Archivio

Archivio per novembre 2007

Joy

24 novembre 2007 Nessun commento

joy.jpg

Dei  Joy  Division  restano due album, uno bianco e uno nero: cupi, ossessivi, densi di malinconie senza rimedio.  E qualche uscita postuma, a partire da Still, pubblicato nel 1981, un anno dopo la tragica fine di Ian Curtis, cantante e leader della band.  Ma anche così, i quattro di Manchester hanno scritto pagine importanti della storia del rock.  Intanto perché, risorti come New Order sotto la guida di Bernard Sumner, hanno colto in maniera esemplare alcuni cambiamenti decisivi degli ultimi venticinque anni, declinando le chitarre nei modi e nei tempi dell’elettronica, aprendosi ad una dance intelligente, passando dai club gothic ai grandi festival estivi.  E poi per l’influenza che la loro musica ha avuto su più generazioni di artisti di culto, dai Cure agli U2, dagli Interpol agli Editors.

La storia
Erano quattro ragazzi del giro alternativo di Manchester, divisi tra scuola, negozi di dischi, concerti.  E il 4 giugno 1976, dopo l’esibizione dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall, decisero di cominciare a suonare insieme: in pieno fermento punk, guardavano più indietro, ai Roxy Music, ai T.  Rex, a David Bowie, da cui presero il primo nome, Warsaw.  Verso la fine del 1977, dopo vari cambi di formazione, si ribattezzarono  Joy   Division: così si chiamava la sezione dei lager nazisti dove erano ospitate le prostitute.  Il primo disco con quattro brani fu pubblicato nel maggio del 1978.  Nessuno gridò al miracolo, ma molti furono colpiti dal curioso suono della band, con sezione ritmica in evidenza, chitarre ridotte al minimo, astrusi echi di sintetizzatori, e su tutto la voce baritonale e monotona di Ian Curtis.

Bianco e nero
Unknown Pleasures (1979) è il disco del debutto. Trentotto minuti, dieci sole canzoni, in copertina le pulsazioni di luce di una stella appena scoperta.  L’album è stato appena ripubblicato, rimasterizzato e con l’aggiunta di un cd dal vivo, ma già da anni riviste e siti specializzati lo inseriscono tra i dischi più importanti della storia del rock.  Moby e i Red Hot Chili Peppers hanno ripreso New Dawn Fades, mentre i Cure si sono ispirati a questo album per i giri di basso dei loro brani più famosi, da The Forest in poi.  E i testi: desolati, ossessivi, che raccontano di solitudine e confusione, come accadrà per tutto il movimento gothic, destinato a fiorire qualche anno più tardi.  Intanto i  Joy   Division  si spingono fuori dal Regno unito e tengono concerti anche in Francia, Germania, Olanda.
Il disco riceve critiche positive e vende discretamente, ma Ian Curtis si ritrova sempre più spesso preda di crisi epilettiche e gli spettatori non capiscono se i suoi movimenti frenetici sul palco sono intenzionali o un sintomo della malattia.
Il seguito di Unknown Pleasures viene registrato nel 1980 a Londra: più maturo e ancora più desolato, Closer esce qualche settimana dopo il suicidio di Curtis, che si impicca nella cucina della sua casa di Manchester il 18 maggio, alla vigilia di un tour che avrebbe dovuto far conoscere i  Joy   Division  al pubblico americano.

Parole e immagini
Questa è la storia come la racconta la vedova Deborah Curtis, in un bel libro pubblicato anche in Italia (Così vicino, così lontano.  La storia di Ian Curtis e dei  Joy   Division, Giunti, pp. 240, euro 12), da cui Anton Corbijn, fotografo e regista di video per U2, Depeche Mode, Nick Cave e mille altri, ha tratto un film, Control.  Presentato in anteprima a Cannes, è uscito lo scorso ottobre in tutta Europa, ultimo tassello di un revival che della nostalgia ha poco o niente.  La musica della band ricompare  reincarnata nelle canzoni degli Editors, promettente band scozzese con due begli album alle spalle, nell’art pop dei newyorkesi Interpol, nelle ballate noir dei National, pure americani.  Lui, Ian Curtis, intanto riposa nel paradiso degli eroi rock, accanto a Jim Morrison, Tim e Jeff Buckley, Kurt Cobain.  A ricordarlo, qui sulla terra, una lapide con i versi della sua canzone più famosa: Love will tear us apart, “l’amore ci farà a pezzi”.

Un (altro) libro sull’iPod

22 novembre 2007 Nessun commento

jobsss.jpg

In soli sei anni di vita, l’iPod è passato direttamente dall’infanzia alla storia. Ha venduto oltre cento milioni di esemplari, rivoluzionato l’industria discografica, e da ambitissimo gadget è diventato un’icona culturale, la prima del terzo millennio.
Per tenere il passo dei concorrenti, per anticipare le tendenze della tecnologia, il lettore di file digitali Apple si reinventa continuamente; il suo destino è lo stesso del Faust goethiano: mai star fermo, mai rimpiangere l’attimo appena passato. E allora, il mezzo per raccontarlo può ancora essere la carta, il libro, il discorso consequenziale e argomentato? La risposta di Steve Levy, redattore della sezione tecnologica di Newseek, è in parte negativa, e per questo il suo Semplicemente Perfetto (Sperling & Kupfer, pp. 305, euro 18) si divide in otto capitoli mescolabili a piacere, come i brani del lettore Apple in modalità casuale.

Letto com’è impaginato, ripercorre cronologicamente la storia dell’iPod dai primi prototipi fino al 2006, quando il volume è uscito negli Usa. E rivela, tra l’altro, che nel 1999 il brevetto era proprietà di Compaq, ma l’azienda decise di non metterlo in produzione. Schemi e progetti passarono di mano in mano, per arrivare infine a Cupertino, dove vennero rielaborati per dar vita a quello che divenne in breve tempo il più famoso lettore Mp3. Quando, nel 2004, Hp decise di lanciarsi nel business, strinse un accordo con Steve Jobs e pose il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo, però, aveva inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – stava comprando un oggetto che era stato già suo.
Complesse anche le implicazioni sociali: secondo Levy, ad esempio, la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sarebbe un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare immagini, video, contatti, appuntamenti, note; il guscio di plastica bianca e acciaio diventa così un contenitore di emozioni, con tanto di combinazione segreta per vietarne l’accesso agli estranei. Levy ignora del tutto tale prospettiva, limitandosi solo alla musica e – nelle ultime pagine – al video.
Molto abile nel riassumere in poche battute il fenomeno Napster e la rivoluzione degli Mp3, l’autore sembra poi tenere in poco conto la produzione individuale di contenuti, e dimentica che spesso gli iPod vengono usati anche per registrare le foto del compleanno o i filmini delle vacanze. Dedica parecchio spazio al podcast, una sorta di radio semplice da realizzare e da ascoltare tramite web, approfondisce il successo di iTunes Store, il negozio online di Apple che dal 2003 ha venduto oltre tre miliardi di canzoni e milioni di film e programmi tv, sottolinea giustamente il ruolo di iTunes, il software per computer che permette di trasferire dati sull’iPod.

Ma descrive un sistema che in appena un anno è cambiato radicalmente: oggi su iTunes Store si possono acquistare canzoni senza Drm, leggibili da tutti i lettori, duplicabili e masterizzabili all’infinito, Amazon è entrata nel mercato dei file Mp3 con un catalogo di oltre due milioni di brani, i Radiohead hanno snobbato le case discografiche e venduto direttamente il loro ultimo disco sul web, lasciando decidere il prezzo all’acquirente. E anche l’iPod non è più lo stesso: da tutta la famiglia è scomparso il tipico colore bianco, e il modello più avanzato, lanciato il mese scorso, non ha nemmeno la ghiera cliccabile che ha caratterizzato tutte le versioni precedenti. E che sul libro di Levy c’è ancora, in copertina.

Categorie:Musica, Tech Tag:

Heima, casa

16 novembre 2007 Nessun commento

hima.jpg

Heima, casa. Doppio dvd e doppio cd (Hvarf/Heim) per i Sigur Ros; tra i due, meglio il primo: la musica è in parte la stessa, ma le riprese di Dean DeBlois sono di una bellezza irresistibile, austera e tenera insieme.
Ruscelli e fabbriche abbandonate, mare e ghiaccio, vulcani e caverne: il racconto delle immagini segue quello della musica, tratta da sedici concerti gratuiti tenuti dalla band in Islanda alla fine del tour mondiale di Takk, il loro ultimo disco. Happening gioiosi dall’atmosfera un po’ anni Settanta, feste familiari per bambini, ragazzi, anziani. Tutti ammaliati dai Sigur Ros, che travolgono anche le barriere linguistiche: di rado Jonsi Birgisson canta in islandese, e la maggior parte dei brani sono in “hopelandish”, un linguaggio da lui inventato. Così rimane solo la magia delle canzoni, rarefatte, evocative, lente, che si aprono a volte in improvvise esplosioni di rumore.
Elettronici eppure romantici, folk ma con richiami al rock progressive, i Sigur Ros sono oggi la band islandese più famosa nel mondo, dopo la pioniera Björk. Ed Heima è il loro miglior lavoro, oltre che una delle (poche) uscite da ricordare di questo 2007.

Categorie:Musica Tag:

Basinski a Torino

12 novembre 2007 Nessun commento

Il concerto è finito, si fa un po’ fatica a capirlo, ma poi le luci si accendono e il pubblico si alza. Chi ha resistito alle immagini immobili proiettate sullo schermo dell’auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, chi ha sopportato il caldo e i continui andirivieni degli spettatori, ora sa di aver assistito ad un evento raro. E per questo sono in tanti ad affollarsi intorno a William Basinski, per ringraziarlo e cercare di capire da divenga la magia del concerto appena finito, dove lui, maestro newyorkese dell’elettronica, ha armeggiato per oltre un’ora con un computer e due vecchi registratori a bobine. E’ stato forse il momento più entusiasmante di questo Club To Club.
Affascinante, eppure molto concreto, questo signore di una cinquantina d’anni è tutto vestito di nero e sfoggia una borsona vistosamente marchiata Louis Vuitton. Su Blow Up ricordo di averlo visto in abito da sposa, ma dal vivo non è più effeminato di Davd Sylvian, per dire. Però è americano e meno timido, anzi parla e spiega, lancia qualche sguardo di traverso e direi pure che un po’ ci prova. Mi ha scritto su MySpace due riche un po’ impersonali: “Dear Bruno, It was a great pleasure meeting you! I look forward to coming back to Turin very soon”.

Categorie:Io Tag:

Desired Constellation

Sto riprovando ad ascoltare Medùlla (per il sacd, più che altro): a metà di una canzone mi alzo, giro il manopolone del Lavardin e metto sul Mini. Radioactivity, nella versione bizzarra e divertente inclusa nel disco di Fatboy Slim. Poi ritorno a Björk.

Questo disco non mi è mai piaciuto molto, e soprattutto non mi piace l’assenza pressochè totale di bassi, e la storia del beatbox che riproduce tutti gli strumenti è pure divertente, ma dopo un po’ stanca. Certo, magari nell’inverno buio dell’Islanda funziona pure, perfino a me quando sento questo disco vengono in mente certi cieli bassi di gennaio a Berlino. Comunque, almeno c’è Desired Constellation.

Categorie:Musica Tag: