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Archivio per dicembre 2007

2007, the year the music died?

28 dicembre 2007 Nessun commento

Il 2007 sarà ricordato come un anno cruciale per le case discografiche, che hanno visto sempre più ridursi i guadagni derivanti dalle vendite di cd e finalmente hanno cominciato a proporre alternative al download illegale.

A gennaio l’Ifpi, l’associazione mondiale delle industrie discografiche, comunica i dati del 2006: il giro d’affari globale della musica sfiora i 20 miliardi di dollari, con un calo del 5 per cento rispetto al 2005, nonostante le vendite digitali siano quasi raddoppiate, attestandosi intorno all’11 per cento. A febbraio Steve Jobs pubblica sul sito di Apple la lettera aperta «Considerazioni sulla musica»: propone di abolire il Drm, il sistema di controllo dei diritti adottato da quasi tutti i distributori di musica online, e consentire l’ascolto dei brani acquistati su iTunes Store con tutti i riproduttori digitali, non solo con gli iPod. Due mesi dopo, la svolta: Apple comincia a vendere senza protezioni brani del catalogo Emi. Intanto in Inghilterra, Prince regala il suo ultimo album ai lettori del Sun e Madonna lascia la Warner per firmare un contratto da 120 milioni di dollari con un organizzatore di concerti. Un altro scossone arriva ad ottobre dai Radiohead, che lanciano In Rainbows solo sul web in cambio di un’offerta libera. E ancora a internet si rivolgono Trent Reznor dei Nine Inch Nails e Kristin Hersh. A novembre Universal annuncia un accordo con Nokia per distribuire musica sui telefonini, qualche giorno fa Warner rilascia il suo catalogo digitale senza protezioni sul Amazon.com, che nel frattempo ha aggiunto alla musica in cd anche il servizio di vendita di Mp3.

Non è la fine dell’industria del disco, ma di un business sempre meno redditizio, come  nota David Byrne in un lungo articolo su Wired. L’ex leader dei Talking Heads identifica sei tipi di relazioni tra artista ed etichetta: vanno dalla delega totale delle strategie commerciali (è il caso Robbie Williams) all’assoluta indipendenza. Tutti i modelli sono validi, e possono combinarsi tra loro per generarne altri, ma – rileva Byrne, «quello che sta per finire è il mercato del cd in custodie di plastica, non la musica».

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Tre donne

16 dicembre 2007 Nessun commento

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Le case discgrafiche puntano sulle donne, e magari non giovanissime? Pare di sì, ma la scommessa forse si è già chiusa, e non sembra una vittoria per le veterane del rock. Negli ultimi mesi del 2007 sono usciti tre album importanti, sia pure poco fortunati. Se ad esempio perfino lo snobbissimo sito Pitchfork ha salutato Mantaray di Siouxsie come “un successo”, certo non si può dire che le classifiche abbiano premiato l’esordio solista della diva oscura del punk. Anche all’epoca della sua massima popolarità con i Banshees, del resto, c’era chi diceva che sarebbe rimasta nella storia della cosmesi per l’abuso di ombretto ed eye-liner, e non in quella della musica, nonostante qualche brano grazioso (Hong Kong Garden su tutti), un bel disco di cover (Through the Looking Glass) e un capolavoro del genere gothic (Israel). E invece, a cinquant’anni, lei divorzia dal marito, cambia truccatore e incide un album di canzoni sempre un po’ dark, ma più sensuali, più leggere, più vicine al pop. Non è in vetta alla top ten? Pazienza, le tappe del tour europeo sono tutte esaurite, e musicisti come Scissor Sisters, U2 e Red Hot Chili Peppers la citano tra le loro fonti d’ispirazione.
Qualche settimana dopo, PJ Harvey pubblica il suo ottavo disco, White Chalk. Anche qui, molto dark, ma con qualche differenza: c’è aria di Inghilterra elisabettiana, di vecchie case in campagna, di inquietanti presenze nascoste nell’ombra. Così, a trentott’anni, PJ Harvey abbandona definitivamente il rock e i toni rauchi dei primi lavori, s’inventa una nuova voce in falsetto e pubblica quello che forse è il miglior album della sua carriera. Difficile e cupo, White Chalk arriva comunque all’undicesimo posto nelle classifica dei dischi più venduti nel Regno unito.
All’inizio di ottobre arriva Annie Lennox, con un album ricco di buone intenzioni e di ospiti importanti, ma forse povero di ispirazione: Songs of Mass Destruction sfiora la settima posizione della top ten inglese, poi scivola sempre più in basso. Nel 1992, con Diva, il suo debutto come solista, l’ex cantante degli Eurythmics aveva venduto quindici milioni di copie in tutto il mondo. Oggi sembra che rischi di essere licenziata dalla Sony-Bmg.

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Monsieur Jarre

12 dicembre 2007 Nessun commento

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Ho incontrato Jean Michel Jarre a San Babila, nella sede della Emi. Ero perplesso, io sono sempre stato più dalla parte di Eno e dei Kraftwerk e i suoi fuochi di artificio e quei synth banalotti mi sono sembrati un po’ pacchiani ogni volta che ho provato ad ascoltarli, però ho scoperto una persona cordiale e intelligente, uno senza spocchia e con le idee chiare. Gran bella conversazione, durata il doppio del previsto: ci risentiremo, ha detto.

Oxygéne, uscito nel 1977, è uno dei dischi più famosi di musica elettronica. Lei ne ha registrato una nuova versione dieci anni fa: perché tornarci di nuovo, ora?
“C’è una profonda differenza tra Oxygéne 7-13 del 1997 e questa versione. In quel caso si trattava di una continuazione della composizione originale, concepita unitariamente, ma divisa in più parti perché non era possibile inciderla nella facciata di un Lp. Questa nuova versione è in realtà la prima, suonata dal vivo con gli stessi strumenti, senza sovrapposizioni o ritocchi; un’esecuzione filologica, solo che al posto di Stradivari e clavicembali adoperiamo sintetizzatori. Una differenza, però, c’è: stavolta abbiamo usato il mio studio, mentre trent’anni fa Oxygéne fu registrata in cucina”.

In che misura la sua musica è cambiata con il progresso delle tecnologie?
“Non necessariamente l’ultimo strumento è migliore di quelli di trent’anni fa, e il suono caldo del Moog e dei primi sintetizzatori per me rimane ineguagliato, anche se qualcuno, come i Kraftwerk, ha cercato di ricrearlo al computer. Ma questo implica una fiducia totale nel progresso, che mi pare nascondere un’esaltazione fine a se stessa. Il mio approccio è più caldo, ma anche più scettico: la macchina è un mezzo per un fine, non m’interessa un’estetica in cui la tecnologia abbia un ruolo indipendente dall’ispirazione”.

E perché Live in your living room?
“Il dvd è registrato con una tecnica particolare che dà allo spettatore l’impressione che io e gli altri esecutori siamo fisicamente presenti nella stanza. E’ quello che intendo per tecnologia: qualcosa che avvicina, che rende il contatto tra le persone più semplice”.

Con Musique pour Supermarchè lei fu tra i primi a condannare lo strapotere delle case discografiche. Incise il disco in una sola copia, che fu trasmessa per intero alla radio, e invitò i fan a registrarlo, poi vendette il disco all’asta. Oggi che è il portavoce dell’Ifpi (l’associazione che riunisce le case discografiche di tutto il mondo), cosa pensa dell’idea dei Radiohead di offrire il loro ultimo album a prezzo libero sul web?

“Sono molto lieto di poterne parlare. Penso che non abbiamo davvero bisogno dell’atteggiamento neo hippy di Thom Yorke e compagni: vendono milioni di dischi e possono permettersi di distribuire in questo modo le loro canzoni, ma così diffondono l’idea che anche per chi comincia sia facile usare il web e diventare famosi. Sbagliano, perché nelle case discografiche ci sono persone appassionate e competenti, che fanno il loro lavoro molto bene. Da artista dico che il mio compito è concentrarmi su quello che scrivo, non su come commercializzarlo. L’iniziativa dei Radiohead è un’eccellente forma di marketing, ma contribuisce a diminuire il valore percepito della musica, portando la gente all’idea che pensare e produrre un disco costi poco e quindi sia giusto pagarlo poco. Invece le opere dell’ingegno vanno difese e tutelate: non è immaginabile, ad esempio, che sia lasciato ai lettori decidere quanto pagare il giornale che stanno leggendo”.

Lei rappresenta il lato più pop e spettacolare della musica elettronica, sempre snobbato dai fan di Brian Eno, di Laurie Anderson, dei Can, degli stessi Kraftwerk. E così anche ora?

“Non è mai stato un problema per me. Sono stato allievo di Pierre Schaeffer e ho conosciuto la musica elettronica assai prima delle invenzioni di Brian Eno. In Francia le avevamo già, e lui ci è arrivato dopo, anche se per vie diverse. Mi piace molto lavorare con Laurie Anderson, anche se non la sento più tanto spesso da quando è diventata la signora Lou Reed. Can e Kraftwerk invece li trovo freddi, mi piace la musica che respira e la loro spesso ha il fiato corto”.

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Daft but still alive

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Pareva finita, la musica elettronica. Poche idee, dischi noiosi e ripetitivi: sembrava che dopo i rave e le classifiche fosse già tempo di serie economiche e raccolte nostalgiche. E invece si è riciclata, puntando su live, sui grandi e piccoli eventi, tornando all’inizio degli anni Novanta, quando risuonava in ogni party e in ogni festa. Solo che oggi è impossibile fare a meno di un sostanzioso supporto visivo, e così sia i redivivi Kraftwerk, sia i più giovani Chemical Brothers allestiscono spettacoli multimediali, dove la musica è solo uno degli ingredienti.
Lo stesso vale per i Daft Punk, di cui si ricorda una formidabile esibizione a Torino quest’estate nell’ambito del Traffic Festival. Chi c’era apprezzerà senz’altro Alive, disco che non aggiunge granchè a pietre miliari del duo francese come Homework o Discovery, ma fa sembrare eccellenti anche i brani non memorabili dell’ultimo Human After All. Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo concentrano quindici anni di elettronica in poco più di un’ora e dieci minuti: i loro successi ci sono tutti, da Around The World a Technologic, però col palco piramidale e i giochi di luci funzionavano meglio.

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Kylie?

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Torna Kylie Minogue, la diva tascabile che nel 2001 conquistò milioni di persone in tutto il mondo con un «lallalà-lallalallà». Torna dopo un tumore al seno che l’ha costretta ad una lunga pausa, e oggi è pericolosamente prossima ai quarant’anni. Questo non è problema, come insegna Madonna: è semmai che il miracolo di Can’t get you out of My Head è difficile da ripetere. Anche perché per la cantante australiana segnava già una nuova carriera, dopo i successi banalotti degli anni Ottanta e il periodo un po’ defilato dei Novanta, in cui comunque non mancò di duettare con Nick Cave.
Certo, nel suo decimo album appena uscito e intitolato X, qualche canzone intrigante c’è, ma manca un’idea che gli doni omogeneità di stile e di suono. Così in un brano sembra di ascoltare Gwen Stefani (Heart Beat Rock), in un altro (Nu-di-ty) Britney Spears: non è questo che i fan si aspettano dalla principessa impossibile del pop. In lei cercano piuttosto quel mix di nostalgia e sensualità che si respira in Like a Drug, qualche citazione d’antan (come il sample di Gainsbourg in Sensitized), o l’ennesimo singolo perfetto per classifiche e discoteche. Che c’è anche stavolta: è 2 Hearts. Solo, dov’è finita White Diamonds, la canzone degli Scissor Sisters che ho ascoltato l’anno scorso dal vivo?

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