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Il mio amico Damon

Damon Albarn esce dalla stanza e mi riconosce. Sorrisi, strette di mano, “How are you?” “Fine, but what happened to your teeth?”, gli chiedo. Ha un dente spezzato, che non aveva l’ultima volta. “I just woke up one morning and it wasn’t there”.
Dieci minuti dopo è al tavolo di un hotel extrafantalusso, che scarabocchia nervoso su un bloc notes. Volti, oggetti, parole si affollano sulla pagina, sotto la scritta blu che riproduce la testata della “Stampa”, ricordo di un incontro avvenuto l’anno scorso a Manchester.
“Ci ho scritto anche i testi dell’ultimo disco”, racconta. E’ uscito ieri, e negli scaffali dei negozi non è né alla “G” di Gorillaz, né alla “B” di Blur. Il terzo progetto di Albarn si chiama infatti “The Good, The Bad and The Queen”, come l’album, e contiene dodici canzoni sghembe e oscure, con inquietanti sirene in sottofondo, richiami agli anni Sessanta, elettronica a bassa fedeltà, qualche accenno di reggae. E soprattutto, mette insieme un supergruppo: Paul Simonon, già bassista con i Clash, Tony Allen, batterista di Fela Kuti, più Simon Tong, chitarrista dei Verve. Fondamentale, poi, l’apporto alla produzione di Danger Mouse, ossia metà dei Gnarls Barkley, che ricopriva lo stesso ruolo anche in “Demon Days” dei Gorillaz.
Stavolta, però, è difficile immaginare vendite milionarie come quelle della band di cartoon, o follie collettive come quelle anche accompagnavano i concerti dei Blur dieci anni fa, quando erano al massimo della popolarità. Anzi: “Se fossimo stati degli esordienti, nessuna casa discografica ci avrebbe permesso di incidere un disco come questo”, spiega Albarn. “Troppo controllo, troppa pianificazione commerciale. Così può nascere solo pessima musica”. E Simonon gli fa eco: “Certo, essere già famosi aiuta, ma è anche un obbligo morale, nel senso che dobbiamo dare il buon esempio: non possiamo ripeterci, ma dobbiamo sempre trovare idee nuove”.
Due singoli, “Herculean” e ora “Kingdom Of Doom”, melanconici e bizzarri, che raccontano di una Londra dove si odono i canti dei muezzin e la gente “beve tutto il giorno perché il Paese è in guerra”. “Il disco – precisa Albarn – tenta di cogliere l’atmosfera del momento e usa Londra e l’Inghilterra come paradigma, ma ovviamente guarda più lontano. Certo, da noi la situazione è grave: ci troviamo coinvolti in una squallida imitazione della politica estera americana, e per questo siamo stati trascinati in un conflitto senza fine. Nessuno lo ha voluto, ma tutti ora cercano di dimenticarlo. Così, se l’album tocca temi molto tristi, la musica invece è stimolante. Ecco, se c’è una via d’uscita per noi è nelle canzoni”. Qui le differenze tra le culture vengono apprezzate e fuse insieme, come accade in “The Good, The Bad and The Queen”: “Nell’album ci sono forti richiami all’Africa, ma nessuno direbbe che è un disco africano. Più musica ascolto, più capisco che devo mettere insieme influenze diverse, praticare una specie di diplomazia culturale, che oggi mi pare la sola via di creare canzoni, ma anche cultura in genere”.
E allora, se il nome della band cita Ennio Morricone (“Uno dei più grandi compositori di melodie del Novecento, se non il più grande in assoluto”, per Albarn), ecco che dal vivo i quattro ripescano “London Calling” dei Clash, ospitano sul palco un rapper arabo, arricchiscono le canzoni con sontuose orchestrazioni per archi. Saranno forse anche in Italia, in estate: per le prime uscite in patria, però, hanno scelto pub e piccoli locali di periferia. Come i Blur all’inizio. Ma torneranno? “No, al momento non sono previsti nuovi dischi dei Blur”, risponde Albarn continuando a disegnare, seduto ad un tavolo nella lussuosa suite di un albergo milanese. E i Gorillaz sono ancora vivi? “Sto pensando ad un film di novanta minuti con la vera storia dei personaggi in cartoon; uscirà nei cinema, ma non so ancora quando. E’ un’operazione molto costosa, e in parte sarò io stesso a finanziarla. D’altra parte, con quello che guadagna, un artista dovrebbe solo creare altra arte, non sfoggiare Ferrari e abiti costosi. Perché l’arte non va definita in base al denaro che produce, ma per le idee che esprime”.

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