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Un (altro) libro sull’iPod

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In soli sei anni di vita, l’iPod è passato direttamente dall’infanzia alla storia. Ha venduto oltre cento milioni di esemplari, rivoluzionato l’industria discografica, e da ambitissimo gadget è diventato un’icona culturale, la prima del terzo millennio.
Per tenere il passo dei concorrenti, per anticipare le tendenze della tecnologia, il lettore di file digitali Apple si reinventa continuamente; il suo destino è lo stesso del Faust goethiano: mai star fermo, mai rimpiangere l’attimo appena passato. E allora, il mezzo per raccontarlo può ancora essere la carta, il libro, il discorso consequenziale e argomentato? La risposta di Steve Levy, redattore della sezione tecnologica di Newseek, è in parte negativa, e per questo il suo Semplicemente Perfetto (Sperling & Kupfer, pp. 305, euro 18) si divide in otto capitoli mescolabili a piacere, come i brani del lettore Apple in modalità casuale.

Letto com’è impaginato, ripercorre cronologicamente la storia dell’iPod dai primi prototipi fino al 2006, quando il volume è uscito negli Usa. E rivela, tra l’altro, che nel 1999 il brevetto era proprietà di Compaq, ma l’azienda decise di non metterlo in produzione. Schemi e progetti passarono di mano in mano, per arrivare infine a Cupertino, dove vennero rielaborati per dar vita a quello che divenne in breve tempo il più famoso lettore Mp3. Quando, nel 2004, Hp decise di lanciarsi nel business, strinse un accordo con Steve Jobs e pose il proprio marchio sull’iPod; nel frattempo, però, aveva inglobato Compaq, e quindi – suprema ironia del capitalismo avanzato – stava comprando un oggetto che era stato già suo.
Complesse anche le implicazioni sociali: secondo Levy, ad esempio, la sfera di musica in cui si chiudono i portatori di cuffiette bianche sarebbe un modo di isolarsi e allo stesso tempo di comunicare, segnalando l’appartenenza ad una comunità. Che è in continua espansione, ma rimane sempre vagamente elitaria, a differenza di quanto accadde negli anni Settanta e Ottanta con il Walkman: l’iPod è trendy, ipertecnologico, semplice da usare e permette di portare con sé tutta una vita di canzoni. Ma vi si possono immagazzinare immagini, video, contatti, appuntamenti, note; il guscio di plastica bianca e acciaio diventa così un contenitore di emozioni, con tanto di combinazione segreta per vietarne l’accesso agli estranei. Levy ignora del tutto tale prospettiva, limitandosi solo alla musica e – nelle ultime pagine – al video.
Molto abile nel riassumere in poche battute il fenomeno Napster e la rivoluzione degli Mp3, l’autore sembra poi tenere in poco conto la produzione individuale di contenuti, e dimentica che spesso gli iPod vengono usati anche per registrare le foto del compleanno o i filmini delle vacanze. Dedica parecchio spazio al podcast, una sorta di radio semplice da realizzare e da ascoltare tramite web, approfondisce il successo di iTunes Store, il negozio online di Apple che dal 2003 ha venduto oltre tre miliardi di canzoni e milioni di film e programmi tv, sottolinea giustamente il ruolo di iTunes, il software per computer che permette di trasferire dati sull’iPod.

Ma descrive un sistema che in appena un anno è cambiato radicalmente: oggi su iTunes Store si possono acquistare canzoni senza Drm, leggibili da tutti i lettori, duplicabili e masterizzabili all’infinito, Amazon è entrata nel mercato dei file Mp3 con un catalogo di oltre due milioni di brani, i Radiohead hanno snobbato le case discografiche e venduto direttamente il loro ultimo disco sul web, lasciando decidere il prezzo all’acquirente. E anche l’iPod non è più lo stesso: da tutta la famiglia è scomparso il tipico colore bianco, e il modello più avanzato, lanciato il mese scorso, non ha nemmeno la ghiera cliccabile che ha caratterizzato tutte le versioni precedenti. E che sul libro di Levy c’è ancora, in copertina.

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