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Portishead a Milano

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Non un sorriso, non una parola, appena un “grazie” alla fine. E però quello dei Portishead a Milano (Alcatraz, domenica scorsa) è candidato ad essere uno dei migliori dell’anno.

Sembrava che il mondo fosse destinato a cambiare, dopo il primo disco dei Portishead, uscito nel 1994. Il mondo della musica, almeno: con Dummy l’era del trip hop, già precorsa da Massive Attack e Tricky, arrivava d’un tratto al suo apice, al suo sviluppo più completo e organico. Ritmi rallentati, elettronica, scratch, e su tutto la voce sottile di Beth Gibbons: un disco che ha fatto epoca, i cui brani sono finiti in qualche classifica e in mille pubblicità, e rimasti sepolti nel cuore di milioni di fan in tutto il mondo.E parecchi di loro erano domenica scorsa a Milano, per il secondo concerto italiano della band di Bristol. Un duplice evento, perché le loro esibizioni sono rare e perché è stato possibile ascoltare alcuni brani del nuovo album, Third, che uscirà il 28 aprile prossimo interrompendo un silenzio lungo dieci anni. Dopo il secondo album, infatti, i Portishead sono scomparsi, a parte un dvd live registrato a New York e un disco della cantante Beth Gibbons con Paul Webb dei Talk Talk. «Non ci siamo mai veramente sciolti – spiega il chitarrista Adrian Utley -, abbiamo solo continuato la vita di tutti i giorni; poi, quando abbiamo sentito che era arrivato il momento, abbiamo ricominciato».

Con qualche ruga e qualche chilo in più, Utley, Gibbons e Barlow sono tornati, e sembrano quelli di dieci anni fa. Oggi, però, hanno messo da parte lo scratch, relegandolo a qualche vecchio brano dal vivo (Only You), e suonano strumenti veri e non campionati. Sul palco sono in sette: se Machine Gun in studio impressiona, nella versione live è devastante, con la voce di Beth Gibbons che si staglia su un tappeto di ritmi marziali, percussioni meccaniche, cupissime linee di sintetizzatori. Lascia intatta Glory Box poi, accartocciata intorno al microfono, interpreta Wandering Star come fosse un requiem alieno: niente percussioni, sintetizzatori gelidi, qualche desolata nota di piano.

Il concerto alterna episodi più o meno recenti, in un’unità stilistica irreprensibile, che a volte vira verso il jazz (Over, Sour Times), altre mostra riferimenti alle colonne sonore dei film noir anni Cinquanta (Magic Doors). Ottime le prove dei musicisti, ma la protagonista è sempre Beth Gibbons: a Utley non dispiace rimanere nella sua ombra? «No, anzi siamo contenti di avere con noi l’unica vera diva di questi anni». E così, dopo l’emozionante crescendo di The Rip, lei – capelli corti biondi, top nero e jeans – colpisce al cuore con un altro estratto da Third. È Threads primo dei bis dopo poco più di un’ora di concerto. Una torch song tutta rumori e accordi dissonanti, dove Beth urla fino allo sfinimento: «I’m always so unsure», sono sempre così insicura. Nel pubblico, invece, nessuna incertezza: il mondo è davvero cambiato da quando esistono i Portishead.

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Categorie:Musica Tag:
  1. adriana
    2 aprile 2008 a 17:08 | #1

    migliori oggi… o ieri? sinceramente…saluti…

  2. 6 aprile 2008 a 11:40 | #2

    Ho amato i due dischi, entrambi. Ho ascoltato su Myspace Machine gun ed effettivamente sono rimasto impressionato (ma così, sul momento, non mi è piaciuto). Un po’ l’impressione che si prendano troppo sul serio la danno, no? Comunque anche io nel ’94, al primo ascolto, mi aspettavo la rivoluzione. Invece, ai miei amici, tutti, faceva schifo ;-) . C’è qualcosa di messianico, non so, nella musica, se ci dà, in fondo del tutto a sproposito, l’impressione di poter cambiare la nostra vita.

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