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Che fine ha fatto Spiralfrog?

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La più grande casa discografica del mondo avrebbe dovuto offrire gratis le sue canzoni entro la fine del 2006. Secondo il Financial Times, la Universal aveva concluso un accordo con un servizio di distribuzione di musica online in cambio di pubblicità. Robin Kent, presidente della Spiralfrog, ha pure dichiarato di essere in contatto con le altre tre major per offrire una scelta quanto mai ampia di brani già alla partenza del sito. Sei mesi dopo, Spiralfrog ancora tace e sono in molti a chiedersi che fine abbia fatto un modello di business che a parecchi era parso innovativo e convincente.

Due vie
Così il mercato continua ad essere diviso fra la strutture ispirate all’iTunes Store di Apple, dove si acquista la singola canzone o un intero album, e quelle di alcuni concorrenti, come eMusic o Rhapsody, che prevedono varie forme di abbonamento per scaricare un certo numero di brani in un periodo di tempo limitato, di solito un mese.
Spiralfrog, invece, dovrbebe dare in uso gratuito le canzoni richieste, anche se i dettagli continuano ad essere lacunosi (ad esempio, si potranno masterizzare su cd o copiare su più apparecchi?). In cambio, presumibilmente, l’utente dovrà cliccare su un banner, o sorbirsi un breve filmato, se non addirittura sopportare un jingle all’inizio del brano. Già, perché i siti che offrono musica tramite internet oggi sono numerosi, ma adottano tutti la tecnologia dello streaming, che non garantisce una qualità audio particolarmente elevata e, soprattutto, non consente di registrare la musica sul computer e riprodurla anche se non si è connessi in rete: per questo l’iniziativa di Universal appare rivoluzionaria.

Una su quaranta
“Vogliamo offrire ai giovani consumatori un’alternativa semplice e conveniente alla pirateria”, spiegò Kent. Un intento lodevole, visto che l’Ifpi, l’associazione delle industrie musicali di tutto il mondo, segnala che per ogni canzone acquistata legalmente online, quaranta vengono scambiate tramite i software P2P, in barba ad ogni tutela del copyright e del diritto d’autore. In più, il calo delle vendite dei supporti tradizionali non è ancora compensato dai profitti che arrivano dalle nuove tecnologie, come videogiochi, suonerie per cellulari, lettori Mp3. Così la mossa di Universal sembra più un attacco allo strapotere di Apple, leader assoluto del mercato del della musica digitale con oltre il 75 per cento, o una risposta alla Emi, che tempo fa ha annunciato un accordo con Qtrax, un altro servizio di download di canzoni in cambio di pubblicità. Anche qui, nulla di fatto.

Una canzone in regalo

Intanto, però, crescono le perplessità sul ruolo che la musica gioca in questo modello di business: privata di un supporto fisico, costretta nei piccolissimi altoparlanti dei cellulari, strizzata in tv tra un spot e l’altro, ormai la canzone è solo un gadget. Apple ha concluso di recente un accordo anche in Italia per offrire settanta milioni di brani ai fortunati che troveranno un codice nelle confezioni di Coca Cola o di Diet Coke. Il primo disco di Tommy Vee (il dj del Grande Fratello 4), due anni fa, scalò le classifiche anche grazie ad un’azzeccata promozione: si poteva avere in omaggio con due confezioni di patatine Pringles. Eppure Enzo Mazza, presidente della Fimi, la Federazione Italiana dell’Industria Musicale, non sembra pessimista: “L’iniziativa della Universal – dichiara – è solo l’ultima di una serie di esempi che stanno radicalmente cambiando il modello di business dell’industria e che vede le aziende trasformarsi da record companies in music entertainment companies. Si tratta di modelli prevalentemente pensati per i giovani consumatori che sono poco propensi o poco dotati di mezzi di pagamento quali carte di credito, e ancora una volta dimostrano come sia essenziale per l’industria inventarsi ogni modello utile allo sviluppo del mercato digitale”.

Il pericolo
I giovani, ecco. Quelli cresciuti con Napster, il primo software che ha aperto la strada allo scambio di musica online. Tutta, subito, e gratis. Napster è stato spento dalle major del disco e trasformato in un mediocre servizio a pagamento, poi è stata la volta di WinMx, Gnutella, in ultimo Kazaa. Intanto, grazie ad iTunes e qualche altro sito, si cominciava a diffondere l’idea che le canzoni avessero un prezzo, e che fosse giusto pagarlo. Ora, con Spiralfrog, un cerchio si chiude, e la musica ritorna gratuita. Ma non è una vittoria per nessuno: per gli artisti, che saranno pagati a percentuale, per le case discografiche, che venderanno solo i prodotti più popolari, per il pubblico, che si troverà artisti di serie A e altri di serie B. Ma soprattutto, Spiralfrog e i servizi analoghi segneranno la sconfitta di un’idea: come spiegare ad un ragazzino che deve pagare per ascoltare una canzone, se può averla gratis in cambio di uno spot?

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