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Kate contro i Take That (e Mika, e Amy Winehouse)

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La storia che raccontano i giornali inglesi è di quelle che fanno sensazione: Kate Walsh, sconosciuta ragazza dell’Essex, scalza i Take That dalla vetta degli album più venduti sul web. Ed effettivamente, nella top ten di iTunes Store nel Regno unito, il suo Tim’s House è questa settimana al terzo posto, prima di altre rivelazioni di quest’anno, come Amy Winehouse e Mika, mentre i quattro di Manchester stazionano al settimo con Beautiful World. L’album che ha segnato il ritorno dell’ex boyband più famosa del mondo è uscito a novembre 2006, quindi un calo nelle vendite è da considerarsi fisiologico, ma questo non sminuisce l’exploit di Kate Walsh. Per sfondare, le sono bastate chitarra e voce, arrangiamenti misurati di archi, una vena folk con qualche influenza di Joni Mitchell (ma tra i suoi preferiti cita anche Rufus Wainwright e i Talk Talk).

Seconda chance

Qualche dettaglio sembra però suggerire che il suo non è il solito caso di successo nato sul web, come gli Arctic Monkeys o lo stesso Mika, che dalle classifiche virtuali sono passati a quelle reali. Intanto perché la cantante ventitreenne è sì nella top ten inglese, ma solo di iTunes, il negozio musicale di Apple: d’altra parte il disco è stato pubblicato da poco nella versione in compact disc, dalla sua etichetta personale, la Blueberry Pie. E poi perché non si tratta di un esordio, come fanno intendere quasi tutti gli articoli apparsi su di lei. Dopo anni di studi classici al conservatorio, Kate ha infatti debuttato nel pop quattro anni fa, con un album, Clocktower Park, uscito per una sussidiaria della Warner e presto ristampato con una copertina diversa. Fu accolto da recensioni positive e poi dimenticato nel calderone del neofolk, tra Devendra Banhart, la rediviva Vashti Bunyan e i loro tanti seguaci.

Uno studio in camera da letto

Così, per la seconda prova, spese e aspettative non sono alte: niente contratti discografici, pochi soldi per affittare uno studio. Ma Kate non si arrende, si trasferisce a Brighton, contatta un nuovo produttore, Tim Bidwell, che mette a disposizione la sua stanza da letto per trasformarla in sala di registrazione. Tende in velluto per ridurre l’eco, un computer, qualche microfono, e via con la musica. In un anno nascono dieci canzoni sospese tra sogno e disincanto, che raccontano di amori nati e finiti; ad ascoltarle in cuffia, di quando in quando si possono anche sentire i gabbiani che volano sul porto della cittadina inglese. Il disco è pronto, e Kate Welsh lo chiama Tim’s House proprio per ricordare il luogo in cui è stato registrato. Poi arriva il web: una pagina su MySpace, con tutti i brani disponibili in streaming una biografia zuccherosa, qualche foto. Raccoglie oltre sessantamila contatti in un mese, così Apple decide che vale la pena di scommettere su questa ragazza e le sue canzoni. Your Song diventa “singolo della settimana”, e si può scaricare gratis dal sito di iTunes; le segnalazioni entusiastiche degli ascoltatori arrivano presto, e molti apprezzano anche il resto dell’album (“le 4,74 sterline meglio spese nella mia vita”, si legge in un commento).

Precedenti illustri

La figlia di un poliziotto e di una segretaria diventa all’improvviso una piccola star, inizia un tour nei locali e nei pub, si esibisce a Londra all’Apple Store di Regent Street. Il suo album arriva al primo posto nella classifica dei download, segnando una sconfitta per le case discografiche, che hanno perso un’occasione d’oro e regalando a tanti artisti sconosciuti la speranza di diventare famosi facendo tutto da soli: dalla registrazione alla promozione, dalla diffusione alla vendita. E’ l’evoluzione del “bedroom musician”, il musicista da camera da letto, che si aggiorna ora all’era di internet. E cambia genere musicale: se nei Novanta imperava l’elettronica, con sperimentatori (Aphex Twin) e divulgatori di successo (Moby), oggi Kate Walsh porta alla ribalta piccoli gioielli del tutto acustici. Brani intimi e fragili, cantati con un filo di voce: per scelta compositiva, certo, ma anche perché tra letto e comodino la batteria non suona poi tanto bene e non c’è spazio per ensemble numerosi. Musica nata in solitudine, come il più famoso dei dischi registrati in casa, Nebraska di Bruce Springsteeen, inciso con l’aiuto di uno studio portatile da qualche centinaio di dollari, senza i computer e la tecnologia di oggi. Musica destinata, il più delle volte, ad essere anche ascoltata in solitudine, isolati dal resto del mondo con le cuffiette bianche di un iPod. Curiosa coincidenza per un’artista che fino a qualche settimana fa dichiarava di non aver mai posseduto un lettore Mp3 e che ora racconta di averne uno pieno di musica: pare che le sia stato regalato dalla stessa Apple.

L’articolo, apparso su La Stampa di ieri, è stato ripreso da Repubblica oggi.

UPDATE 16/04: Stamattina ne hanno parlato al TG1, scomodando addirittura il corrispondente da Londra. Aspetto che Kate Welsh mi telefoni per ringraziarmi.

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