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Il signor Sakamoto

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Parla con voce bassa, Sakamoto, e anche un po’ roca, come se lo avessi svegliato. Lui, ovviamente, nega, e al telefono è gentile e disponibile, spesso ride, evidentemente compiaciuto che dall’altra parte ci sia qualcuno che conosce le cose che fa. Chiacchieriamo di Heidegger e delle tastiere Korg, del fatto che sono cresciuto con la sua musica e che non mi piace la brasiliana (lui ringrazia compunto). Mi dedica mezz’ora, invece dei venti minuti previsti, e si dilunga a parlare di Rokkasho: gli sta davvero a cuore, sembra, non è uno di quegli ecologisti da vetrina. E però (e perciò) mi stupisce di più ancora quello che dice della musica tradizionale giapponese: “Un pericolo”. Perchè lui vuole essere aperto a tutte le influenze, non vivere solo di ikebana e monte Fuji.

L’ultimo imperatore, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha: tre film molto diversi tra loro, tutti però scritti e diretti da Bernardo Bertolucci. E musicati da Ryuichi Sakamoto, che inaugurerà stasera al Mart di Rovereto la terza edizione del festival Futuro Presente, dedicata quest’anno al regista emiliano. Oltre a film e conferenze, fino al 12 del mese ci sarà spazio anche per il jazz, con Gato Barbieri (martedì 8 maggio), per mostre fotografiche e altri concerti.

Sakamoto, Dopo l’Oscar per L’ultimo imperatore, ha collaborato con Bertolucci in altri due film: cos’hanno in comune le sue musiche?
«Pur nelle differenze legate alle storie e alle ambientazioni, direi che hanno in comune le sonorità, la ricerca di un equilibrio tra Oriente e Occidente: per me sono state tre puntate della stessa avventura».

Lei passa dal pop (anni fa era in un video di Madonna), alla brasiliana, dalla classica all’avanguardia. Chi è il vero Ryuichi?
«Sto ancora cercando, non so chi sia il vero me stesso».

Chi vede nello specchio?
«Ho letto da qualche parte che quello che ti piace è quello che sei. Così ho provato a fare una lista della musica che mi piace, e ne è venuto fuori un mix di africana, asiatica, classica e altro. Questo è quello che sono».

E l’italiana?
«Non conosco quasi nulla del pop italiano, ma ho l’impressione che non faccia per me. Tuttavia avete una grande tradizione musicale».

L’avevamo…
«Con un passato così ricco è sempre possibile che risorga in futuro».

Torniamo al presente: avere dei limiti è un aiuto o un ostacolo per chi scrive colonne sonore?
«Comporre musica per i film è come progettare un telefono cellulare. Bisogna rispettare tempi, marketing, storia, personaggi, capricci, tendenze: il lavoro di un bravo designer».

C’è più calcolo o più ispirazione?
«Senza ispirazione non si può comporre musica. Se non amassi il film su cui lavoro, non potrei comporre nulla. E’ successo in passato, ho lavorato a lungo su un progetto, ma alla fine non se n’è fatto niente».

Di quale film si trattava?
«Non posso dirlo».
Era di Bertolucci?
«No».
Però con il Maestro non è sempre andato tutto liscio: si racconta di un litigio durante la lavorazione di Piccolo Buddha, nel 1992.
«Alla fine del film c’è una scena molto importante e Bernardo voleva della musica triste, la più triste che potessi immaginare. Provai a scrivere un brano, e per lui non era abbastanza triste. Anche del secondo non fu soddisfatto, e nemmeno del terzo, ma per il motivo opposto: era troppo triste, e lui invece voleva vedere una luce di speranza. Così ho composto altri due brani, per un totale di cinque. Gli ultimi gli sono piaciuti, e li ha usati nel film, ma io ho ripreso il terzo, quello che aveva giudicato troppo triste, per il mio album successivo, e l’ho chiamato Sweet Revenge, dolce vendetta».

Lei è un grande sperimentatore e spesso ricorre all’elettronica per le sue composizioni: ma la tecnologia è davvero un aiuto?
«Lo è, ma è anche una perdita di tempo immane: devo ascoltare migliaia di suoni registrati in uno degli ultimi sintetizzatori per trovarne appena tre o quattro che mi piacciono».

E il suo rapporto con la tradizione giapponese?
«La musica tradizionale giapponese non fa parte della mia tradizione culturale, la considero come le altre musiche popolari, non capisco certe sonorità esattamente come non le capirebbe un occidentale. La musica del Giappone per me è un’esperienza nuova e interessante, perfino pericolosa, perché potrei innamoramene e limitarmi al fascino di una sola influenza, mentre invece voglio essere lontano da ogni forma di nazionalismo».

Specie col nuovo premier…
«Non è solo una questione di politica, io e la mia musica siamo cittadini del mondo intero».

Ma è attento anche ai problemi locali, tanto che ha lanciato un’iniziativa per chiudere una centrale nucleare nel nord del Giappone. Ci parla del progetto “Stop Rokkasho”?
«E’ un impianto nucleare gemello di quello di Sellafield, nel Regno unito, e quindi presenta gli stessi rischi, ma nessuno ne parla, nessuno sapeva nemmeno che esistesse. Però il pericolo di incidenti è concreto, e non solo per il piccolo villaggio vicino alla centrale, ma per tutto il Giappone e tutto il pianeta. Per questo, con musicisti e altri artisti, stiamo cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica: da oggi si possono anche scaricare dal sito www.stop-rokkasho.org immagini, video, canzoni. Il contributo più recente è arrivato dai Kraftwerk, che hanno donato una versione di Radioactivity dal vivo».

Pensa che la musica possa cambiare il mondo?
«No, ma può essere la miccia che fa esplodere una nuova consapevolezza».

Lei parla di regalare canzoni, ma cosa pensa del web come mezzo di distribuzione musicale?
«Già nel 1995 con un gruppo di studenti giapponesi abbiamo cominciato a sperimentare la possibilità di distribuire musica tramite internet, e abbiamo testato diversi formati di file musicali, comparandone la qualità audio. Il problema più grande, ce ne siamo resi conto subito, era però il copyright, e non potevamo fare nulla per cambiare le regole. Solo con il successo di iTunes Store qualcosa è cambiato, e sono molto lieto che finalmente i Drm stiano sparendo: come consumatore sono assolutamente contrario, e come musicista vorrei dare a chiunque la possibilità di ascoltare, manipolare e diffondere la mia musica nel modo che preferisce».

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