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La principessa impossibile

Se Madonna è la regina del pop da vent’anni sul trono, Kylie Minogue è la sua principessa ideale. Una principessa impossibile, come recita il titolo di una canzone della minidiva australiana, che martedì scorso si è esibita a Londra. Biglietti esauriti in meno di un’ora, una data speciale aggiunta la notte di San Silvestro, per festeggiare con i suoi fan la fine del 2006 e l’inizio del nuovo anno. E soprattutto, il suo ritorno, dopo l’improvviso ritiro dalle scene due anni fa e le apparizioni a Glastonbury e ad altri festival cancellate per il tumore al seno che l’aveva colpita.
Lo show è la prosecuzione ideale del tour precedente, con qualche cambiamento nei costumi (disegnati da John Galliano) e alcuni ritocchi nei tempi. Diviso in otto parti, con altrettanti cambi di abito, ripercorre tutte le incarnazione della sua carriera artistica: dal pop plastificato degli esordi (“I Should Be so Lucky” e “Shocked”), fino alla recente collaborazione con gli Scissor Sisters (la straordinaria “I Believe in You” e “White Diamond”, che anticipa il prossimo disco di inediti previsto entro l’anno).
Per due ore e mezza il pubblico londinese canta, balla, si commuove. Sono tutti qui per lei, più che per le sue canzoni, e lo dimostra il lunghissimo applauso che la accoglie, appena si presenta sul palco con un’acconciatura di piume che a stento le permette di muoversi. Nulla è abbastanza scintillante per Kylie: lustrini, stoffe dorate, una parrucca d’argento, un top iridescente: perfino il microfono è tempestato di brillanti. Un abbigliamento così ricco che il Victoria and Albert Museum ha deciso di raccoglierlo in una mostra con oltre seicento tra costumi e accessori di scena: aprirà a Londra il prossimo 8 febbraio.
L’impatto atletico è necessariamente ridotto, anche per non affaticare la cantante (si spiega così il lungo intervallo tra i due tempi, quasi mezz’ora), tuttavia quanto va perduto in spettacolarità è guadagnato in sensualità. Che è il filo conduttore della serata, e s’incarna nei corpi seminudi di un gruppo di ballerini nello spogliatoio di un’immaginaria palestra (“Red Blooded Woman”), come negli accoppiamenti acrobatici etero e omo di “Burning Up”, dove trova spazio anche una citazione da “Vogue” di Madonna. Ma lo show alla Wembley Arena è tutto divertimento, non ci sono messaggi da comprendere o croci da mettere in scena: la sua personale tragedia, la trentottenne Minogue l’ha vissuta e vinta, e ora, come recita il giubbotto che indossa nei bis, “Kylie’s back”, Kylie è tornata.
Troppo facile fermarsi qui, puntare tutto sull’affetto dei tanti fan che hanno affollato i suoi sette concerti londinesi e cantato “Especially for you” in dodicimila come in un gigantesco karaoke: lo spettacolo (costato, pare, intorno ai cinque milioni di sterline), invece è perfetto, senza una sbavatura, e consente a Kylie perfino di mostrare che non è solo una deliziosa icona pop, ma che ha anche una voce e sa come usarla. Accade all’inizio del secondo tempo, quando si presenta sospesa nel vuoto su una mezzaluna d’argento fasciata in un abito rosso tutto paillettes per cantare “Somewhere Over The Rainbow”, dalla colonna sonora del “Mago di Oz”. Diventa un classico pure “The Loco-Motion”, anno 1987, riarrangiata in chiave jazz e ispirata ai musical di Broadway.
“Confide in Me” è uno dei momenti forti dello show: arricchita da percussioni orientaleggianti, è supportata da una coreografia in cui Kylie è un manichino mosso da fili invisibili.
Segue un duetto con la sorella Dannii Minogue in “Kids”, originariamente cantata in coppia con Robbie Williams. I dodicimila spettatori della Wembley Arena sono in delirio, anche se quelli di Sidney, due mesi fa, erano stati più fortunati: sul palco era salito Bono degli U2, per una performance inclusa nel disco live di Kylie, in uscita domani. S’intitola “Showgirl Homecoming”, come il tour in corso, e contiene 25 brani, tra cui ovviamente c’è il contagioso “lallalà-lallallallalla” che nel 2001 portò “Can’t get You Out Of My Head” in cima alle Top Ten di quaranta Paesi, per un totale di sei milioni di copie vendute in tutto il mondo. A Londra suona come un omaggio ai Kraftwerk, un mirabile esempio di pop robotico, ma con un’anima incredibilmente sexy. Perfino quando Kylie fa salire sul palco un bambino del pubblico e la canta insieme a lui.

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