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Monsieur Jarre

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Ho incontrato Jean Michel Jarre a San Babila, nella sede della Emi. Ero perplesso, io sono sempre stato più dalla parte di Eno e dei Kraftwerk e i suoi fuochi di artificio e quei synth banalotti mi sono sembrati un po’ pacchiani ogni volta che ho provato ad ascoltarli, però ho scoperto una persona cordiale e intelligente, uno senza spocchia e con le idee chiare. Gran bella conversazione, durata il doppio del previsto: ci risentiremo, ha detto.

Oxygéne, uscito nel 1977, è uno dei dischi più famosi di musica elettronica. Lei ne ha registrato una nuova versione dieci anni fa: perché tornarci di nuovo, ora?
“C’è una profonda differenza tra Oxygéne 7-13 del 1997 e questa versione. In quel caso si trattava di una continuazione della composizione originale, concepita unitariamente, ma divisa in più parti perché non era possibile inciderla nella facciata di un Lp. Questa nuova versione è in realtà la prima, suonata dal vivo con gli stessi strumenti, senza sovrapposizioni o ritocchi; un’esecuzione filologica, solo che al posto di Stradivari e clavicembali adoperiamo sintetizzatori. Una differenza, però, c’è: stavolta abbiamo usato il mio studio, mentre trent’anni fa Oxygéne fu registrata in cucina”.

In che misura la sua musica è cambiata con il progresso delle tecnologie?
“Non necessariamente l’ultimo strumento è migliore di quelli di trent’anni fa, e il suono caldo del Moog e dei primi sintetizzatori per me rimane ineguagliato, anche se qualcuno, come i Kraftwerk, ha cercato di ricrearlo al computer. Ma questo implica una fiducia totale nel progresso, che mi pare nascondere un’esaltazione fine a se stessa. Il mio approccio è più caldo, ma anche più scettico: la macchina è un mezzo per un fine, non m’interessa un’estetica in cui la tecnologia abbia un ruolo indipendente dall’ispirazione”.

E perché Live in your living room?
“Il dvd è registrato con una tecnica particolare che dà allo spettatore l’impressione che io e gli altri esecutori siamo fisicamente presenti nella stanza. E’ quello che intendo per tecnologia: qualcosa che avvicina, che rende il contatto tra le persone più semplice”.

Con Musique pour Supermarchè lei fu tra i primi a condannare lo strapotere delle case discografiche. Incise il disco in una sola copia, che fu trasmessa per intero alla radio, e invitò i fan a registrarlo, poi vendette il disco all’asta. Oggi che è il portavoce dell’Ifpi (l’associazione che riunisce le case discografiche di tutto il mondo), cosa pensa dell’idea dei Radiohead di offrire il loro ultimo album a prezzo libero sul web?

“Sono molto lieto di poterne parlare. Penso che non abbiamo davvero bisogno dell’atteggiamento neo hippy di Thom Yorke e compagni: vendono milioni di dischi e possono permettersi di distribuire in questo modo le loro canzoni, ma così diffondono l’idea che anche per chi comincia sia facile usare il web e diventare famosi. Sbagliano, perché nelle case discografiche ci sono persone appassionate e competenti, che fanno il loro lavoro molto bene. Da artista dico che il mio compito è concentrarmi su quello che scrivo, non su come commercializzarlo. L’iniziativa dei Radiohead è un’eccellente forma di marketing, ma contribuisce a diminuire il valore percepito della musica, portando la gente all’idea che pensare e produrre un disco costi poco e quindi sia giusto pagarlo poco. Invece le opere dell’ingegno vanno difese e tutelate: non è immaginabile, ad esempio, che sia lasciato ai lettori decidere quanto pagare il giornale che stanno leggendo”.

Lei rappresenta il lato più pop e spettacolare della musica elettronica, sempre snobbato dai fan di Brian Eno, di Laurie Anderson, dei Can, degli stessi Kraftwerk. E così anche ora?

“Non è mai stato un problema per me. Sono stato allievo di Pierre Schaeffer e ho conosciuto la musica elettronica assai prima delle invenzioni di Brian Eno. In Francia le avevamo già, e lui ci è arrivato dopo, anche se per vie diverse. Mi piace molto lavorare con Laurie Anderson, anche se non la sento più tanto spesso da quando è diventata la signora Lou Reed. Can e Kraftwerk invece li trovo freddi, mi piace la musica che respira e la loro spesso ha il fiato corto”.

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