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Archivio per febbraio 2008

Sei volte Umbrella

25 febbraio 2008 4 commenti

Qui l’originale di Rihanna

La gaia cover dei Vanilla Sky

Qui i Linkin Park dal vivo al Madison Square Garden

I Manic Street Preachers, addirittura

Maria Digby (ma non fatevi ingannare dall’aria naive della ragazza, la canzone è pure su iTunes)

E infine, ancora lei, Rihanna, con i Klaxons ai Brit Awards (notare la scenografia rubata ai Daft Punk)

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Morrissey, Greatest Hits

21 febbraio 2008 2 commenti

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Che cosa rimane oggi del ciuffo di Morrissey, dei gladioli, delle rime con cui ho imparato l’inglese?

Niente, se non qualche disco impolverato e un cd appena uscito con i suoi Greatest Hits. Ovvero qualcosa del primo disco dopo lo scioglimento degli Smiths, nessuna canzone a rappresentare gli anni Novanta, quasi la metà di You Are The Quarry e Ringleader Of The Tormentors. Due inediti così così, una copertina con la sua faccia sorridente, che risalirà ad una decina d’anni fa almeno. Già ai tempi di Hand in Glove avevo il sospetto che i singoli degli Smiths fossero un modo per fregare soldi ai fan, ma la situazione è peggiorata con la produzione di Morrissey solista, dove le canzoni sono normalmente di qualità inferiore e pure le copertine mi sembrano meno belle.

Per quanto ancora sorrideremo ai giochi di parole come quello riprodotto sul suo fondoschiena? Per quanto ancora gli perdoneremo di non essere morto giovane, o scomparso, o sepolto in una biblioteca a spolverare i libri di Oscar Wilde?

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(Cat) Power To The People

18 febbraio 2008 1 commento

Trentasei anni, di origini Cherokee, irlandesi e ebree, Cat Power (vero nome Chan Marshall) esordisce sulla scena indipendente americana nel 1995. La sua musica è una sorta di folk minimalista, che alterna momenti acustici ed esplosioni di rabbia, lei diventa presto famosa per gli improvvisi abbandoni del palco e gli interminabili assoli di chitarra. Talento e cattivo carattere: abbastanza, insomma, per considerarla una promessa, almeno fino a The Greatest (2005), la sua prova più matura.

E ora, otto anni dopo il primo album di cover, pubblica Jukebox, dove rielabora tra gli altri Joni Mitchell, Billie Holiday, Hank Williams, James Brown, Janis Joplin. Country, soul, rhythm and blues interpretati con voce roca e arrangiamenti scarni: un disco che vorrebbe essere omogeneo e invece è un po’ monotono, che s’immagina languido e si scopre a volte soporifero. Contiene dodici canzoni, più altre cinque nella versione de luxe, dove c’è anche una cover di Nick Cave: originale la rilettura di New York, New York (sì, proprio quella di Liza Minnelli), intrigante Song For Bobby. Che è il momento migliore di Jukebox, e non è una cover, ma un brano scritto dalla stessa Cat Power.

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Mondo Marcio e la musica drogata

13 febbraio 2008 1 commento

Gentile, Mondo, o anzi Marcello. Al telefono mi spiega che sì, è occupato a registrare il nuovo disco, ma in fondo ha voglia di parlare. E chiacchieriamo per venti minuti, io a citargli i suoi pezzi che parlano di droghe varie, lui a ridere e smentire… Ne vengono fuori alla fine quattro domandine smilze, e un po’ di leggerezza che mi mancava. Si prende sul serio, ma nemmeno poi tanto, e si vede che è un ragazzo.

Mondo Marcio, tu sei uno dei più famosi rapper italiani.  Ma sarà vero che tre canzoni rap su quattro parlano di droga?
«Tupac ha scritto canzoni su sua madre, sulle ingiustizie sociali, sul razzismo.  Il rap non incita all’autodistruzione, ma apre una finestra su cose di cui non si parla tutti i giorni, e la droga è l’argomento tabù per eccellenza, uno dei primi segnali di ribellione negli adolescenti ».

In Italia com’è la situazione? 

«C’è Maria Maria degli Articolo 31, qualche brano dei Sud Sound System e poco altro; in generale da noi c’è meno droga nei testi, ma più erba nelle tasche dei ragazzini.  E non è detto che sia un bene: negli Usa le leggi sono più severe».

Nelle tue canzoni parli di erba, canne, purple weed, marijuana, hashish, nero charas: non hai paura che qualcuno cominci a far uso di droga dopo aver ascoltato Mondo Marcio?
«Io descrivo quello che vedo intorno a me.  Parlo di violenza e sesso, di soprusi sul lavoro e anche di droga.  Il rap non dà messaggi».
Nella tua autobiografia racconti di aver anche venduto hashish.  Come mai?
«Non era un commercio vero e proprio, volevo solo pagarmi un po’ di fumo per me».
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Portishead, Third

8 febbraio 2008 1 commento

Sentito oggi, nell’orrenda sede della Universal. Temevo fosse una delusione, come tanti dischi a lungo attesi e desiderati. Invece no, è bello, molto bello. Con accenni industrial ed echi gotici, la solita Beth Gibbons che si accartoccia intorno al microfono, e atmosfere un po’ Radiohead. 11 brani, 49 minuti, una gran voglia di sentirlo ancora.

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