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Qualcosa da difendere

Da qualche parte nel mondo reale o in quello virtuale, c’è qualcuno che conosce una nostra debolezza nascosta, che non dimentica una frase poco avveduta, un comportamento poco edificante:relitti di un passato magari lontano, che inevitabilmente vengono a galla nei momenti meno opportuni.
Quando si cerca un lavoro, ad esempio. Negli Usa le statistiche dicono che in un caso su quattro oltre al curriculum del candidato viene valutata anche la sua reputazione sul web. Si digita il nome su Google, si controllano i siti in cui è citato, si indaga tra i social network, da Classmatess a Friendster, da Facebook fino ai popolarissimi Flikr e MySpace. Se Google è più utile per raccogliere informazioni relative all’attività professionale, c’è da aspettarsi invece che la vita relazionale e le inclinazioni caratteriali del candidato siano più o meno ricostruibili dagli altri siti. Dove non è nemmeno indispensabile che esista una pagina a suo nome: alle volte può risultare illuminante un commento di qualcuno che lo ha conosciuto, o una foto che lo ritrae in compagnia di amici.
Così, partendo dal presupposto che un posto di lavoro non può essere messo in forse da una bevuta di gioventù o da un fidanzato vendicativo, c’è chi ha pensato ad una curiosa forma di business: ricostruire la reputazione dei propri clienti, almeno sul web. La compagnia si chiama Reputation Defender, come il sito web che la rappresenta, e offre i propri servizi a cifre tutto sommato ragionevoli: con un abbonamento mensile variabile tra i 10 e i 16 dollari, fornisce un report aggiornato su tutte le pagine dove compare il nome dell’interessato. Se ci si imbatte un commento o una fotografia che non si vuole rimangano di pubblico dominio, altri 30 dollari e parte la procedura prevista dal servizio MyReputation. La ditta di Michael Fertik si occupa di tutto: identifica il titolare del sito o l’autore e spedisce una lettera in cui si chiede formalmente di cancellare il materiale incriminato, minacciando di adire alle vie legali. Nella maggior parte dei casi lo spauracchio funziona, anche se pare che la minacciosa missiva non sia altro che un testo standard, adatto a tutte le occasioni. Non è sempre possibile rimuovere sentenze passate in giudicato e pubblicate su siti web istituzionali, ma Reputation Defender si impegna a restituire il denaro versato nel caso non riuscisse nel suo intento.
C’è poi MyChild, pensato per proteggere in particolare ragazzi e adolescenti: non tanto dagli altri, ma da se stessi. Dai siti di videogiochi, blog, social network, dove è possibile scoprire tracce del loro passaggio che potrebbero essere valutate negativamente, ad esempio, al momento di iscriversi ad una prestigiosa scuola privata. Anche qui la procedura è la stessa: richiesta di rimozione e minaccia di citazione in tribunale. I prezzi sono allineati a quelli di MyReputation.
L’offerta di Reputation Defender si completa con un terzo servizio, che sarà lanciato a breve: MyPrivacy dovrebbe consentire di rimuovere i propri dati sensibili ovunque compaiano, così da rendere difficile se non impossibile risalire all’indirizzo, alla mail e al numero di telefono degli iscritti. In questo modo forse la reputazione su internet sarà salva, ma chi ci proteggerà poi dai vicini di casa?

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