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Archivio per gennaio 2008

Nick Cave, impiegato e musicista

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«E’vero che aveva cercato di fare un disco acustico, ma poi è venuto fuori Dig Lazarus Dig!!!, come fosse un errore di percorso?» «Le case discografiche dicono solo stronzate», risponde Nick Cave. «Abbiamo cercato di fare un disco con molte chitarre, aggressivo, gioioso, con tanto rumore ed effetti sovrapposti, ed è proprio quello che è venuto fuori: un rumore pieno di gioia». Così il rocker australiano descrive il quattordicesimo disco con i Bad Seeds, in uscita fra un mese: undici canzoni affollate di eroi biblici (Lazzaro, appunto), e icone moderne (Marilyn e Houdini, tra le altre).

Incontra i giornalisti a Milano con un abito gessato nero, camicia bianca dal colletto aperto sul petto, occhiali da sole fumé, folti baffi spioventi. Il più letterato dei musicisti moderni, il raffinato autore di canzoni per Marianne Faithfull, il più cupo dei personaggi che hanno affollato l’universo rock negli ultimi due decenni è vestito come un protettore di prostitute degli anni Settanta. Si diverte a dare risposte argute, giocando sul sottile confine che separa Nick Cave dal suo mito: oggi ha cinquant’anni, e a chi gli chiede se a venti – in pieno fervore punk – avrebbe immaginato di scrivere un album come Dig Lazarus Dig!!! (con tre punti esclamativi), spiega che allora «nemmeno avrebbe immaginato di arrivarci, a quest’età». E aggiunge: «Oggi mi diverto di più a suonare, ma i miei testi sono più arrabbiati». Lui, ripulito da droga ed alcol, i capelli lunghi ormai un po’ radi, conserva immutato il suo fascino oscuro. Ha sepolto nei dischi le donne che hanno attraversato la sua vita («Non voglio riascoltare The Boatman’s Call perché ci sono troppe presenze femminili», spiega), è padre di due figli in giro per il mondo e vive a Brighton, Inghilterra con la modella Suzie Bick, che sette anni fa gli ha dato due gemelli . «Buona parte del disco è stata composta usando il loro piano giocattolo», racconta. «L’ho usato perché è interessante comporre usando uno strumento nuovo, con cui non ho familiarità, e poi volevo evitare che questo disco suonasse come gli ultimi quattro o cinque, dove domina il pianoforte. Stavolta il contributo dei Bad Seeds è stato molto importante, hanno scritto almeno un terzo della musica. Non sarei nessuno senza di loro».

Finge di asciugarsi una lacrima quando accenna a Blixa Bargeld, che ha lasciato la band qualche anno fa, dopo decenni di militanza: “Mi manca ancora”, confessa. E poi racconta del suo rapporto con Warren Ellis, entrato nei Bad Seeds al posto del chitarrista tedesco; con lui ha composto la colonna sonora di The Assassination Of Jesse James, il western gotico diretto da Andrew Dominik con Brad Pitt protagonista. «Abbiamo scritto molta musica, ma solo una piccola parte è finita nel film, perché il regista ha preferito limitarsi ad alcuni temi ripetuti più volte. Al film ha dato un’atmosfera ipnotica, ma le cose più interessanti sono sul cd, che credo sia un album davvero molto bello».

Cave racconta di essere molto impegnato, di scrivere ogni giorno, di avere in cantiere un nuovo romanzo molto diverso da And The Ass Saw The Angel, e spiega che sta già lavorando al nuovo disco dei Grindermen, il progetto parallelo che lo vede impegnato insieme ad alcuni membri dei Bad Seeds. Intanto non perde di vista il cinema; non come attore, anche se è comparso in vari film di Wenders: «Mi hanno fatto molte proposte, ma non fa per me, è un lavoro incredibilmente noioso, a meno che tu non sia Heath Ledger». Tra una prefazione ai Vangeli e un libro di poesie, ha avuto il tempo di scrivere la sceneggiatura per un bizzarro western australiano, The Proposition, e su consiglio dell’amico Russel Crowe, ha proposto a Ridley Scott un sequel del Gladiatore. Com’è andata? «E finito nel suo cestino della carta straccia».

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Eee, mi si è ristretto il pc!

28 gennaio 2008 2 commenti

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Le righe che seguono sono state scritte su un computer portatile da 299 euro, usando software open source sia per ilword processing sia per navigare su Internet. L’apparecchio si chiama Eee (Easy to learn, Easy to work, Easy to play) è prodotto dall’Asus e da pochi giorni è disponibile anche Italia. Piccolo, leggero, disponibile in 5 colori, negli Usa è stato uno dei regali più richiesti a Natale.

Non è un giocattolo, anche se con la tastiera ridotta e lo schermo da soli 7 pollici sembra un computer per bambini. Invece può utilizzarlo con profitto anche un adulto, dov’è necessario un apparecchio compatto e robusto, con buone caratteristiche multimediali.

La prima schermata presenta vari pannelli con i possibili usi del pc: Internet, lavoro, cultura, svago, più due destinati alle impostazioni personalizzate e alle scorciatoie più frequenti. Ci sono giochi, un registratore vocale, Skype (che permette le videochiamate grazie alla webcam integrata), ma non mancano una completa suite office (OpenOffice in italiano), programmi per disegnare e ritoccare immagini.

La grafica del sistema operativo e dei programmi è ispirata a Windows e quindi anche chi non ha mai usato Linux si abituerà in fretta. Il vantaggio è però evidente nelle prestazioni: nonostante la ridotta potenza del processore Intel Celeron e la non eccelsa dotazione di memoria ram, l’Eee è abbastanza veloce ed è possibile adoperare più programmi contemporaneamente. E per chi volesse è possibile installare Windows Xp.

La connessione wifi è buona, solo discreta invece la durata della batteria, che supera a stento le due ore. Ben leggibile lo schermo, migliorabili la trackpad e il tasto. Ottima la dotazione di connessioni, con tre porte Usb, ethernet, display esterno e un lettore di schede di memoria. E’ possibile collegare hard disk esterni o chiavette di memoria per aumentare la capacità di archiviazione, limitata ad un disco rigido interno a stato solido da 4 o 8 GB.

Asus è arrivata prima degli altri (e sta già pensando di lanciare una linea di prodotti marchiati Eee, tra cui anche una tv), ma la concorrenza è agguerritissima e un po’ tutti i produttori di computer stanno presentando i propri microcomputer: nel 2008 il pc va di moda piccolissimo. 

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Dei Morcheeba e del tempo che passa

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Il trip hop è finito da anni, e gli unici a non averlo capito pare siano i Morcheeba, che anche quando il genere era in cima a tutte le classifiche sfornavano dischi di un pop leggerino e innocuo, che forse vendeva più di Massive Attack e Portishead, ma che certo non è rimasto nella storia della musica.

E oggi chi ricorda la band inglese per Rome Wasn’t Built in A Day (2000), con la bella voce della cantante Skye, con ogni probabilità rimarrà deluso dall’ultimo Dive Deep, che segue il flop del precedente The Antidote (2005). Il nuovo lavoro dei fratelli Godfrey uscirà solo fra qualche giorno ed è già vecchio: melodie trite, arrangiamenti mielosi, suoni ascoltati mille volte, una sfilza di ospiti pescati su MySpace e YouTube, ma nulla che assomigli all’ispirazione.

Undici canzoni (di cui una in francese), dove si susseguono voci maschili e femminili, con qualche richiamo folk e un pizzico di soul; tuttavia l’album non decolla mai davvero. Così il momento migliore è One Love Karma, che ricorda fin nel titolo un brano dei Massive Attack. Però Karmacoma è uscito nel 1994, quando i Morcheeba ancora non esistevano.

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Emi, la voce (grossa) del padrone

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I cd non vendono? Via duemila posti di lavoro. Le star fanno flop? Licenziate. E’ una cura radicale, quella avviata da Guy Hands, numero uno del gruppo di private equity Terra Firma che lo scorso anno ha acquistato la Emi, terza più importante multinazionale del disco. I primi effetti si vedono già: il prossimo disco dei Rolling Stones, Shine a Light, colonna sonora del film-documentario diretto da Martin Scorsese, uscirà a marzo con la Universal.

Pietre rotolanti
Mick Jagger e compagni hanno debuttato nel 1963 e sono tra le band più longeve in circolazione, ma rimangono una garanzia dal punto di vista finanziario: il loro ultimo tour ha incassato oltre 300 milioni di euro, polverizzando il precedente record degli U2 (180 milioni). E nei primi cinque tour più fortunati di tutti i tempi, compaiono anche al terzo e quarto posto. Oggi i Rolling Stones sono legati alla Emi da un contratto quinquennale da 21 milioni di euro che scade a maggio, cosi stanno valutando le possibili alternative; una è appunto Universal, che detiene i diritti dei primi album della band. Ma, oltre che un pezzo di storia del rock, Jagger è uno scaltro uomo d’affari: qualche anno fa ha venduto a Microsoft i diritti di Start Me Up per la campagna di Windows 95 (6 milioni di sterline, al cambio attuale 9 milioni di euro), e nelle trattative ha puntato i piedi sul catalogo storico, che contiene capolavori come Exile on Main Street e Sticky Fingers. Dall’altra parte, Guy Hands pare abbia proposto una forte riduzione degli anticipi e una percentuale sulle vendite degli album, per tutelarsi da possibili insuccessi.

Scelte sbagliate
E la storia recente della Emi è costellata di fallimenti e defezioni: il più clamoroso è stato quello di Mariah Carey, la burrosa diva americana strappata alla Sony nel 2001 per una cifra mai dichiarata. Dopo le vendite scarse di Glitter, il primo album per l’etichetta inglese, il contratto è stato rescisso amichevolmente, con 28 milioni di dollari di buonuscita. Che, aggiunti ai 20 milioni di anticipo, portano a 48 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa per un solo disco.
E poi i Radiohead: il contratto non è stato rinnovato perché Hands ha offerto un terzo di quanto la band aveva chiesto, così i cinque di Oxford hanno lanciato In Rainbows come album solo digitale, a prezzo libero, e poi lo hanno pubblicato regolarmente in cd con un’etichetta indipendente. Ora è in cima alle top ten in numerosi Paesi, tra cui Usa e Regno unito. E ancora, Paul McCartney, ha lasciato di recente l’etichetta, definendola “noiosa”, e anche i Verve, che dieci anni dopo Bittersweet Symphony si sono riformati e hanno inciso un nuovo disco. “La Emi è in crisi finanziaria e di immagine – ha dichiarato il loro manager – perchè dovremmo continuare con loro?” E ora nel catalogo Emi i nomi più importanti (e più redditizi) appartengono al passato, dai Beatles ai Queen, dai Pink Floyd a Maria Callas, mentre nelle tante etichette via via inglobate dal gruppo ci sono musicisti come Depeche Mode, Nick Cave, Kraftwerk, Gorillaz.

Sciopero
Peccato, perché la storica etichetta inglese ci ha provato, ad avvicinarsi al mondo digitale, cercando di rincorrere un mercato i cui modelli di business cambiano velocemente: è stata la prima major a rinunciare ai Drm, mettendo in vendita brani che finalmente possono essere copiati, masterizzati e riprodotti senza limiti. Ma gli introiti del download legale, tuttora ridicoli se confrontati a quello della pirateria sul web, non bastano a compensare il crollo delle vendite dei cd. Tutte le multinazionali della musica ne hanno risentito, ma la Emi è stata quella che ha registrato le perdite peggiori, così è arrivata la decisione di Hands: tagliare un terzo dei posti (ci sono stati esuberi anche in Italia) e rivedere i rapporti con le star. A rischio, ad esempio, è il rapporto con Kylie Minogue, il cui ultimo album X non vende abbastanza, ma traballa pure la sofisticata Norah Jones. I Coldplay, che hanno un disco in uscita entro l’anno, hanno espresso perplessità sull’operato del manager, Robbie Williams si è addirittura messo in sciopero, come un operaio in attesa di rinnovo contrattuale. Il suo accordo (120 milioni di euro) prevede un altro album, ma l’ex Take That ha interrotto le registrazioni e il suo portavoce ha definito Hands uno “schiavista”. La risposta non si è fatta attendere: un milione di copie invendute di Rudebox finiranno in Cina, dove custodie e dischetti saranno frantumati e riciclati per pavimentare strade.

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Nick Cave e Jesse James

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Il nuovo album, Dig Lazarus Dig!!!, uscirà solo a marzo, ma per i fan di Nick Cave c’è comunque un motivo per correre in negozio o smanettare su iTunes: è la colonna sonora di The Assassination Of Jesse James by The Coward Robert Ford, il cupo western diretto da Andrew Dominik con Brad Pitt protagonista. Sono tutti elegantissimi, in questo film, e le immagini sono di un estetismo raffinato, decadente, molto gothic: è sempre buio, e anche quando il sole c’è, la luce è fredda, bluastra, livida.
La musica: in compagnia del fido collaboratore Warren Ellis, Cave firma 14 brani, in totale poco più di 40 minuti sospesi tra terra e cielo, tra sogno e incubo. E’ il secondo film interamente musicato dai due: il primo, scritto dallo stesso Cave e ambientato in Australia, era pure un western. Se la colonna sonora di The Proposition includeva qualche canzone inedita, quella di The Assassination è interamente strumentale, con accordi e linee melodiche che si rincorrono e si ripetono. Certo, ascoltando Cowgirl si capisce che mancano solo le parole per diventare una sontuosa ballata (e si nota qualche eco di Your Funeral My Trial ), mentre per il resto dell’album i due si muovono tra strumenti acustici come piano e xilofono, con arrangiamenti orchestrali mai scontati. Anche Song For Bob, come dice il titolo, potrebbe essere una canzone, ma l’assenza della voce di Cave rende tutto più vago e accresce il senso di inquietudine. Che il rocker australiano sia ancora un maestro delle parole si evince comunque anche solo dai titoli: con la sua consueta ironia noir, ha chiamato Carnival il brano più triste dell’album.

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