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La difficile semplicità

L’ultimo modello di navigatore satellitare si chiama Dandella: uno stelo di silicone con un’estremità luminosa, che si volge verso la direzione da prendere, indicando la strada, quasi fosse un girasole (in inglese, “Dandelion”). Per ricaricare la batteria interna basta inserirlo nel suo supporto, che può contenere più esemplari dell’apparecchio, come fosse un vaso pieno di fiori. Nessun computer, nessun libretto di istruzioni: il Dandella può essere usato anche da un bambino. O meglio potrà, visto che al momento esiste solo come prototipo realizzato da due progettisti di Singapore: a Osaka ha appena vinto il primo premio ad un concorso internazionale organizzato della Japan Design Foundation.

Una promessa
Semplicità è la parola d’ordine della tecnologia di oggi e la scommessa di quella che verrà domani. E’ la promessa di Windows Vista. E’ il motto aziendale della Philips. E’ il segreto dall’iPod, che ha definito un concetto di interazione macchina-uomo del tutto nuovo. Piccolo e senza tasti, adotta gli stessi simboli del vecchio Walkman, ma per navigare tra canzoni, video e foto basta un dito e un movimento circolare che ricorda un po’ quello dei dischi o della bobina delle cassette.
Eppure, se davvero il design è in vista della funzionalità, come giustificare il retro lucido del lettore Apple? Lo spiega John Maeda, nel suo “Le leggi della semplicità” (Bruno Mondadori, pp. 160, euro 10), presentato ieri a Milano nell’ambito degli incontri “Meet the Media Guru” organizzati da MGM Digital Communication. “Il retro dotato di specchio dell’iPod crea l’illusione che sia sottile quanto la placca bianca o nera rimovibile, perché il resto dell’oggetto si adatta a ciò che lo circonda”. Artista e designer, oltre che ricercatore al MIT, dove dirige un laboratorio sulla semplicità, Maeda riassume in dieci leggi il proprio manifesto. E la prima consiste proprio nel ridurre, declinato in tre categorie: rimpicciolire, nascondere, incorporare; lo scopo è occultare la complicazione, dissimulare lo sforzo tecnologico e progettuale, rendere la macchina capace di ispirare sentimenti amichevoli. Si spiega così il grande incremento nelle vendite di computer portatili o di dimensioni ridotte, di schermi a cristalli liquidi, di telefonini sempre più piccoli e leggeri.

La macchina che sente
Quello dei cellulari è un esempio illuminante: potenti come pc, sono però usati quasi esclusivamente per telefonare e mandare Sms (già meno diffusi i messaggi multimediali, gli Mms, usati solo dall’8 per cento degli utenti). Così molte funzioni pagate a caro prezzo rimangono inutilizzate, e i produttori dirottano verso Europa e Usa apparecchi sviluppati per i mercati emergenti: supereconomici, essenziali nel design, con batterie di lunga durata. Dall’altra parte c’è chi lavora su nuove interfacce, come LG, che a giorni lancerà un modello studiato in collaborazione con Prada, privo di tasti numerici. O ancora Apple, che il mese scorso ha presentato l’iPhone, l’ibrido cellulare-iPod capace di adattarsi automaticamente all’uso in orizzontale o verticale, di spegnersi da solo al termine di una conversazione, di regolare il display a seconda della luce ambientale.

Design democratico
Vodafone propone un terminale per bambini sviluppato con Disney, mentre si moltiplicano le offerte dedicate agli anziani, con telefonini dai tasti grandi e facili da usare. Perché il design più rivoluzionario è fantasioso e democratico: inventa apparecchi poco invasivi, affidabili, capaci di comunicare tra loro senza fili e in modo del tutto automatico. Questo almeno nelle intenzioni, visto che il mercato spesso va nella direzione opposta, e tende a lasciare indietro chi non si adegua velocemente. Programmi pieni di opzioni (si pensi alla mostruosa complessità di Word), interoperabilità mancata (chi acquista una canzone online spesso può ascoltarla solo su un certo lettore), registrazioni lunghissime sui siti web, verifiche, controlli, barriere, in nome della sicurezza o della privacy. Ed ecco che fiorisce un business parallelo di libri, corsi, professioni per spiegare come usare software e macchinari.

Filosofia zen
E invece, secondo Maeda, a imporsi sono servizi come Google, con un sito spoglio, un logo elementare, un funzionamento intuitivo. Talmente semplici, che non è possibile eliminare ancora un elemento sia pur minimo senza alterarne l’armonia e il perfetto funzionamento: proprio come un giardino zen. Così chi ricerca qualcosa, nulla sa dell’algoritmo di Larry Page e Sergey Brin o dei supercomputer che processano i dati in qualche parte del mondo, ma trova tutto il necessario a portata di mano, pronto per essere usato immediatamente. Anche il tasto “Mi sento fortunato” ha una sua utilità: serve per introdurre una componente emotiva, per dimostrare all’utilizzatore che la tecnologia di Google è attenta alle sue esigenze, pronta a servirlo come uno chef cui ci si affidi per la scelta di un primo o di un secondo. Ma quanti sono davvero i cuochi di cui ci si può fidare?

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