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2007, the year the music died?

Il 2007 sarà ricordato come un anno cruciale per le case discografiche, che hanno visto sempre più ridursi i guadagni derivanti dalle vendite di cd e finalmente hanno cominciato a proporre alternative al download illegale.

A gennaio l’Ifpi, l’associazione mondiale delle industrie discografiche, comunica i dati del 2006: il giro d’affari globale della musica sfiora i 20 miliardi di dollari, con un calo del 5 per cento rispetto al 2005, nonostante le vendite digitali siano quasi raddoppiate, attestandosi intorno all’11 per cento. A febbraio Steve Jobs pubblica sul sito di Apple la lettera aperta «Considerazioni sulla musica»: propone di abolire il Drm, il sistema di controllo dei diritti adottato da quasi tutti i distributori di musica online, e consentire l’ascolto dei brani acquistati su iTunes Store con tutti i riproduttori digitali, non solo con gli iPod. Due mesi dopo, la svolta: Apple comincia a vendere senza protezioni brani del catalogo Emi. Intanto in Inghilterra, Prince regala il suo ultimo album ai lettori del Sun e Madonna lascia la Warner per firmare un contratto da 120 milioni di dollari con un organizzatore di concerti. Un altro scossone arriva ad ottobre dai Radiohead, che lanciano In Rainbows solo sul web in cambio di un’offerta libera. E ancora a internet si rivolgono Trent Reznor dei Nine Inch Nails e Kristin Hersh. A novembre Universal annuncia un accordo con Nokia per distribuire musica sui telefonini, qualche giorno fa Warner rilascia il suo catalogo digitale senza protezioni sul Amazon.com, che nel frattempo ha aggiunto alla musica in cd anche il servizio di vendita di Mp3.

Non è la fine dell’industria del disco, ma di un business sempre meno redditizio, come  nota David Byrne in un lungo articolo su Wired. L’ex leader dei Talking Heads identifica sei tipi di relazioni tra artista ed etichetta: vanno dalla delega totale delle strategie commerciali (è il caso Robbie Williams) all’assoluta indipendenza. Tutti i modelli sono validi, e possono combinarsi tra loro per generarne altri, ma – rileva Byrne, «quello che sta per finire è il mercato del cd in custodie di plastica, non la musica».

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