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Archivio per aprile 2007

Björk, questa Volta ci siamo

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S’intitola Volta, il nuovo disco di Björk (in omaggio all’Alessandro inventore della pila elettrica, pare) in uscita venerdì. E’ l’ultima tappa di una carriera solista iniziata quindici anni e quindici milioni di copie fa: sei dischi tutti diversi fra loro, che si muovono tra elettronica, colonne sonore, jazz, folk music, avanguardia, con la sola costante della sua voce di folletto dispettoso. Un percorso creativo sempre in bilico tra le classifiche e le sperimentazioni più estreme, tanto da spingere nella top ten italiana anche l’ultimo Medulla, un difficile (e un po’ presuntuoso) esercizio di stile, dove le percussioni sono tutte imitate da voci umane. Da allora, solo le musiche di Drawing Restraint 9, il film del compagno Matthew Barney in cui compare anche come attrice. In tutto, circa due ore di musica, non sempre memorabile, non sempre all’altezza della fama di icona del techno pop che si era guadagnata negli anni Novanta, ma comunque coraggiosa e originale, come aveva confermato Vespertine nel 2001.
Ora, dopo una valanga di remix, cofanetti, raccolte, live e dvd, finalmente arrivano dieci canzoni ineedite, composte con l’aiuto di ospiti eccellenti. Primo fra tutti Timbaland, il produttore più gettonato del momento, l’artefice del successo di Justin Timberlake, Christina Aguilera e Pussycat Dolls, colui che ha fatto di Nelly Furtado una diva del pop e salvato la carriera di Jennifer Lopez. Poi, in ordine sparso: da New York Antony, dal Mali il suonatore di kora Toumani Diabate, dalla Cina Min Xiao-Fen alla pipa (tradizionale strumento a corde) e un paio di batteristi. Non mancano due collaboratori storici di Björk, come Sjon e Mark Bell, e c’è pure un’ensemble femminile di dieci ottoni. Facile, quindi che Volta possa diventare un nuovo successo commerciale come Debut, Post e Homogenic, anche col supporto di un tour mondiale lungo diciotto mesi, che toccherà l’Italia il 21 luglio a Villa Manin, Codroipo (Udine).
Ecco l’album, canzone per canzone:
Earth Intruders. Primo singolo, uscito da qualche settimana. Prodotto da Timbaland, con la band congolese Konono N°1, è un brano selvaggiamente percussivo, ma dal ritornello insinuante. Nel video Björk appare con il nuovo look: abiti dai colori violenti, trucco da danzatrice tribale.
Wanderlust. Ispirazione e atmosfere cambiano: i fiati imitano le sirene di un porto, il clima è malinconico. Sette minuti in cui Björk canta il desiderio di evadere, di abbandonare la città per vivere in un viaggio perenne.
Dull Flame Of Desire. Dopo i segnali Morse della canzone precedente, questo duetto con il cantante di Antony & The Johnsons è tenero e romantico, ma forse soffre un po’ degli arrangiamenti per ottoni. Bello il crescendo delle percussioni alla fine.
Innocence. Secondo brano prodotto da Timbaland, è quello in cui la sua impronta è più riconoscibile. Sarà il prossimo singolo: è già online un concorso per diventare registi del video.
I See Who You Are. Brano lento, con suoni giapponesi: è la Björk che non delude i vecchi fan.
Vertebrae by Vertebrae. Una sorta di marcia militare su un ostinato crescendo di fiati.
Pneumonia. La cantante islandese conferma il suo interesse per i trattati di medicina (si veda il titolo precedente) e battezza “Polmonite” uno dei brani migliori del disco. Melanconico e oscuro, unisce suoni elettronici, rumori, trombe, e un’ottima prova vocale.
Hope. Ancora prodotto da Timbaland. Un intreccio di beat elettronici, percussioni acustiche, strumenti etnici. Non ha un vero ritornello, ma è costruito in maniera assai astuta. Nel testo un accenno ai terroristi kamikaze, ma è un po’ poco per parlare di impegno politico.
Declare Indipendence. Dopo trenta secondi di voci e suoni distorti, arriva il proclama del disco: “Dichiara indipendenza, non lasciare che ti facciano questo, alza la tua bandiera”. Divertente e ritmata, più punk che elettronica, ricorda Pluto (da Homogenic); è la canzone con cui ha chiuso la maggior parte dei concerti del tour attuale.
My Juvenile. L’album termina qui, dopo cinquanta minuti. Con quella di Björk, ancora la voce di Antony, su un sottofondo etereo di kora e lievi linee di sintetizzatori.

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Declare Independence

Björk dal vivo al Coachella Festival (in splendida forma e con una bella canzone dal nuovo disco, per di più).

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Shuffle 2, il ritorno

1.    Bowie, Ziggy Stardust. Suona malissimo.
2.    Sparklehorse, Morning Hollow. Cos’è? Non so nemmeno più come ce l’ho, ma il brano non è male, belle le due voci, melodia soft di violino. Rilassante, davvero, senza essere né troppo zuccheroso né new age. Una scoperta, tanto che lo sento fino alla fine (lunghissima).
3.    Dat Politics, Gravity. Un delirio di synth e campionatori. Resisto 45 secondi.
4.    Madonna, Love don’t live here anymore. Un ottimo esempio di quella che una volta avrei chiamato “musica da parrucchiere”. Stupefacente come lei canti male, come gli archi siano sovraccarichi.
5.    Caustic window, Joyrex J5. Inizio anni Novanta. Però oggi inascoltabile.
6.    Styrofoam, Make it mine. Quando ancora l’indietronica sembrava promettere qualcosa, questo era un bel disco. Ora fa tenerezza, parla di fiorellini e primavere sognanti. Dura un po’ troppo, ma vale la pena.
7.    AFX .00089… C’è sempre una vena apocalittica e maestosa, in Afx. Alla fine, anche dopo tanto tempo, il pezzo funziona ancora.
8.    Broadcast, One Hour empire. Ma come hanno fatto a considerarli una promessa? Questa roba è una specie di jazz dissonante e banale.
9.    Subsonica, L’odore (live). Musicalmente povera (complice anche la versione dal vivo). Mi chiedo come sarebbe cantata da Vasco.
10.    Nobukazu Takemura, Polimorphism. Una struttura circolare, interessante ma poi mi viene sonno. S’intuisce una qualche interessante teoria dietro, ma la musica non ci arriva.
11.    Duran Duran, Still Breathing. Già, peccato. Peccato anche per il bel suono di batteria.
12.    Susumu Ykota, Pegasus 150. Sempre dal gettonatissimo Wonder Waltz, il mio iPod continua ad apprezzare il giapponese. Meglio di Takemura, ma per carità, queste percussioni bizzarre e il ridicolo pan-pot di voci simil-liriche che s’inseguono. Madama Butterfly meets Tex Willer, per dire.
13.    Björk, Five Years. Dal vivo alla Union Chapel. Chissà poi perché il disco da solo non è mai uscito, con tutte le puttanate di remix che ha fatto. Qui la signorina fornisce un’ottima prova vocale, ma anche gli archi che la accompagnano sono all’altezza.
14.    My Bloody Valentine, Come in Alone. Grandi, ancora. Una bella canzone con zero dinamica e nessuna apparente struttura.
15.    Future Sounds Of London, Dead Cities. Ma poi il futuro del suono londinese non è stato questo. Un po’ mi dispiace, è un bel pezzo.
16.    Kylie Minogue, Ouverture. Bah
17.    Puccini, Dammi i colori. Dalla Tosca. Belle armonie vagamente mediorientali.
18.    Rothko, Solder. Mi piacciono, ma non sono adatti all’aereo. I rumori sembrano provenire dal motore di destra e mpinquietano un po’.
19.    Moby, Lift Me Up (Mylo Mix). Sulla carta, perfetto connubio di due nomi che promettono ottima dance, e io per Mylo ho un debole e aspetto ancora che esca il secondo disco. Questo mix è lungo il giusto, e in discoteca dovrebbe funzionare bene. Meno in cuffia, se proprio vogliamo.
20.    Yo La Tengo, I Feel Like Going Home. Anch’io. Salvo poi capire dov’è casa. Però il brano oscilla troppo fra fragilità e noia, e più di una volta inclina verso la seconda. Meglio gli Sparklehorse, senza dubbio.
21.    The Killers Why do I Keep Counting. There’s a plane and I am flying, cantano. Io per sicurezza salto, anche se la canzone non pare male.
22.    Vladimir Ussachevsky, Line Of Apogee Part 4. Bellissimo.
23.    The Red Krayola, Breakout. Oggi il mio ipod è countryeggiante.
24.    Lamb, Little Thing. Il debvutto dei Lamb era un gran disco, poi la loro carriera è stata tutta in discesa.

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Gli Editors e altri eroi della chitarra

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Basta con tastiere e sintetizzatori, tornano le chitarre, meglio se elettriche e suonate ad alto volume. Avevano incominciato i Coldplay, sette anni fa, citando gli Smiths e gli Echo & The Bunnymen, ma ora che Chris Martin e compagni sono entrati tra i big del pop, la nuova ondata del rock inglese è già una schiera fitta di nomi: si va dai Keane ai Kaiser Chiefs, dai Bloc Party ai Kasabian, dagli Athlete agli Editors, che il 25 giugno escono con il nuovo disco, An End Has A Start. Quasi tutti sono finiti in classifica in Inghilterra e si sono esibiti nei più importanti festival di tutta Europa; qualcuno – come i Franz Ferdinand – è addirittura arrivato al traguardo del disco d’oro negli Stati uniti. E’ accaduto due anni fa con lo strepitoso primo album, ma il successo si è ripetuto anche con il successivo You Could Have It So Much Better.
I protagonisti di questa nuova invasione inglese hanno poco in comune tra loro. A differenza di altri nostalgici della new wave, come gli americani Strokes e White Stripes, non si limitano a riproporre i suoni dei Settanta e Ottanta così com’erano: troppo forte è stata in questi anni l’influenza dell’elettronica, della dance, dell’hip hop perché possa essere cancellata. “Questa musica” – spiega infatti Kevin Rowlands dei Chemical Brothers, pionieri della contaminazione tra dance e rock – “è ormai completamente assimilata, non è più un’entità a sé stante. Prendiamo ad esempio una delle grandi band rock di oggi, i Franz Ferdinand: sono completamente influenzati dalla dance, sia nel suono, che nell’approccio compositivo. Non succede più come negli anni Novanta, quando una band chiamava un dj solo per aggiungere qualche scratch o un po’ di batterie elettroniche”. Come dire: quello che fa la differenza, stavolta, non sono i samples, ma il buon gusto nell’assemblare la musica degli ultimi tre decenni.
Diversi negli stili musicali come nell’abbigliamento, questi nuovi eroi del rock sono figli di un’Inghilterra che parla mille lingue differenti nelle sue periferie urbane, che conosce l’integrazione e la convivenza tra culture. Logico quindi che non sia Londra la capitale dell’ennesima ondata musicale inglese, e nemmeno Manchester, dove nacque la new wave alla fine degli anni Settanta ed esplose la rivoluzione elettronica nei Novanta. Nella scena attuale, la musica più interessante viene semmai da piccoli centri, località di provincia, luoghi dove il rock è ancora suonato nelle cantine e nei club, dove insomma raccontare storie è più importante che apparire. Da Leeds arrivano i Kaiser Chiefs, una delle formazioni che ha già conquistato il pubblico americano; di Bedlam è James Blunt, che ha dominato anche le classifiche italiane con la sua Beautiful; da Birmingham provengono gli Editors. Scozzesi (di Glasgow) sono i Franz Ferdinand, mentre i Futureheads sono originari di Sunderland, sulla costa nord-occidentale dell’Inghilterra. Ci sono naturalmente eccezioni: i Bloc Party, ad esempio, sono nati a Londra, i Doves a Manchester.
Ma perché trionfa di nuovo la chitarra? Semplice: la musica elettronica non ha più idee davvero innovative. L’ultima vera novità è stata l’«indietronica», che altro non era se non un ritorno al rock indipendente anni Ottanta mascherato con rumori e disturbi digitali: memorabile la ripresa di There is a Light That never Goes Out degli Smiths ad opera di Schneider TM, che ha aperto le danze nel 2000, delizioso Nothing’s Lost degli Styrofoam, uscito lo scorso anno, che ora sembra la pietra tombale di un genere musicale estinto. E che dire di Moby, poi, che in pochi anni è passato dai 18 milioni di copie di Play (elettronico) al flop di Hotel (tutto chitarre e rimandi alla new wave)?
Non che i computer siano usciti dagli studi di registrazione: anzi, grazie a software sempre più semplici e apparecchi sempre più economici, sono ormai alla portata di tutti. Solo che i musicisti hanno imparato a considerarli dei veri strumenti musicali, da utilizzare solo quando sono funzionali al risultato che si vuole ottenere, proprio come si farebbe con un violino o un pianoforte. Hanno capito, finalmente, che per inventare la canzone perfetta non basta premere una combinazione di pulsanti: servono energia, passione, fatica. E qualcosa da dire.

Qui una breve presentazione del nuovo album degli Editors

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Che fine ha fatto Spiralfrog?

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La più grande casa discografica del mondo avrebbe dovuto offrire gratis le sue canzoni entro la fine del 2006. Secondo il Financial Times, la Universal aveva concluso un accordo con un servizio di distribuzione di musica online in cambio di pubblicità. Robin Kent, presidente della Spiralfrog, ha pure dichiarato di essere in contatto con le altre tre major per offrire una scelta quanto mai ampia di brani già alla partenza del sito. Sei mesi dopo, Spiralfrog ancora tace e sono in molti a chiedersi che fine abbia fatto un modello di business che a parecchi era parso innovativo e convincente.

Due vie
Così il mercato continua ad essere diviso fra la strutture ispirate all’iTunes Store di Apple, dove si acquista la singola canzone o un intero album, e quelle di alcuni concorrenti, come eMusic o Rhapsody, che prevedono varie forme di abbonamento per scaricare un certo numero di brani in un periodo di tempo limitato, di solito un mese.
Spiralfrog, invece, dovrbebe dare in uso gratuito le canzoni richieste, anche se i dettagli continuano ad essere lacunosi (ad esempio, si potranno masterizzare su cd o copiare su più apparecchi?). In cambio, presumibilmente, l’utente dovrà cliccare su un banner, o sorbirsi un breve filmato, se non addirittura sopportare un jingle all’inizio del brano. Già, perché i siti che offrono musica tramite internet oggi sono numerosi, ma adottano tutti la tecnologia dello streaming, che non garantisce una qualità audio particolarmente elevata e, soprattutto, non consente di registrare la musica sul computer e riprodurla anche se non si è connessi in rete: per questo l’iniziativa di Universal appare rivoluzionaria.

Una su quaranta
“Vogliamo offrire ai giovani consumatori un’alternativa semplice e conveniente alla pirateria”, spiegò Kent. Un intento lodevole, visto che l’Ifpi, l’associazione delle industrie musicali di tutto il mondo, segnala che per ogni canzone acquistata legalmente online, quaranta vengono scambiate tramite i software P2P, in barba ad ogni tutela del copyright e del diritto d’autore. In più, il calo delle vendite dei supporti tradizionali non è ancora compensato dai profitti che arrivano dalle nuove tecnologie, come videogiochi, suonerie per cellulari, lettori Mp3. Così la mossa di Universal sembra più un attacco allo strapotere di Apple, leader assoluto del mercato del della musica digitale con oltre il 75 per cento, o una risposta alla Emi, che tempo fa ha annunciato un accordo con Qtrax, un altro servizio di download di canzoni in cambio di pubblicità. Anche qui, nulla di fatto.

Una canzone in regalo

Intanto, però, crescono le perplessità sul ruolo che la musica gioca in questo modello di business: privata di un supporto fisico, costretta nei piccolissimi altoparlanti dei cellulari, strizzata in tv tra un spot e l’altro, ormai la canzone è solo un gadget. Apple ha concluso di recente un accordo anche in Italia per offrire settanta milioni di brani ai fortunati che troveranno un codice nelle confezioni di Coca Cola o di Diet Coke. Il primo disco di Tommy Vee (il dj del Grande Fratello 4), due anni fa, scalò le classifiche anche grazie ad un’azzeccata promozione: si poteva avere in omaggio con due confezioni di patatine Pringles. Eppure Enzo Mazza, presidente della Fimi, la Federazione Italiana dell’Industria Musicale, non sembra pessimista: “L’iniziativa della Universal – dichiara – è solo l’ultima di una serie di esempi che stanno radicalmente cambiando il modello di business dell’industria e che vede le aziende trasformarsi da record companies in music entertainment companies. Si tratta di modelli prevalentemente pensati per i giovani consumatori che sono poco propensi o poco dotati di mezzi di pagamento quali carte di credito, e ancora una volta dimostrano come sia essenziale per l’industria inventarsi ogni modello utile allo sviluppo del mercato digitale”.

Il pericolo
I giovani, ecco. Quelli cresciuti con Napster, il primo software che ha aperto la strada allo scambio di musica online. Tutta, subito, e gratis. Napster è stato spento dalle major del disco e trasformato in un mediocre servizio a pagamento, poi è stata la volta di WinMx, Gnutella, in ultimo Kazaa. Intanto, grazie ad iTunes e qualche altro sito, si cominciava a diffondere l’idea che le canzoni avessero un prezzo, e che fosse giusto pagarlo. Ora, con Spiralfrog, un cerchio si chiude, e la musica ritorna gratuita. Ma non è una vittoria per nessuno: per gli artisti, che saranno pagati a percentuale, per le case discografiche, che venderanno solo i prodotti più popolari, per il pubblico, che si troverà artisti di serie A e altri di serie B. Ma soprattutto, Spiralfrog e i servizi analoghi segneranno la sconfitta di un’idea: come spiegare ad un ragazzino che deve pagare per ascoltare una canzone, se può averla gratis in cambio di uno spot?

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