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Archivio per settembre 2008

Tv On The Radio: Dear Science

27 settembre 2008 Nessun commento

I Tv On The Radio sono una delle band più quotate del momento, su cui scommettono i magazine inglesi più diffusi e i siti americani più snob. Ma per capire che i cinque di New York sono davvero diversi dagli altri basta ascoltare Dear Science, appena uscito per la storica etichetta londinese 4AD.
Per cominciare, niente di meglio che Family Tree, ballatona tutta chitarre (quelle di Kyp Malone) ed effetti elettronici con la voce nera di Tunde Adebimpe in primo piano a raccontare le raccapriccianti analogie tra un albero genealogico e una forca. Poi Red Dress, che parre un inedito degli Xtc, non fosse per quei fiati troppo funky per essere inglesi. Per il resto il disco è un mix di stili e influenze assai diverse: un momento sembra di riconoscere il miglior Prince (nel singolo Golden Age), ma subito dopo arriva la citazione di Bob Dylan (Shout Me Out).
Più scaltro di Return To Cookie Mountain (2006), più maturo di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes, con cui i Tv On The Radio hanno debuttato nel 2004, Dear Science fa a meno di trucchi ed effetti speciali. E scava nel profondo, con testi intriganti e mai banali, ma anche con soluzioni musicali di intelligente originalità (gli archi di Stark and Owl, il quasi-rap di Dancing Choose). Un album a volte euforicamente teso al futuro, altre curiosamente rivolto al passato; lo specchio perfetto dell’America di oggi, sospesa tra speranza e nostalgia: tutto, pur di dimenticare il presente.

Ting Tings, We Started Nothing

22 settembre 2008 Nessun commento

Prima tormentoni estivi, poi musiche per spot, qualche volta colonna sonora di cinepattoni. Ci sono passati in tanti, da Vasco a Madonna, da Christina Aguilera a Bob Sinclair; e adesso i Ting Tings, duo di Manchester che dopo qualche falsa partenza è approdato finalmente alla luce delle classifiche – anche italiane – e ci è rimasto tutta l’estate. Il loro disco di esordio si intitola giustamente We Started Nothing, ed è vero, perché non c’è assolutamente nulla che non suoni già sentito mille volte.

E però Great Dj, il singolo più famoso, ha un ritornello accattivante, come pure That’s not My Name: perfetti da ballare d’estate, ottimi anche adesso che calano le prime nebbie. Un po’ indie, un po’ dance, un po’ elettronica, con la voce di Katie White come quella di mille altre cattive ragazze del pop: niente di speciale, ma nemmeno sgradevole, proprio come le percussioni di Jules De Martino, l’altro membro della band.

Anche sul tempo più rilassato di We Walk, i Ting Tings riescono a costruire un mix perfetto tra i dimenticati Roxette e i B52’s: pop della miglior acqua, con un tocco alternativo. Tanto che la conclusiva We started Nothing parte come fosse una cover di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana, ma bastano sedici secondi perché si trasformi in una canzoncina. L’album, pur divertente, non è esattamente una pietra miliare della musica di oggi; meglio scaricare Great Dj e aspettare che i Ting Tings inventino qualcosa di nuovo: potrebbe essere una  sorpresa.

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Demon Albarn, dai Gorillaz alle scimmie

18 settembre 2008 Nessun commento

Dopo due album di enorme successo, Damon Albarn e Jamie Hewlett passano dai Gorillaz alle scimmie. Il nuovo lavoro dell’ex leader dei Blur e del cartoonist inglese s’intitola infatti Monkey: Journey To The West ed è ispirato direttamente ad un poema epico cinese, da cui i due avevano tratto già una piece teatrale presentata a Manchester lo scorso anno.

Il disco non è la semplice colonna sonora dello spettacolo diretto da Chen Shi-zheng, ma rielabora pesantemente la musica di scena e introduce parecchi intermezzi strumentali, arrivando a infilare 22 brani in poco più di un’ora. Un album non certo facile, molto elettronico e cantato in cinese, che però ha debuttato al quinto posto nella top ten britannica. Perché, al di là di tutte le sperimentazioni, il tocco pop di Albarn si riconosce spesso, e brani come Sandy the River Demon o O Mi to Fu non stonerebbero su un disco dei Gorillaz, mentre altrove è più evidente l’influenza dei Blur (I Love Buddha). La musica è stimolante e sempre originale, tuttavia talvolta si avverte che è nata per accompagnare un’azione teatrale e non per vivere di vita propria.

Tra le eccezioni, una delizia kitsch come March Of The Iron Army (a metà strada tra Pet Shop Boys e Michael Nyman) e la delicata Heavenly Peach Banquet. Bello, insomma, ma consigliato solo ai fan: gli altri aspettino il 2009 per il nuovo album dei Gorillaz o riscoprano The Good, The Bad And The Queen, realizzato con l’ex bassista dei Clash Paul Simonon e uscito lo scorso anno.

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Il ritorno di Byrne ed Eno

8 settembre 2008 Nessun commento

Brian Eno e David Byrne hanno scritto pagine memorabili del pop degli ultimi trent’anni: il primo come produttore (di Bowie, U2, Coldplay, tra gli altri) e massimo teorico del genere ambient, il secondo inventando il rock nevrotico dei Talking Heads e poi avventurandosi nel territorio della musica etnica.Ma è insieme che hanno inciso un album destinato a rimanere nella storia: senza My Life In The Bush Of Ghosts non esisterebbero Moby e Madonna, Bjork e Jovanotti, Eminem, i Massive Attack e mille altri.

Ventisette anni dopo, i due tornano a collaborare per Everything That Happens Will Happen Today, disponibile da qualche settimana in formato digitale e da novembre su cd. L’album non è in vendita su iTunes, non è pubblicato da alcuna etichetta discografica: Eno e Byrne, seguendo la strategia dei Radiohead, hanno fatto tutto da soli, stabilendo tuttavia un prezzo fisso per il download (8.99 dollari per i file Mp3 ad alta qualità ascoltabili su tutti i lettori). Niente pubblicità, niente copie omaggio, appena qualche intervista, ma in cambio un brano (Strange Overtones) è gratis, e tutto il disco si può ascoltare in streaming.

L’album nasce da una precisa divisione dei compiti, come spiega lo stesso Byrne sul suo sito web: «Brian ha scritto quasi tutta la musica, io la maggior parte delle melodie vocali e dei testi». E infatti certi suoni ricordano le ultime prove di Eno, soprattutto Another day On Earth. Arricchite dagli interventi strumentali di Robert Wyatt e Phil Manzanera, le undici tracce nuove sono bizzarre variazioni sul tema del country e del folk, che Eno etichetta come «gospel elettronico», lontanissime dalla ribollente miscela di sintetizzatori e ritmi africani di My Life In The Bush Of Ghosts. «Non è la continuazione di quel disco», precisa infatti Byrne. «Questo è un album di canzoni, e il risultato mi sorprende, perchè molte sono positive e allegre, pur presentando elementi oscuri nella musica e nei testi».

C’è la guerra in Iraq, il tempo che passa, perfino una riflessione sulla morte (One Fine Day, presentata dal vivo a New York qualche settimana fa nell’esecuzione di un coro di ottantenni), eppure il tono è leggero, svagato, al più velato di una malinconia che s’intuisce passeggera. Everything That Happens non segnerà un’epoca, come la precedente collaborazione tra i due, e negli scaffali degli appassionati finirà tra Little Creatures (Talking Heads) e Nerve Net (Brian Eno). Non si può definirlo un capolavoro mancato, come mostrano le ottime The River e I Feel My Stuff, ma nemmeno un capolavoro (Home potrebbe essere stata scritta da Paul Simon); rimane però un disco piacevole da ascoltare, intelligente e ben confezionato.

Buoni e cattivi

4 settembre 2008 Nessun commento

Facebook: ho ritrovato vecchi amici e ne ho scoperto di nuovi. Sono perplesso, ma mi pare una buona cosa.

Last.fm: inesauribile, preziosa.

Second Life: lenta, con qualsiasi computer. Noiosa.

MacBook Pro con tastiera multitouch: meglio di quel che pensassi. Veloce.

Johnny Cash: Hurt. Già.

Marianne Faithfull: in attesa del nuovo disco, Before The Poison è molto bello.

Tact: niente da fare, ancora meglio l’analogico, se questo è il miglior ampificatore digitale del mondo.

Fiat Bravo. Per calcolo, non per desiderio.

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