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Shuffle 1, l’andata

Nel mio iPod ci sono 14022 canzoni.
Quanto tempo ci vorrà perché arrivi una che mi sorprenda, per qualsiasi motivo, anche se vecchia e dimenticata?
Con la funzione shuffle provo:
1. Thom Yorke, Harrowdown Hill. Mi piaceva molto, mi piace ancora, ma già all’uscita non potevo considerarla come una novità o un passo avanti nella storia dei Radiohead. Oggi ancora meno. Però sorrido.
2. Arpanet, The Analyst. Nulla. Nulla, nulla. Uno scarto dei Kraftwerk.
3. Clouddead, Rhymer’s Only Room. Bei rumori, rendono bene in cuffia. Poi arriva la voce, e mi pare di non aver mai sentito questo disco davvero. Mi aspettavo dell’hip hop, e questo faccio fatica a definirlo come tale, però non è male. Mi ricorda chissà perché una meraviglia dei Talking Heads, Wind in My Heart, poi Fog Tropes di Ingram Marshall.
4. The Beatles, Because. Fanno sempre lo stesso effetto: sembrano una band alternativa di oggi, non fosse per quelle voci troppo educate (o intonate?). La canzone, alla fine, però non è niente di che.
5. Afx, Analogue Bubblebath #12. Acqua, respiri, rumori. Sono cascato male.
6. Radiohead, In Limbo. Curioso, sono davvero in mood da Radiohead e l’iPod deve averlo capito. Non uno dei miei brani preferiti da Kid A, ma vabbe’. Sorpresa, ovviamente zero, però è un bel suono pieno, che riempie le orecchie e isola dal mondo. Perfetto.
7. Nathan Fake, The Sky Was Pink. Bah. Questo disco mi era sembrato bello, ma devo aver un ricordo basato su qualche altra canzone.
8. Zero 7, Today. Che cos’è questa banalissima batteria elettronica? E la voce nasale? E questi fiati brasileiri e questa specie di samba? E questi richiami agli America? The Garden mi era sembrato subito non all’altezza dei primi due dischi, ma questo brano è drammaticamente al di sotto.
9. Tortoise & Bonnie Prince Billy, (Some say) I got devil… Ecco, questo non mi pare male, forse piacerebbe a Quentin Tarantino, con questi chitarroni che fanno tanto effetto in un cinema, nel buio dopo la fine di un film, mentre scorrono i titoli. Bella canzone, bellissima voce. La prima sorpresa.
10. Devics, Just One Breath. Non resisto. Salto.
11. Lou Reed, Xmas in February. Che bello, penso, poi arriva lui e mi da’ un po’ fatidio la sua voce, però l’idea di un Natale in febbraio mi piace. Alla fine non è nemmeno una canzone, poco più che un testo recitato su una chitarra.
12. Susumu Yokota, L’Etranger. La mia fissa per Susumu Yokota è durata poco, e perlopiù si è limitata agli album ambient. Questa cosa in francese ha delle percussioni assai bizzarre e qualche suono interessante, ma non decolla mai veramente.
13. Modest Mouse, People As Places As People. Questo disco me l’ha consigliato Trent Reznor: mi piace abbastanza, anche se non capisco bene cosa possa piacere a lui. E’ pop abbastanza sghembo e interessante, con una produzione non miliardaria ma brillante. Molto americano.
14. Beth Gibbons, Rustin’ Man. Deliziosa, per come mastica le consonanti e inghiotte le vocali. Rushting mnn, lei dice, e pure i filtri sulla voce non è che aiutino a comprendere le parole. Certo, comunque, non il pezzo migliore del disco, che per il resto era bello. Ma insomma, il nuovo dei Portishead arriva o no? E soprattutto, quando arriverà, non è che rimpiangerò di averlo desiderato?
15. Cocorosie, South 2nd. Donne come gatti in amore, su un tappeto di chitarre e suonerie di telefono, con pure un’armonica, stranamente affascinante, alla fine, ma non sono dell’umore giusto.
16. Eminen, Yellow Brick Road. Avrei voluto il pezzo con il campionamento da Martika, un vero colpo di genio. The music we all enjoy, dice lui. Non male, però resisto un minuto e 32 secondi.
17. Puccini, La fanciulla del West. Non Mi difenderò. Spero sempre che una romanza, un’aria, una cavatina mi sconvolga. Aspetto fiducioso, ma arriva solo un “sono sei mesi che mio padre morì”, un paio di accordi intriganti, e penso che senza Del Monaco da questa musica ci si caverebbe un intero disco di Sakamoto. Ma le parole che capisco sono davvero troppo intrise di retorica. Sto per passare oltre, ma arriva la Tebaldi e decido di resitere ancora un po’. “E’ finita, è finita”, urla lei.
18. Roisin Murphy, Leaving The City. Questo disco è una piccola maeraviglia, anche due anni dopo che è uscito: lei ha una bella voce, il lavoro di Herbert alla produzione è eccellente, e in cuffia si scoprono migliaia di rumori ed effetti geniali. Bravo.
19. Linkin Park, By Myself. Una formula abusata. Salto.
20. Pole, Karussell. Sarebbe un buon esercizio per i woofer, immagino. Non vado oltre il minuto e 40.
21. David Bowie, The Width Of A Circle. Ottimo suono, considerata l’età, voce su toni troppo alti, direi. Varrebbe la pena, ma non ho voglia. Il colpo di grazia arriva dall’assolo di chitarra.
22. Booka Shade, In White Rooms. Mi pareva interessante, il disco, e infatti il brano non parte male e in altre circostanze meritebbe pure un ascolto più attento, davvero.
23. Modest Mouse, Education. Mi chiedo come mai un brano dallo stesso disco capiti di nuovo dopo appena otto canzoni.
24. Susumu Yokota, Robed Heart. Qui a sorprendermi non è la musica (non male, comunque), ma la logica dell’iPod: il brano è tratto dallo stesso disco che contiene L’Etranger, Wonder Waltz. Anche prima era contiguo ai Modest Mouse.
25. Arvo Pärt, I Am The True Vine. Ovvio che non sono in condizione di arrivare alla fine dei dieci minuti del brano, ma per rispetto ad un vecchio amore resisto un po’.
26. Marin Marais, Ritournelle. Questo cotè classico che ha preso il mio iPod mi lascia perplesso, ma Tutte le mattine del Mondo era un bel film, e quest’oasi di pace dura abbastanza poco per non diventare una palude.
27. Lou Rhodes, Inlakesh. Ho tanto amato i Lamb quanto ignorato il primo disco solista di lei. Un po’ è anche colpa sua, che ha fatto canzoni molto al di sotto della reputazione che avevo di lei.
28. Plastikman, Contain. Ovviamente inascoltabile per 8 minuti, però su tempi più ridotti vale la pena.
29. Chemical Brothers, Burst Generator. Dal disco nuovo, che stavo ufficialmente per dichiarare uguale agli altri. Per curiosità vado avanti, e a parte le voci grottesche, mi pare che funzioni. Intro lunghissima, più psichedelia che dance, ma perfetta per Glastonsbury. Bravi, non fosse per i troppi fuochi d’artificio nel finale.
30. Beatles, Happiness Is a warm Gun. Nemmeno il dj più fantasioso ci sarrebbe arrivato, ma il mio iPod ha compreso perfettamente cosa significa “I need a fix” e cosa intendevo io per psichedelia nei Chemicals. Sorrido ai geniali coretti “Bee bee chu chu”
31. Philip Glass, Caught. Quando Glass è nevrotico, lo è in modo fastidioso.
32. Khonnor, I Was everything You… Un minuto e 20 sognante, tenero, romantico. Questo Khonnor, chissà dov’è ora.

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