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Archivio per giugno 2008

Með suð í eyrum við spilum endalaust?

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Með suð í eyrum við spilum endalaust (traduzione: con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito) è il titolo del nuovo album dei Sigur Rós, in uscita il prossimo venerdì. Non lo ricorderà nessuno, certo, e non si fa fatica a immaginare che ci sarà qualche problema con la pronuncia nelle radio di mezzo mondo (meglio: di tutto il mondo, ad eccezione dell’Islanda). Però la musica, sì, quella sarà ricordata, perché il disco è quanto più vicino al pop abbiano finora pubblicato Jan Thor Birgisson e compagni. Un altro piccolo capolavoro di sperimentazione e melodia, meno introverso rispetto agli standard della band, ma perfettamente coerente con la loro decennale carriera musicale.
E tutto senza proclami, senza manifesti, senza esibizionismi, ancorché politicamente correttissimi: altro che Coldplay. Con l’aiuto di un nuovo produttore, Flood, che ricordiamo al fianco di Nick Cave, U2, Depeche Mode e molti altri, i Sigur Rós mettono in fila undici brani, in totale poco meno di un’ora di musica. Per il loro quinto album adottano un approccio più spontaneo nella scrittura e creazione, ispirati dalla libertà delle esibizioni acustiche filmate per il dvd di Heima: il materiale è stato scritto, registrato e mixato interamente nel 2008 ed è pubblicato appena un mese dopo il suo completamento. A differenza del precedente Takk, bello ma adagiato su uno stile ormai tipico della band, il nuovo disco riflette la relativa imperfezione delle riprese dal vivo, conserva il suono delle dita sulle corde della chitarra, non nasconde le note sbagliate e finalmente si concede a momenti di gioiosa euforia (Við spilum endalaust). Per contrappasso, inizia invece assai melanconica la lunghissima Festival, che pure ha qualche elemento di novità, come la voce di Birgisson per la prima volta chiara e senza effetti; una rivoluzione, per un cantante abituato a biascicare vocali e consonanti dentro la cassa di una chitarra.
Gobbledigook (in download gratuito sul sito della band) è il primo singolo: percussioni mai così presenti, un ritornello che si può anche cantare, un video naturista con gli eredi dei Figli dei fiori. Inní mér syngur vitleysingur è la canzone dell’estate per chi è alternativo ad oltranza, mentre Ára bátur («barca rumorosa») è stata registrata con la London Sinfonietta e il London Oratory Boy’s Choir: splendidamente in bilico tra sublime e kitsch.
Stavolta tutti i testi sono in islandese e non in una lingua inventata (loro la chiamano «hopelandish»), ma qui pochi noteranno la differenza. C’è anche il primo brano in inglese della band, All Allright, in chiusura dell’album, una ninna nanna di perturbante bellezza, con la voce di Birgisson sempre sul punto di rompersi in un singhiozzo.

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Ascesa e declino della cassetta

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Sembrava estinta, la cassetta audio. Al tramonto perfino in Cina e India, dove pure ha resistito fino alla soglia del Terzo Millennio, per soccombere infine allo strapotere del compact disc prima e degli Mp3 poi. E invece oggi rivive online grazie a Muxtape, un sito che permette di registrare la propria compilation e metterla online, perché tutti possano ascoltarla.
Come funziona
Muxtape non è l’unico modo per condividere la musica su internet: si può creare una stazione radio personalizzata, inserire un brano sul blog, postare un file audio in un gruppo di discussione, aggiungere un link ad una pagina dove trovare una canzone, da scaricare o solo da sentire. La musica è in ogni angolo della rete, nascosta o esibita, legale o illegale. Però l’idea che ha avuto il newyorkese Justin Ouellette punta sulla nostalgia: l’interfaccia di Muxtape, infatti, è proprio una cassetta, di quelle trasparenti, che lasciano vedere le bobine all’interno. Per registrare una compilation virtuale è necessario iscriversi, lasciando il proprio indirizzo e-mail, scegliere uno pseudonimo, e poi caricare i brani. Tutto qui, con pochissime regole da rispettare: una sola cassetta a persona, non più di una canzone per artista o per album. Per ascoltare le cassette basta cliccare sul nickname dell’autore; ad ogni connessione, la pagina di Muxtape presenta nomi diversi e cassette diverse, per dare a tutti la stessa visibilità.
Diritti e rovesci
Sul sito non c’è alcuna indagine sulla provenienza dei file utilizzati (da cd o dischi propri, si spera, ma è chiaro che la maggior parte dei brani sono stati scaricati illegalmente), ma c’è la promessa che Muxtape non comunicherà a terzi l’e-mail degli iscritti. Come dire: niente spam, ma anche la certezza che non arriverà qualche casa discografica a reclamare diritti sulle canzoni messe online. Già, perché il sito sta diventando un enorme archivio musicale, con milioni di canzoni disponibili in ogni momento, compresi provini e inediti di band esordienti o ancora poco note. Però, a differenza degli altri, qui non è possibile scaricare nulla e nemmeno cercare un brano: forse per questo, nonostante la crescente popolarità, Muxtape non è ancora caduto sotto i colpi delle multinazionali del disco, solitamente molto aggressive verso chi mette musica online gratis, specie senza autorizzazione. D’altra parte, qui non c’è pubblicità e l’unico sponsor è Amazon, cui rimanda il link sotto ogni canzone: cliccando si può comprarla per meno di un dollaro (ma solo negli Usa).
La storia
Lanciata dalla Philips nel 1963 per incidere memo e interviste, la Compact Cassette viene ripensata per la musica solo qualche anno più tardi, e verso la metà degli Settanta entra a far parte di quasi tutti gli impianti stereo. E’ un’alternativa al disco in vinile: meno fascinosa, ha il vantaggio di essere più facile da maneggiare perché non si graffia e non si rovina. A differenza della vecchia Stereo 8, la musicassetta permette di registrare canzoni in maniera semplice ed economica: così nascono insieme la pirateria e il mixtape (un mix con interpreti diversi; da qui prende il nome Muxtape). C’è chi copia interi album e li vende, facendone un business assai remunerativo, e chi passa ore a incastrare versi e parole per arrivare alla perfetta dichiarazione d’amore, d’amicizia, o anche di odio. Per la prima volta nella storia dell’industria musicale, i consumatori possono creare da soli il proprio disco preferito, la superband immaginaria che mette insieme Eric Clapton e i Deep Purple. O Sex Pistols e Clash: la cultura della cassetta prende piede col punk, che predica il fai da te in ogni campo dell’arte, e vede una grande diffusione di fanzine (riviste amatoriali) con allegati mixtape di band emergenti.
La fine
Poi arriva il digitale, e la cassetta all’inizio sembra reggere, crescendo in durata per arrivare ai 74 minuti del compact disc e dominando incontrastata il settore della musica in auto. Ma, con l’inizio dei Novanta e l’avvento dei masterizzatori, il declino è inarrestabile; il colpo finale arriva con l’Mp3 e i riproduttori digitali portatili: il glorioso Walkman non è stato ucciso dal cd, ma dall’iPod. Come per i bootleg, dei mixtape rimane il nome, ma cambia il significato: ora sono le cassette registrate dalla console di qualche deejay o le compilation non ufficiali dei rapper.
Vanno in pensione quelle scatolette con cento metri di sentimenti ed emozioni registrati su un lucido nastro nero, spesso decorate con disegni e foto, mentre trionfano gelidi dischetti argentei, economici, fedeli e robusti, che si registrano col computer in pochissimo tempo. Ma proprio questo, in fondo, si regalava con la cassetta: il tempo necessario per la scelta dei brani, i mille assemblaggi, i tanti ripensamenti. Il tempo, che vale più di mille canzoni.

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Isobel e Mark, la bella e la bestia

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La bella e la bestia: facile. O forse Serge Gainbourg e Jane Birkin: ma dov’è allora la loro Je t’aime, moi non plus? “Non mi ci vedo proprio a cantarla, risponde Mark Lanegan. E poi né io né Isobel Campbell conosciamo il francese”. Americano lui, scozzese lei, hanno pubblicato insieme due album: Ballad Of The Broken Seas nel 2006 e ora il nuovo Sunday At Devil Dirt.
Entrambi sono dischi folk, ma con aperture blues (“Per me si potrebbero tranquillamente definire rock”, puntualizza Lanegan). Musica ricca di suggestioni filmiche; che piacerebbe a Quentin Tarantino per il contrasto tra la vocina cinguettante di lei e il timbro scurissimo di lui, i chitarroni metallici e i sontuosi arrangiamenti d’archi. Non si fa fatica a immaginarla sui titoli di testa del prossimo Kill Bill, dove si ascoltava Bang Bang di Nancy Sinatra con Lee Hazlewood, altro duo che pure spesso è stato accostato a Campbell e Lanegan.
Per anni lei è stata la violoncellista dei Belle and Sebastian, band di Glasgow con devoto seguito anche in Italia, poi ha pubblicato come solista un grazioso disco pop intimista intitolato Amorino. Ora dipinge dodici piccoli ritratti d’una America che non c’è più, o forse non c’è mai stata, e che ha già una lunga lista di eroi e cantori, da Johnny Cash a Tom Waits, passando per Leonard Cohen (“Una delle mie molte ispirazioni”, ammette Lanegan). Il miracolo è che le canzoni scritte dalla bella Isobel Campbell funzionano meglio se a cantare è la bestia. Ossia il taciturno leader degli Screaming Tress, il compagno di bevute (e non solo) di Kurt Cobain, l’occasionale vocalist dei Queens Of The Stone Age, la mente dietro i Gutter Twins. E il solista prolifico, e il collaboratore saltuario di mille altre band, che spaziano dal grunge all’elettronica.
Come si sente a prestare la voce a brani scritti da una donna? “Una grande canzone è una grande canzone, e quelle di Isobel sono bellissime”, risponde gentile Lanegan. E ha parole incantate per l’Italia, dove ha suonato spesso: “Mi piace l’attitudine del pubblico, sento l’affetto e l’attenzione di chi viene ad ascoltarci”. Sul palco il duo diventa una band di sei elementi, e propone brani da entrambi gli album, qualche episodio dalle rispettive produzioni soliste e una cover eccellente: Ramblin’ man, un classico del blues scritto cinquant’anni fa da Hank Williams.

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Non dimenticherò…

…il titolo di una canzone dei Cocteau Twins: Throughout the dark Months Of April and May.
Ecco, forse ci siamo. E’ giugno, meno male.

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