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Archivio per marzo 2008

Portishead a Milano

31 marzo 2008 2 commenti

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Non un sorriso, non una parola, appena un “grazie” alla fine. E però quello dei Portishead a Milano (Alcatraz, domenica scorsa) è candidato ad essere uno dei migliori dell’anno.

Sembrava che il mondo fosse destinato a cambiare, dopo il primo disco dei Portishead, uscito nel 1994. Il mondo della musica, almeno: con Dummy l’era del trip hop, già precorsa da Massive Attack e Tricky, arrivava d’un tratto al suo apice, al suo sviluppo più completo e organico. Ritmi rallentati, elettronica, scratch, e su tutto la voce sottile di Beth Gibbons: un disco che ha fatto epoca, i cui brani sono finiti in qualche classifica e in mille pubblicità, e rimasti sepolti nel cuore di milioni di fan in tutto il mondo.E parecchi di loro erano domenica scorsa a Milano, per il secondo concerto italiano della band di Bristol. Un duplice evento, perché le loro esibizioni sono rare e perché è stato possibile ascoltare alcuni brani del nuovo album, Third, che uscirà il 28 aprile prossimo interrompendo un silenzio lungo dieci anni. Dopo il secondo album, infatti, i Portishead sono scomparsi, a parte un dvd live registrato a New York e un disco della cantante Beth Gibbons con Paul Webb dei Talk Talk. «Non ci siamo mai veramente sciolti – spiega il chitarrista Adrian Utley -, abbiamo solo continuato la vita di tutti i giorni; poi, quando abbiamo sentito che era arrivato il momento, abbiamo ricominciato».

Con qualche ruga e qualche chilo in più, Utley, Gibbons e Barlow sono tornati, e sembrano quelli di dieci anni fa. Oggi, però, hanno messo da parte lo scratch, relegandolo a qualche vecchio brano dal vivo (Only You), e suonano strumenti veri e non campionati. Sul palco sono in sette: se Machine Gun in studio impressiona, nella versione live è devastante, con la voce di Beth Gibbons che si staglia su un tappeto di ritmi marziali, percussioni meccaniche, cupissime linee di sintetizzatori. Lascia intatta Glory Box poi, accartocciata intorno al microfono, interpreta Wandering Star come fosse un requiem alieno: niente percussioni, sintetizzatori gelidi, qualche desolata nota di piano.

Il concerto alterna episodi più o meno recenti, in un’unità stilistica irreprensibile, che a volte vira verso il jazz (Over, Sour Times), altre mostra riferimenti alle colonne sonore dei film noir anni Cinquanta (Magic Doors). Ottime le prove dei musicisti, ma la protagonista è sempre Beth Gibbons: a Utley non dispiace rimanere nella sua ombra? «No, anzi siamo contenti di avere con noi l’unica vera diva di questi anni». E così, dopo l’emozionante crescendo di The Rip, lei – capelli corti biondi, top nero e jeans – colpisce al cuore con un altro estratto da Third. È Threads primo dei bis dopo poco più di un’ora di concerto. Una torch song tutta rumori e accordi dissonanti, dove Beth urla fino allo sfinimento: «I’m always so unsure», sono sempre così insicura. Nel pubblico, invece, nessuna incertezza: il mondo è davvero cambiato da quando esistono i Portishead.

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Zibri e l’iPhone

Il suo sito web è stato visitato in due settimane da quasi due milioni di persone, e in decine di migliaia hanno scaricato il programma che ha scritto. Si chiama Ziphone e permette di sbloccare in pochi minuti ogni iPhone attualmente in commercio.
Ziphone.org è tutto in inglese, ma tra i commenti ce ne sono molti in italiano. Mentre si legge la pagina suonano delle canzoni: Biagio Antonacci, Alex Baroni, Pino Daniele, Renato Zero. Già, perché Zibri, l’inventore di Ziphone, è romano e ha trentasette anni. Nipote di un famoso compositore di canzoni e colonne sonore, Piergiorgio Z. ha un passato come hacker e un presente come sistemista di rete . “In realtà – spiega – ho lavorato quattro mesi negli ultimi quattro anni”. Giura di non passare il suo tempo incollato a un computer, ma anche così è riuscito a mettere in ginocchio lo staff di ingegneri e programmatori di Apple.

Oggetto della sfida è l’iPhone, o meglio il sistema commerciale con cui è venduto finora: a differenza di altri telefonini, quello di Steve Jobs funziona soltanto con un operatore (AT&T negli Usa, O2 nel Regno unito, T-Mobile in Germania e Orange in Francia), e chi lo acquista deve sottoscrivere un abbonamento mensile. In Francia, ad esempio, ai 399 euro per l’acquisto dell’apparecchio, bisogna aggiungere almeno 49 euro per dodici mesi, o spenderne 749 per la versione utilizzabile con tutte le reti telefoniche. Apple incassa parte dei ricavi provenienti dal traffico telefonico generato con il suo cellulare-iPod e ha quindi tutto l’interesse a che rimangano legati all’operatore cui ha concesso l’esclusiva.
Per hacker e smanettoni è una tentazione irresistibile: lanciato il 29 giugno dell’anno scorso, l’iPhone è già “craccato” ad agosto.

Dopo un mese Cupertino rende inutilizzabili gli apparecchi modificati; passa qualche settimana e i paladini dell’iPhone libero (Dev Team) riescono di nuovo a liberarlo, ma la procedura è lunga e complessa. Finché, a metà febbraio, arriva Ziphone: si scarica il programma, un paio di click l’apparecchio è pronto per l’uso. Apple lancia un altro aggiornamento, tre giorni più tardi Zibri annuncia il software che sblocca anche quello. Può farlo chiunque, non c’è pericolo di trasformare il telefonino in un costoso soprammobile di vetro e acciaio, ed è possibile anche installare i programmi che la comunità degli sviluppatori ha creato in questi mesi. Quasi un migliaio, in barba ai divieti imposti da Apple, che solo la scorsa settimana ha presentato il Software Developer Kit, con cui è possibile compilare applicazioni per l’iPhone (e l’iPod Touch, basato sullo stesso sistema operativo).

“Per me il digitale deve essere gratuito”, teorizza Zibri: “I beni materiali vanno acquistati e pagati, ma software, canzoni, film possono essere al centro di un sistema economico diverso. Anziché venderli, è possibile coprire le spese con uno sponsor, inserire pubblicità, suggerire una donazione”. E lui di donazioni ne avute tante: da quando ha lanciato l’ultima versione di Ziphone, una al minuto, per due giorni di seguito. “Adesso sono diminuite, ma c’è chi è arrivato a cento euro, e chi ha dato cinquanta centesimi. Anche scozzesi, genovesi, ebrei, portoghesi”, scherza: il sito è stato tradotto in oltre venti lingue, dal turco al norvegese, dal greco all’ebraico.
In nessuno di questi Paesi l’iPhone è in vendita ufficialmente, e nemmeno in Cina, dove pare siano 400 mila, su un totale di quasi quattro milioni. In Italia dovrebbe arrivare a breve col marchio Tim, ma al momento tutti quelli che sfoggiano il gadget dell’anno lo hanno acquistato all’estero o al mercato parallelo di eBay: intorno ai 600 euro per il modello da 16 GB già sbloccato. Zibri avrebbe potuto vendere il suo software a caro prezzo, ma gli basta un grazie e la soddisfazione di quel video su Youtube che mostra la schermata di Ziphone all’opera su un apparecchio appena acquistato, proprio nel negozio Apple di New York.

Lavorerebbe per Apple, se gli arrivasse una proposta? “Non credo, sono un pensatore libero. Però mi piacerebbe incontrare Steve Jobs per ricordargli quello che la sua azienda era all’inizio, una comunità di visionari e idealisti: pensavano davvero in maniera diversa”. Zibri allude allo slogan che nel 1997 segnò il ritorno di Jobs a Cupertino dopo qualche anno di esilio; allora la Mela morsicata stava per scomparire dal mercato informatico, ma con l’iMac prima, l’iPod poi, e ora con l’iPhone è diventata uno dei marchi più popolari in tutto il mondo. E Jobs è un guru globale, ammirato, imitato, ma non sempre amato per le scelte economiche che impone a chi acquista i suoi prodotti (come l’improvviso taglio di 200 dollari sul prezzo dell’iPhone, che ha scontentato migliaia di acquirenti della prima ora). Ma sa bene che la tecnologia non sopporta le catene: sembra che con Steve Wozniak, prima di fondare Apple, avesse inventato un sistema per ingannare le centraline elettroniche e scroccare telefonate interurbane senza pagare.

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Autechre e Murcof, primavera elettronica

21 marzo 2008 3 commenti

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Fin dal loro debutto nel 1993, gli Autechre si sono sempre mossi tra techno e ambient, conservando però un’impronta personalissima, che ha finito per contaminare tra gli altri anche gli ultimi Radiohead. Negli album di Sean Booth e Rob Brown (l’ultimo, Quaristice è uscito il mese scorso) i suoni non nascono da drum machines e sintetizzatori, ma vengono generati direttamente dal software del computer. Un approccio solo apparentemente freddo, perchè poi, nella data torinese in un Hiroshima Mon Amour completamente immerso nel buio, la loro musica ha il sapore nostalgico dei primi rave, dei club alternativi londinesi agli inizi degli anni Novanta. Scintilla di intelligenza e originalità, peccando solo qualche volta di un certo compiaciuto estetismo: è bella anche nel suo disfarsi, scomporsi in ritmi irregolari, sovrapporsi ciclico di melodie e rumori.

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Più cerebrale (ancora) l’approccio di Murcof, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. La performance di Fernado Corona sembra quasi una lezione universitaria: seduto, maneggia il suo computer portatile e alle sue spalle non c’è altro che una scritta in continua mutazione (“silent = listen”). Ne escono suoni atmosferici, che ricordano i primi dischi ambient di Brian Eno, e invece sono parte del suo ultimo lavoro, Cosmos. Di rado si aggiunge una traccia ritmica, che qualche volta arriva anche ad imporsi, ma la musica rimane siderale, lontana, echeggiante ddi richiami neoclassici. Niente che si possa davvero ballare, insomma. Men che meno nel bis, con un brano tratto da Utopia: ma qui a vincere è l’emozione, quando il groviglio di onde sinusoidali, modulate in ampiezza e trattate con chissà quale diavoleria digitale, sembra mutarsi assai lentamente in un coro di voci umane, eco ingannevole di qualche canto gregoriano mai esistito eppure realissimo.

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Tokio Hotel, brufoli e chitarre elettriche

20 marzo 2008 2 commenti

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Niente Pasqua con i Tokio Hotel: al Palaisozaki di Torino la più famosa band tedesca del momento non ci sarà. Il cantante Bill Kaulitz ha la laringite e non si sa nemmeno se saranno confermate le altre date italiane, previste a Roma (il 25) e Bologna (il 26). peccato, perchè al Palaisozaki i biglietti erano tutti esauriti e m’intrigava un po’ l’idea di andare a dare un’occhiata: sarebbe stato l’evento musicale più importante del 2008 per chi ha meno di diciott’anni, impazzisce per la musica emo e magari in camera ha i poster di Avril Lavigne e My Chemical Romance.

Anche i Tokio Hotel sono giovanissimi: Georg Listing, il bassista, compirà a fine marzo 21 anni, mentre Gustav Schäfer (batterista) non arriva a 20. Tom Kaulitz è il fratello gemello di Bill e ha iniziato a suonare la chitarra a sei anni, spinto dal patrigno, ex musicista rock. La band nasce nel 2001, quando Listing e Schäfer si uniscono ai fratelli Kaulitz, che già si esibivano – a 13 anni – in vari locali di Magdeburgo, ridente cittadina di 230 mila abitanti nel cuore della Sassonia. All’inizio i quattro si chiamano Devilish, poi optano per un più cosmopolita Tokio Hotel. Firmano un contratto con la Sony, ma presto passano alla Universal e nell’agosto 2005 pubblicano Durch Den Monsun. Il singolo arriva in poche settimane al primo posto della top ten in Germania, Polonia, Austria e Repubblica Ceca, come l’album di esordio (Schrei), che esce a settembre.
Comincia subito l’infinita serie di remix e riedizioni: Schrei viene ristampato, esce un dvd live, mentre i singoli si susseguono in cima alle classifiche di mezza Europa. La conferma da parte del pubblico arriva con il secondo disco, Zimmer 483, che fa dei Tokio Hotel una band tre milioni di copie, ma – come il precedente – non convince la critica. Assomigliano a mille altri, i ragazzi di Magdeburgo: né la musica né i testi che scrivono sembrano destinati a restare nella storia del rock, e pure l’accoppiata brufoli-chitarre elettriche non è proprio nuova. Se poi è il cantante androgino che si cerca, la scelta è già molto ampia: da Bowie a Boy George, da David Sylvian a Brian Molko, fino a Mika, ce n’è per tutti i gusti.

Eppure, in qualche modo c’è spazio per i Tokio Hotel nel cuore delle ragazzine, che assediano gli alberghi dove Bill e compagni sono ospitati. E anche nei piani di business della casa discografica, che li convince a registrare un album (Scream), con brani dei primi due dischi cantati in inglese. Così, nel 2007, i Tokio Hotel partono alla conquista dell’Europa: ancora primi in Germania e Svezia, secondi in Italia, sesti in Francia. Non solo grazie al singolo Monsoon, ma anche alla ballata Rescue Me, dove si svela il lato più romantico della band. Esplode la mania, e su internet si trovano miglia di oggetti con i volti dei quattro ragazzini di Magdeburgo; dalle borse alle tazze per la colazione, dalle T-shirt
Chi avesse perso la loro esibizione al Festivalbar o il concerto milanese dello scorso anno (spostato dall’Alcatraz al DatchForum per le troppe richieste), non ha molte speranze di vederli ora, dal momento che i biglietti sono esauriti da mesi. Ma può sempre tentare la fortuna: tre ingressi per ogni data saranno scelti tra tutti quelli che hanno esposto alla finestra un lenzuolo con il logo dei Tokio Hotel e inviato la foto alla Universal; i vincitori potranno anche incontrare la band prima del concerto. Per tutti gli altri non rimangono che i bagarini o le profumerie, dove fare incetta di lacca e kajal e illudersi di essere come Bill Kaulitz, con lo stesso look, lo stesso talento, ma molti meno soldi.

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Lost

Ora, per carità, non si dovrebbe mai farlo, ma l’ho fatto: ho aperto una vecchia agenda e mi sono messo a cercare nomi su Google. Molti non ci sono, persi nel silenzio dei bit (e magari nel casino della vita reale), molti si confondono con i loro omonimi (ma davvero Ralf è passato dalla logopedia all’edilizia?), qualcuno c’è.

Purtroppo è uno di quelli che potrebbero anche non esserci, nel senso che ho visto il biglietto da visita e mi sono ricordato della sua faccia, ma poi in effetti è stato per inerzia che ho digitato il suo nome. E quindi eccolo, col suo MySpace e quello del locale che gestisce.  Dove si apprendono cose interessanti, tipo che adora Bach, ma anche Miles Davis e i Queen, che gli piace quasi tutto di Italo Calvino e  Francis Ford Coppola, che i suoi eroi sono la sua famiglia , Daniele Luttazzi, Beppe Grillo eccetera. Ecco perché lo avevo sepolto nella memoria; mi erano solo rimasti in mente la corporatura (“atletica”, come si legge nella sua pagina) e un vago senso di disagio che ho provato quelle due volte che l’ho visto.

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