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Emi, la voce (grossa) del padrone

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I cd non vendono? Via duemila posti di lavoro. Le star fanno flop? Licenziate. E’ una cura radicale, quella avviata da Guy Hands, numero uno del gruppo di private equity Terra Firma che lo scorso anno ha acquistato la Emi, terza più importante multinazionale del disco. I primi effetti si vedono già: il prossimo disco dei Rolling Stones, Shine a Light, colonna sonora del film-documentario diretto da Martin Scorsese, uscirà a marzo con la Universal.

Pietre rotolanti
Mick Jagger e compagni hanno debuttato nel 1963 e sono tra le band più longeve in circolazione, ma rimangono una garanzia dal punto di vista finanziario: il loro ultimo tour ha incassato oltre 300 milioni di euro, polverizzando il precedente record degli U2 (180 milioni). E nei primi cinque tour più fortunati di tutti i tempi, compaiono anche al terzo e quarto posto. Oggi i Rolling Stones sono legati alla Emi da un contratto quinquennale da 21 milioni di euro che scade a maggio, cosi stanno valutando le possibili alternative; una è appunto Universal, che detiene i diritti dei primi album della band. Ma, oltre che un pezzo di storia del rock, Jagger è uno scaltro uomo d’affari: qualche anno fa ha venduto a Microsoft i diritti di Start Me Up per la campagna di Windows 95 (6 milioni di sterline, al cambio attuale 9 milioni di euro), e nelle trattative ha puntato i piedi sul catalogo storico, che contiene capolavori come Exile on Main Street e Sticky Fingers. Dall’altra parte, Guy Hands pare abbia proposto una forte riduzione degli anticipi e una percentuale sulle vendite degli album, per tutelarsi da possibili insuccessi.

Scelte sbagliate
E la storia recente della Emi è costellata di fallimenti e defezioni: il più clamoroso è stato quello di Mariah Carey, la burrosa diva americana strappata alla Sony nel 2001 per una cifra mai dichiarata. Dopo le vendite scarse di Glitter, il primo album per l’etichetta inglese, il contratto è stato rescisso amichevolmente, con 28 milioni di dollari di buonuscita. Che, aggiunti ai 20 milioni di anticipo, portano a 48 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa per un solo disco.
E poi i Radiohead: il contratto non è stato rinnovato perché Hands ha offerto un terzo di quanto la band aveva chiesto, così i cinque di Oxford hanno lanciato In Rainbows come album solo digitale, a prezzo libero, e poi lo hanno pubblicato regolarmente in cd con un’etichetta indipendente. Ora è in cima alle top ten in numerosi Paesi, tra cui Usa e Regno unito. E ancora, Paul McCartney, ha lasciato di recente l’etichetta, definendola “noiosa”, e anche i Verve, che dieci anni dopo Bittersweet Symphony si sono riformati e hanno inciso un nuovo disco. “La Emi è in crisi finanziaria e di immagine – ha dichiarato il loro manager – perchè dovremmo continuare con loro?” E ora nel catalogo Emi i nomi più importanti (e più redditizi) appartengono al passato, dai Beatles ai Queen, dai Pink Floyd a Maria Callas, mentre nelle tante etichette via via inglobate dal gruppo ci sono musicisti come Depeche Mode, Nick Cave, Kraftwerk, Gorillaz.

Sciopero
Peccato, perché la storica etichetta inglese ci ha provato, ad avvicinarsi al mondo digitale, cercando di rincorrere un mercato i cui modelli di business cambiano velocemente: è stata la prima major a rinunciare ai Drm, mettendo in vendita brani che finalmente possono essere copiati, masterizzati e riprodotti senza limiti. Ma gli introiti del download legale, tuttora ridicoli se confrontati a quello della pirateria sul web, non bastano a compensare il crollo delle vendite dei cd. Tutte le multinazionali della musica ne hanno risentito, ma la Emi è stata quella che ha registrato le perdite peggiori, così è arrivata la decisione di Hands: tagliare un terzo dei posti (ci sono stati esuberi anche in Italia) e rivedere i rapporti con le star. A rischio, ad esempio, è il rapporto con Kylie Minogue, il cui ultimo album X non vende abbastanza, ma traballa pure la sofisticata Norah Jones. I Coldplay, che hanno un disco in uscita entro l’anno, hanno espresso perplessità sull’operato del manager, Robbie Williams si è addirittura messo in sciopero, come un operaio in attesa di rinnovo contrattuale. Il suo accordo (120 milioni di euro) prevede un altro album, ma l’ex Take That ha interrotto le registrazioni e il suo portavoce ha definito Hands uno “schiavista”. La risposta non si è fatta attendere: un milione di copie invendute di Rudebox finiranno in Cina, dove custodie e dischetti saranno frantumati e riciclati per pavimentare strade.

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