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Lisa al Conservatorio

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Non ha bisogno di parole:  scivola lieve tra vocali e consonanti, scava in chissà quale antro dell’anima per tirare fuori dalla sua voce ultraterrena ora un lamento, ora il sussurro innocente di una bambina. Che si cimenti in canti tradizionali (lo standard irlandese The Wind That Shook The Barley) o in brevi brani d’atmosfera accompagnata da tastiere elettroniche, Lisa Gerrard incanta il pubblico milanese, cui concede sorrisi e baci, ma pochissima parole (“You are so beautiful”, alla fine della serata).

Basta poco perché il concerto si trasformi in un’esperienza mistica: le tastiere di Salem’s Lot e Aria, due brani dai suoi album come solista qui fusi insieme, le cupe risonanze di Minus Sanctus, qualche estratto dal nuovo Silver Tree, appena uscito. E, su tutto, alcune meraviglie dei Dead Can dance: Sanvean, tre minuti spalancati sul paradiso, una strepitosa versione di The Host Of Seraphim, una ritrovata The Frontier, addirittura dal primissimo disco. 1984, una vita fa. Chiude con Hymn For The Fallen, in inglese. E sembra di sentire un’eco di blues del tutto nuova nella sua voce, quasi fosse un omaggio a Billie Holiday.

Invece, spiega lei in camerino, è una ninna nanna dedicata ai bambini dell’Afghanistan. Quando la incontro, mi guarda con aria interrogativa: mi presento, e le racconto dell’intervista fatta tre anni fa, mentre lei era al telefono in cucina e io le chiedevo notizie sulla fine dei Dead Can Dance. Se non si ricorda davvero, certo finge bene, sorride e mi porge la mano. Una diva anche quando scende dal palco e dice che le scoppia il cervello. “Why don’t you get some real drums?” chiedo al tastierista, sorvolando sul fatto che devo anche a lui la meraviglia di Sanvean. Le compreranno, spiega lui, mentre lei annuncia un mini tour estivo, in posti piccoli e affascinanti, fose solo con piano. “Ho 46 anni”, fa, “li ho compiuti ieri, e comincio a sentirmi vecchia”. “You liar”, le dico ridendo. Ride anche lei, la mano sulla bocca.

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