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A proposito di Robertina e Gatto ciliegia…

Cosa fa una cover? Copre, appunto: le cover si diffusero a partire dagli anni Cinquanta negli Usa, quando i musicisti bianchi cominciarono ad interpretare canzoni di artisti di colore, così che potessero essere trasmesse da tutte le stazioni radio, eludendo le discriminazioni razziali.
Ma ciò che copre, come una maschera, è anche ciò che rivela: nei casi migliori, le cover di un artista raccontano il suo albero genealogico, svelano le radici della sua musica e talvolta ne segnalano nuove direzioni. Questo – diciamolo subito – non accade in due dischi entrambi realizzati interamente da cover: l’omonimo album d’esordio dei Sunshiners e “Bande A Part” dei Nouvelle Vague. Da Vanuatu, in Melanesia, i primi, da Parigi i secondi. In comune hanno l’idea di fondo: reinterpretare gli anni Ottanta in modo assai creativo.
I Sunshiners hanno scelto il reggae e trasformato brani come “In Between Days” dei Cure o “Shake The Disease” dei Depeche Mode in graziose nenie che profumano di Giamaica. Belle voci, arrangiamenti mai fastidiosi, una discreta dose d’ironia, e tanto coraggio per ribaltare un luogo comune. La maggior parte dei brani, infatti, appartengono a quel genere che in Italia si chiamava “dark”, e nel resto del mondo è conosciuto come “gothic”: visi pallidissimi, abiti rigorosamente neri, borchie, DocMartens, testi da letteratura esistenzialista. Ora i Sunshiners reinterpretano i Talk Talk (ma anche Bowie, Tears For Fears, Human League) e ne scoprono un lato solare del tutto inedito. Il risultato è straniante, non sempre convincente, ma spesso divertente. Però il sospetto dell’operazione costruita a tavolino rimane, vista la moda dilagante del recupero degli anni Ottanta, e certo la nostalgia gioca un ruolo nel successo della band, impegnata attualmente in un lungo tour europeo.
C’è un gioco di specchi e rimandi dietro al secondo album dei francesi Nouvelle Vague, che hanno esordito due anni fa con un disco di cover di brani new wave, arrangiati in uno stile vagamente lounge, venati di jazz e interpretati da una pletora di chanteuses brasiliane, francesi e americane. La new wave riflessa nella bossa nova, vista attrraverso lo spirito un po’ frivolo della Nouvelle Vague cinematografica: tre sinonimi in inglese, portoghese e francese, tre modi per esprimere la stessa urgenza di rompere schemi abusati e inventare un nuovo linguaggio. Il miracolo, tuttavia, non si ripete in “Bande a Part”. Marc Collin e Olivier Libaux hanno confezionato un disco meno intrigante, che riprende Yazoo e New Order, Billy Idol e Blondie, Buzzcocks e Visage, appiattendoli tutti su uno stile elegante, ma a tratti lezioso. “Fade To Grey” è forse il brano migliore, con un erotismo glaciale che l’originale non aveva, mentre di “Bela Lugosi’s Dead” si può tranquillamente fare a meno, tale è la somiglianza con il classico dei Bauhaus.
E poi, sarà giusto trasformare rabbia e spleen adolescenziale, mal d’amore e paura di crescere in un gradevolissimo sottofondo da bar trendy? Se la risposta è sì, l’acquisto di questi due album è obbligatorio per tutti quelli che hanno conosciuto e apprezzato le versioni originali. Se è no, bisogna rassegnarsi una volta per tutte al fatto che gli Ottanta sono passati da vent’anni, non cedere alle tentazioni del revival mascherato da novità, rispolverare semmai i vecchi vinili. E continuare ad aspettare che arrivi finalmente un po’ di musica nuova.

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