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Il ritorno di Byrne ed Eno

Brian Eno e David Byrne hanno scritto pagine memorabili del pop degli ultimi trent’anni: il primo come produttore (di Bowie, U2, Coldplay, tra gli altri) e massimo teorico del genere ambient, il secondo inventando il rock nevrotico dei Talking Heads e poi avventurandosi nel territorio della musica etnica.Ma è insieme che hanno inciso un album destinato a rimanere nella storia: senza My Life In The Bush Of Ghosts non esisterebbero Moby e Madonna, Bjork e Jovanotti, Eminem, i Massive Attack e mille altri.

Ventisette anni dopo, i due tornano a collaborare per Everything That Happens Will Happen Today, disponibile da qualche settimana in formato digitale e da novembre su cd. L’album non è in vendita su iTunes, non è pubblicato da alcuna etichetta discografica: Eno e Byrne, seguendo la strategia dei Radiohead, hanno fatto tutto da soli, stabilendo tuttavia un prezzo fisso per il download (8.99 dollari per i file Mp3 ad alta qualità ascoltabili su tutti i lettori). Niente pubblicità, niente copie omaggio, appena qualche intervista, ma in cambio un brano (Strange Overtones) è gratis, e tutto il disco si può ascoltare in streaming.

L’album nasce da una precisa divisione dei compiti, come spiega lo stesso Byrne sul suo sito web: «Brian ha scritto quasi tutta la musica, io la maggior parte delle melodie vocali e dei testi». E infatti certi suoni ricordano le ultime prove di Eno, soprattutto Another day On Earth. Arricchite dagli interventi strumentali di Robert Wyatt e Phil Manzanera, le undici tracce nuove sono bizzarre variazioni sul tema del country e del folk, che Eno etichetta come «gospel elettronico», lontanissime dalla ribollente miscela di sintetizzatori e ritmi africani di My Life In The Bush Of Ghosts. «Non è la continuazione di quel disco», precisa infatti Byrne. «Questo è un album di canzoni, e il risultato mi sorprende, perchè molte sono positive e allegre, pur presentando elementi oscuri nella musica e nei testi».

C’è la guerra in Iraq, il tempo che passa, perfino una riflessione sulla morte (One Fine Day, presentata dal vivo a New York qualche settimana fa nell’esecuzione di un coro di ottantenni), eppure il tono è leggero, svagato, al più velato di una malinconia che s’intuisce passeggera. Everything That Happens non segnerà un’epoca, come la precedente collaborazione tra i due, e negli scaffali degli appassionati finirà tra Little Creatures (Talking Heads) e Nerve Net (Brian Eno). Non si può definirlo un capolavoro mancato, come mostrano le ottime The River e I Feel My Stuff, ma nemmeno un capolavoro (Home potrebbe essere stata scritta da Paul Simon); rimane però un disco piacevole da ascoltare, intelligente e ben confezionato.

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