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Archivio per maggio 2007

Mr. Manson, I suppose…

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Il nuovo Marilyn Manson è rumoroso e devastante quanto quello vecchio, che infilava uno dietro l’altro successi e denunce, scomuniche e piazzamenti in hit parade. Ad accompagnarlo nel concerto milanese di oggi e in quello fiorentino di domani, le chitarre pesanti di Tim Skold, l’impetuosa batteria di Ginger Fish, le tastiere di Chris Vrenna, il basso di Rob Hollyday rubato ai Prodigy. E una presenza scenica che in molti gli invidiano e qualcuno vorrebbe copiare: “Lo spettacolo è costruito per ricordare al pubblico cos’è un vero show rock. Molti hanno preso le cose più semplici e banali della mia estetica, ricreato le mie ispirazioni, e ne hanno dato versioni mediocri mentre io sono stato lontano dalle scene. Adesso sono tornato, ed è l’occasione per riprendermi il mio posto e ricominciare a divertirmi con quello che faccio”. 

Dopo un silenzio che durava dal 2004, quando uscì The Golden Age Of Grotesque, venerdì prossimo arriverà nei negozi Eat Me Drink Me; per presentarlo, Manson incontra i giornalisti il giorno prima del concerto. Appare all’improvviso in una sala buia e piuttosto fredda: magro, completamente vestito di nero, i capelli come il carbone e le labbra di un rosso violento, mentre il pallore d’ordinanza è garantito da uno spesso strato di cerone.

E’ ancora depresso?”, gli chiedono, e il riferimento è a certe sue dichiarazioni all’indomani del divorzio da Dita Von Teese, modella e diva del soft porno che lo ha lasciato all’inizio di quest’anno. Il Reverendo ha dichiarato spesso di essere piombato in abissi di disperazione, di aver pensato anche al suicidio, ma ha fatto presto a riprendersi: “Non si può sapere cos’è la felicità, ma conosco bene l’infelicità. Ho toccato il fondo e sono rinato con questo disco”. Il gossip segnala una nuova fidanzata, Evan Rachel Wood, attrice diciannovenne di Thirteen e Correndo con le forbici in mano, che compare anche nel video del singolo Heart Shaped Glasses. I due vi sono ripresi durante scene di sesso assai esplicite, poi in una corsa in auto che termina con uno schianto. Ma non ha paura di essere un cattivo esempio? “La mia ispirazione è la stessa che c’è dietro al Romeo e Giulietta di Shakespeare – spiega – un ideale romantico di amore e di morte. E comunque, sono certo che i ragazzi riescano meglio di chiunque altro a capire cos’è la finzione e cos’è la realtà. Anch’io pensavo di voler morire, eppure adesso sono qui”.

E anzi, sono numerosi gli ex giovani ribelli, i musicisti maledetti che invecchiano sul palco: Rolling Stones, Iggy Pop, David Bowie. “E’ una questione di scelte. Io ho deciso di continuare a far musica finché avrò qualcosa da comunicare, e perciò stavolta ho realizzato un disco che forse non è scioccante come gli altri, ma è più umano, più vero di tutti i miei album precedenti”

E in effetti, dal punto di vista musicale, il sesto album del rocker americano non è certo il suo più sperimentale, e ad un ascolto superficiale viene anzi in mente un aggettivo che per Manson è il peggiore degli insulti: noioso. Però, se è vero che manca il colpo di scena, ci sono anche belle canzoni, e almeno due o tre rimarranno tra le sue cose migliori. If I Was Your Vampire, ad esempio, è una variazione sul tema dell’amore e morte, che qui diventa cannibalismo, mentre Death on The Red Carpet ripercorre con amarezza la vicenda della separazione dall’ex moglie. “Ma non voglio dare la colpa a lei per quello che è successo. Quando il divorzio diventa pubblico, ognuno sembra aver qualcosa da dire. Ora è tutto finito, e sento finalmente di essere circondato dalle persone giuste”.

Con voce bassissima e vagamente annoiato, ma sempre professionale e gentile, Manson spiega poi che nel disco si è concentrato sui suoi problemi personali: “C’è chi pensa che sia meglio parlare di questioni sociali, ma in realtà quello che è più difficile è essere se stessi, fare i conti con i propri limiti come artista e come uomo”.  Così il musicista che nel 2003 scatenò feroci polemiche che portarono ad annullare un concerto a Milano, adesso sorseggia un whisky e spiega le sue scelte artistiche. Come quella di esibirsi alla Radio 1 inglese in una versione acustica di What comes around goes Around, l’ultima hit di Justin Timberlake: “Mi avevano chiesto una cover di un brano attuale e in pochissimo tempo ho preparato questa canzone, mi ha colpito molto il testo e il video, dove c’è un’auto, proprio come nel mio. E’ ovviamente una presa in giro”, e ride, per la prima volta.

Già, perché dietro gli occhiali scuri da diva anni Settanta, Brian Warner dev’essere una persona divertente. Di sicuro ha molti interessi: la pittura, ad esempio, con una galleria d’arte inaugurata qualche mese fa nella sua Los Angeles, dopo alcune personali in giro per il mondo che hanno riscosso un buon successo di pubblico e critica. E adesso, dagli acquerelli si sta preparando ad affrontare il mondo del cinema, con un progetto ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Più volte annunciato e rimandato, il film vedrà tra gli interpreti, oltre a Manson, Tilda Swinton e la nuova fiamma Evan Rachel Wood; le riprese dovrebbero cominciare ad ottobre, dopo la fine del tour. Sarà un horror, va senza dire.

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Una domenica con Marilyn

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Manson, ovviamente. Incontrato a Milano, insieme ad un bel po’ di colleghi non tutti all’altezza della situazione, come sempre accade. Detto questo, e ricordato che per quello che non si sa c’è sempre almeno Wikipedia, il signor Warner è apparso all’improvviso, in silenzio. Si è seduto senza togliersi gli occhiali da sole, ha sorseggiato un whisky con ghiaccio e parlato a voce molto bassa: io, in prima fila, capivo pochissimo, ma per fortuna il fido iPod ha registrato tutto. Gli ho strappato l’unico sorriso della serata, a proposito della sua cover di Justin Timberlake, mentre si è parlato forse troppo della sua storia con Dita Von Teese. Comunque il disco, a ben sentirlo, non è poi così male: meno originale degli altri, ferocemente retrò negli assoli di chitarra, potrebbe piacere un sacco ai genitori che lo vietano ai propri figli.

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Per invigilare me stesso

Modesta proposta, destinata – temo – a cadere nel dimenticatoio: istituire una Giornata per le cose non fatte, ventiquattr’ore di tempi supplementari to get things done.

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Ultim’ora

Arrivati gli Editors, promo con il mio nome e il numero 212, roba che finora solo Depeche Mode e Björk. Mentre mi sciolgo per il caldo, e penso a quella coccinella che stanotte prendeva a capocciate il muro, però ascolto ancora i National. La prima impressione di Album 2 (che peraltro c’è già su CDDB) è che assomigli troppo al primo disco, meno l’effetto novità. Ma c’è tempo per ascoltarlo bene, magari domani.

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The National: Boxer

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In attesa del nuovo disco degli Editors, che tarda ad arrivare sia nella versione promo che in quella leaked, provo a sentire i National, su consiglio di Pitchfork.

E ben me ne incoglie, chè i cinque americani suonano un po’ come gli Editors, per davvero. Oppure come gli Interpol? O come i Joy Division? Diciamo che qui il vocione del cantante è più tra Nick Cave e Tindersticks, e di elettronica ce n’è assai meno. Però però, che gran disco è Boxer, il loro quarto album: un tocco di U2 in Slow Show, il piano di Sufjan Stevens in Ada, la splendida (fin dal titolo) Squalor Victoria, la bella intro di Fake Empire. Tutto perfetto per lottare contro il sole che avanza, i colori che si fanno più forti, il caldo che sale, l’estate che arriva: perchè, davvero, se si tratta di passare attraverso i mesi oscuri di aprile e maggio, questo disco è l’aiuto che ci vuole.
Chissà perchè mi vengono in mente pure i Church, un disco bellissimo con una stella marina, una cassetta rovinata, una vacanza in Croazia una vita fa.

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