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Archivio per gennaio 2008

Gadget o rivoluzione?

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Al Consumer Electronic Show, la più grande fiera mondiale dell’elettronica di consumo che si è chiusa da pochi giorni a Las Vegas, la vera star quest’anno era una piccola tv presentata da Sony. Sottilissima (appena 3 millimetri), la nuova meraviglia della casa giapponese con i suoi 11 pollici è poco più di un grazioso gadget, visto che altri produttori hanno continuato la battaglia delle dimensioni, arrivando a proporre schermi da 108 pollici. La novità è nella tecnologia Oled (Organic Light Emitting Diode), che garantisce nitidezza e contrasto eccezionali e un consumo di energia elettrica ridottissimo.
Così Sony introduce sul mercato una tecnologia che molti concorrenti considerano promettente ma ancora da perfezionare: in fase di produzione sono elevate le percentuali di schermi difettosi, nel montaggio bisogna garantire una totale impermeabilizzazione perché sono sensibili all’umidità, e infine non si hanno dati certi sulla loro durata nel tempo. Per questi motivi, finora, gli Oled sono stati adottati solo su alcuni telefonini, apparecchi destinati comunque ad essere sostituiti in pochi mesi.
In più c’è il costo: 2500 dollari, una cifra con cui negli Usa è possibile acquistare televisori a schermo piatto da 50 e passa pollici, sia Lcd che al plasma. Per questo gli altri grandi dell’intrattenimento da salotto hanno lasciato a Sony la prima mossa; prototipi di schermi Oled erano esposti anche negli stand di Samsung e Panasonic, ma di commercializzazione non si parla fino al 2010 almeno. “Oggi – spiega S. I. Lee, vicepresidente marketing della ditta coreana – finirebbero sul mercato a cifre comprese tra 15 e 20 mila dollari”. Ma anche con il suo prezzo elevato, il margine di guadagno sulle nuove tv presentate al Ces è ridottissimo, considerato l’investimento iniziale di oltre 78 milioni di dollari. Quella di Howard Stringer, primo presidente non giapponese di Sony, è una scommessa rischiosa, ma anche una strada obbligata: il pubblico non acquista più televisori tradizionali, e i tubi catodici Trinitron, una volta fiore all’occhiello della Sony, sono ormai sorpassati. Scartata la strada degli schermi al plasma, a fine 2007 da Tokio è poi partito l’ordine di cessare la produzione delle tv a retroproiezione, che non hanno mai avuto un gran successo. Così al colosso giapponese è rimasta solo la tecnologia Lcd, che costa relativamente poco e garantisce ricarichi interessanti. Ma Sony produce i suoi schermi in joint venture con Samsung, lasciando la ricerca e lo sviluppo ai coreani, assai più aggressivi sul marketing del prodotto finito. Così i profitti scendono e nemmeno il 12 per cento in più di fatturato registrato nell’ultimo trimestre fiscale basta a rendere tranquilla la situazione finanziaria di Sony. “L’abbiamo presentato ora perché potevamo farlo”, spiega Stringer. “Guardate a Steve Jobs e al suo iPhone: qualcuno direbbe che in realtà non era pronto, ma lui voleva essere il primo”. Certo, è difficile che Sony venderà altrettanti televisori Oled, ma a volte a decretare il successo di un prodotto non sono tanto le sue qualità quanto la scelta del momento giusto per il lancio. E’ il caso – per rimanere in ambito Apple – del Newton, il palmare lanciato nel 1993, un flop da 100 milioni  di dollari, o del Rio, il primo lettore Mp3, introdotto sul mercato nel 1998 dalla Diamond Multimedia, oggi scomparsa, schiacciata come tanti altri concorrenti dal successo dell’iPod, presentato tre anni più tardi.
E anche Sony oggi ha molto da perdere, in denaro, e soprattutto in immagine: la Xel-1 potrebbe essere il modo di tornare leader nelle nuove tecnologie per l’home entertainment, un’occasione che finora non si è tradotta in realtà né col BluRay né con la Playstation3.

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Nico

11 gennaio 2008 1 commento

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Troppo basso il volume, ma c’è qualcosa che percepisco ancora prima di sentire. Un’eco nella batteria, il suono secco, quel rigore geometrico che imita una drum machine. Penso. Potrebbero essere i Cure di Pornography, che ho di recente dichiarato uno dei dischi più belli che ho. No, c’è qualcosa che non va, non è lui, c’è un synth di troppo. Così controllo e scopro che invece è Nico, Fearfully in Danger, da Camera Obscura.
La cosa più strana è che il volume è talmente basso che lei quasi non si sente, eppure. Eppure lei fa risplendere questo pezzo nemmeno troppo bello di una luce oscura, di un fascino malefico. E mi ricordo quel disco, Behind the Iron Curtain, con delle canzoni fatte a pezzi, interpretate male, ridotte all’osso e anche meno. Che meraviglia, quella Femme Fatale.

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Radio-mart

Coraggiosi sperimentatori o geni del marketing? Fermo restante il loro posto nella storia della musica, il giudizio sui Radiohead oscilla parecchio, se li si considera dal punto di vista del mercato discografico. All’inizio di ottobre stupiscono tutti lanciando senza preavviso un disco inedito solo sul web, da scaricare in cambio di un’offerta libera, o anche gratuitamente. Chi invece non può fare a meno del feticcio, può ordinare il cofanetto con due cd e due lp, a 57 euro. Oggi ho comprato il cd (cartonato, con bellissima grafica) da K-Mart a 13,99 dollari, meno di 10 euro.

Pareva che il mercato discografico fosse alla vigilia di una nuova rivoluzione, o meglio: che finalmente stesse per esplodere il potenziale dirompente che da Napster in poi l’Mp3 aveva svelato solo in parte. Invece, tre settimane fa, i Radiohead hanno sospeso l’iniziativa che ha fatto di In Rainbows il primo disco a prezzo libero. Il disco è in vendita nei negozi dal 28 dicembre (ma si è visto anche prima, da noi), e poi anche su iTunes, da cui finora i cinque di Oxford si sono sempre tenuti lontani.

Così fioccano le polemiche: Nicky Wire dei Manic Street Preachers ha dichiarato al Daily Star che la mossa dei Radiohead sminuisce il valore della musica, e il mese scorso aveva espresso la stessa opinione anche Jean Michel Jarre. D’altra parte, se l’iniziativa si fosse dimostrata economicamente remunerativa, perché interromperla dopo tre mesi? La risposta non sembra stare nei numeri, in quel 66 per cento che ha scaricato il disco senza pagare (sono dati che gli stessi Radiohead hanno dichiarato imprecisi): il manager della band, dichiara infatti che la loro è una strategia prevista fin dall’inizio per essere attuata una sola volta, e che non sarà ripetuta. Tutto previsto, dunque? Può darsi, ma c’è chi avanza il sospetto che Yorke e compagni abbiano semplicemente voluto monetizzare un evento inevitabile: tutti i loro dischi precedenti, infatti, si trovavano sulle reti di P2P settimane o mesi prima dell’uscita ufficiale. Con la geniale sperimentazione di In Rainbows è successo lo stesso, ma almeno qualcosa ci hanno guadagnato, sia in denaro che in pubblicità.

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