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Með suð í eyrum við spilum endalaust?

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Með suð í eyrum við spilum endalaust (traduzione: con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito) è il titolo del nuovo album dei Sigur Rós, in uscita il prossimo venerdì. Non lo ricorderà nessuno, certo, e non si fa fatica a immaginare che ci sarà qualche problema con la pronuncia nelle radio di mezzo mondo (meglio: di tutto il mondo, ad eccezione dell’Islanda). Però la musica, sì, quella sarà ricordata, perché il disco è quanto più vicino al pop abbiano finora pubblicato Jan Thor Birgisson e compagni. Un altro piccolo capolavoro di sperimentazione e melodia, meno introverso rispetto agli standard della band, ma perfettamente coerente con la loro decennale carriera musicale.
E tutto senza proclami, senza manifesti, senza esibizionismi, ancorché politicamente correttissimi: altro che Coldplay. Con l’aiuto di un nuovo produttore, Flood, che ricordiamo al fianco di Nick Cave, U2, Depeche Mode e molti altri, i Sigur Rós mettono in fila undici brani, in totale poco meno di un’ora di musica. Per il loro quinto album adottano un approccio più spontaneo nella scrittura e creazione, ispirati dalla libertà delle esibizioni acustiche filmate per il dvd di Heima: il materiale è stato scritto, registrato e mixato interamente nel 2008 ed è pubblicato appena un mese dopo il suo completamento. A differenza del precedente Takk, bello ma adagiato su uno stile ormai tipico della band, il nuovo disco riflette la relativa imperfezione delle riprese dal vivo, conserva il suono delle dita sulle corde della chitarra, non nasconde le note sbagliate e finalmente si concede a momenti di gioiosa euforia (Við spilum endalaust). Per contrappasso, inizia invece assai melanconica la lunghissima Festival, che pure ha qualche elemento di novità, come la voce di Birgisson per la prima volta chiara e senza effetti; una rivoluzione, per un cantante abituato a biascicare vocali e consonanti dentro la cassa di una chitarra.
Gobbledigook (in download gratuito sul sito della band) è il primo singolo: percussioni mai così presenti, un ritornello che si può anche cantare, un video naturista con gli eredi dei Figli dei fiori. Inní mér syngur vitleysingur è la canzone dell’estate per chi è alternativo ad oltranza, mentre Ára bátur («barca rumorosa») è stata registrata con la London Sinfonietta e il London Oratory Boy’s Choir: splendidamente in bilico tra sublime e kitsch.
Stavolta tutti i testi sono in islandese e non in una lingua inventata (loro la chiamano «hopelandish»), ma qui pochi noteranno la differenza. C’è anche il primo brano in inglese della band, All Allright, in chiusura dell’album, una ninna nanna di perturbante bellezza, con la voce di Birgisson sempre sul punto di rompersi in un singhiozzo.

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