d’uscita per noi è nelle canzoni”. Qui le differenze tra le culture vengono apprezzate e fuse insieme, come accade in “The Good, The Bad and The Queen”: “Nell’album ci sono forti richiami all’Africa, ma nessuno direbbe che è un disco africano. Più musica ascolto, più capisco che devo mettere insieme influenze diverse, praticare una specie di diplomazia culturale, che oggi mi pare la sola via di creare canzoni, ma anche cultura in genere”.
E allora, se il nome della band cita Ennio Morricone (“Uno dei più grandi compositori di melodie del Novecento, se non il più grande in assoluto”, per Albarn), ecco che dal vivo i quattro ripescano “London Calling” dei Clash, ospitano sul palco un rapper arabo, arricchiscono le canzoni con sontuose orchestrazioni per archi. Saranno forse anche in Italia, in estate: per le prime uscite in patria, però, hanno scelto pub e piccoli locali di periferia. Come i Blur all’inizio. Ma torneranno? “No, al momento non sono previsti nuovi dischi dei Blur”, risponde Albarn continuando a disegnare, seduto ad un tavolo nella lussuosa suite di un albergo milanese. E i Gorillaz sono ancora vivi? “Sto pensando ad un film di novanta minuti con la vera storia dei personaggi in cartoon; uscirà nei cinema, ma non so ancora quando. E’ un’operazione molto costosa, e in parte sarò io stesso a finanziarla. D’altra parte, con quello che guadagna, un artista dovrebbe solo creare altra arte, non sfoggiare Ferrari e abiti costosi. Perché l’arte non va definita in base al denaro che produce, ma per le idee che esprime”.

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Dell’ammirazione

20 gennaio 2007 1 commento

Per qualcuno, che almeno sa guardare quello che vede.

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Capa

Michele Salvemini, in arte Caparezza.

Due date nel 2006, all’Hiroshima Mon Amour e al Traffic Festival, e ora di nuovo in piazza Vittorio Veneto. Cosa ti lega a Torino?
“Molte cose: gli ultimi due dischi li ho concepiti nella mia Molfetta ma realizzati a Torino, e poi qui ho molti amici. Diego Perrone, che canta con i Medusa, è stabilmente nel mio gruppo; di recente ho collaborato anche con Dade, il bassista dei linea 77. E c’è l’Associazione Terra del Fuoco, che organizza regolarmente il Treno della Memoria, un momento di riflessione sull’Olocausto. L’anno scorso sono andato con loro ad Auschwitz”.
E come rispondi a chi invece sospettava un legame calcistico, visto che uno dei brani di “Habemus Capa” s’intitola “Dalla parte del Toro”?
“Devo dire che me del calcio ne fotto allegramente, sono uno dei pochi italiani che non hanno mai cantato “popopopopò” per strada. Ma se qualcuno vuole usare una mia canzone come slogan per una squadra o per l’altra, faccia pure. Comunque, tra Toro e Juve, nella mia pochezza calcistica, non posso che confermare: sto dalla parte del Toro”
Come cambia lo spettacolo dal vivo?
“Questo è il terzo spettacolo diverso che metto in piedi, e devo dire che la mia idea di unire teatro politica, musica e cabaret stavolta è riuscita davvero al meglio”
Fai ancora “Fuori dal tunnel”?
“Certo, tutti la chiedono, e poi rimane uno dei miei pezzi più riusciti”.
Hai lanciato da poco una sua etichetta, la Sanny Cola. Qual è il progetto?
“Vorrei dare visibilità ad artisti validi ma sconosciuti: si sta tornando alle belle facce e alle canzoni educate, ma non c’è spazio per chi ha personalità. Sono un frequentatore assiduo di internet, e so che ci sono molti ragazzi pieni di talento, che sono spesso imbarazzantemente giovani. Su un sito come Myspace è possibile toccare con mano il fermento delle novità in campo musicale, ma pare che le case discografiche lo ignorino completamente”.
Eppure in Inghilterra gli Artic Monkeys sono diventati famosi grazie ad internet…
“Appunto. In Italia, però, la situazione è diversa”.
E comunque nel 2006 sono esplosi Fabri Fibra e Mondo Marcio.
“Non certo grazie ad internet, sono solo usciti dall’underground. Mondo è mio amico, mi colpisce molto il fatto che abbia tali capacità compositive ad appena vent’anni, Fabri Fibra ha invece avuto tempo per maturare, il successo che ha ottenuto lo ha meritato. Poi ci sono i napoletani Co’ sang’, la sorpresa più piacevole del 2006: un album che mi ha emozionato, perchè racconta temi abusati, ma miracolosamente senza retorica, con grande forza poetica”.
Caparezza però ha scelto un’altra strada, quella dell’ironia…
“Non sarei stato credibile altrimenti, mi piace molto provocare”.
E avresti mai immaginato di vedere al Tg1 un servizio su un tuo video?
“No, ma sono contento perché è stato per me uno sforzo colossale produrre “Habemus Capa”. Ho un’idea un po’ antica dell’album: col vinile e con la lira il disco non durava i due mesi canonici imposti dal marketing. Cos’, quando la mia casa discografica mi ha detto che l’investimento sul prodotto era finito, ho prodotto a mie spese il video di “Auditel family”, grazie anche alla complicità di un maestro dell’animazione come Marco Pavoni, che ha lavorato con Disney”
Chi ci guadagna?
“È una mossa che va tutta a vantaggio della casa discografica, io ci guadagno solo in termini di soddisfazione, ma questo è un album cui voglio troppo bene”.
Il tour terminerà a marzo, dopo quasi cento concerti. E poi?
“Poi vedrò. Per scrivere nuove canzoni ho bisogno di eclissarmi dal mondo, stare a casa, pagare le bollette, fare la vita di tutti i giorni, non ha senso scrivere di hotel e di palcoscenici”.

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