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Archivio per gennaio 2009

Al telefono con Uri Caine

La voce di Uri Caine è profonda e pacata, però non basta a coprire le sirene della polizia e una radio accesa: è nel suo appartamento di Manhattan – spiega – e le finestre sono aperte. Cinquantadue anni, nato a Philadelphia, Caine è pianista e compositore, ma anche arrangiatore assai creativo, famoso per aver trasformato i Kindertotenlieder di Mahler in canzoni folk e per aver chiamato un deejay a cimentarsi con le Variazioni Goldberg di Bach. Il suo ultimo disco è una rielaborazione da Verdi e nasce da una collaborazione con la Biennale di Venezia, di cui è stato direttore artistico.
The Othello Syndrome prosegue la sua opera di riscrittura dei classici. Come ha lavorato su Verdi?
“Ho scavato nelle radici della sua musica per metterne in rilievo i lati più nascosti. E mi sono preso delle libertà, come far interpretare alcuni brani ad un cantante di Rhythm’n’Blues, tradurre in inglese parte dei testi, o inserire altri riferimenti a Shakespeare assenti nell’Otello verdiano”.
Il pubblico come ha reagito?
“Alcuni non apprezzano il jazz o le influenze elettroniche, altri giudicano il mio atteggiamento irriguardoso verso i mostri sacri della musica classica. Per fortuna, però, molti apprezzano”.
E i musicisti?
“Senz’altro fanno meno fatica ad accettare i miei lavori rispetto alle elaborazioni su Mahler o Wagner: per questo di solito le eseguo dal vivo con il mio ensemble, anche se altri musicisti hanno saputo adattarsi perfettamente alla mia musica”.
Qual è la maggiore difficoltà che un musicista classico deve affrontare con Uri Caine?
“La prima è psicologica: c’è chi si è rifiutato di suonare il mio Bach perché non ammette che possa essere interpretato in un modo così poco accademico. Poi c’è il problema dell’improvvisazione: oggi i musicisti classici si limitano a eseguire al meglio una partitura, mentre fino a Mozart e Beeethoven agli esecutori era espressamente richiesto di improvvisare in certi punti, per mostrare il proprio virtuosismo. C’era una libertà che si è persa, ma che i musicisti più giovani ultimamente stanno cercando di recuperare”.
Primal Light è uscito nel 1997: come mai ha cominciato proprio riscrivendo Mahler?
“A quindici anni per esercitarmi trascrivevo per pianoforte le musiche di Mahler, poi ho pensato che sarebbe stato interessante usarle come base per delle improvvisazioni. Le sue composizioni contengono tipi diversi di musica: marce militari, canzoni popolari, echi della tradizione klezmer e molto altro”.
Quanto ha influito la tradizione ebraica sulla sua musica?
“Ascoltavo canzoni sefardite da bambino, ma in una città come Philadelphia era inevitabile venire a contatto con generi come il jazz e il Rhythm’n’Blues. Solo da adulto ho cominciato a considerare la musica tradizionale in modo diverso: il mio interesse non era più quello di un ebreo, ma di un musicista. Dalla cultura ebraica, in realtà, ho imparato soprattutto un metodo”.
In che senso?
“C’è una parola, Midrash, che indica quel percorso in cui si parte da qualcosa e con la discussione si cerca di coglierne la vera essenza: una lunga e faticosa ermeneutica, che nasce nell’ambito della religione, ma poi diventa un modo di porsi nei confronti della vita. In un certo senso è midrash anche il mio lavoro su Mahler e sugli altri compositori classici. Non ho inventato niente”.
Ma ha preso ispirazione da molte fonti diverse…
“La storia degli ebrei è sempre stata la storia di una minoranza, e quando si è parte di una minoranza si cerca di capire come si comportano gli altri, magari li si imita in qualche modo, ma si tenta comunque di conservare la propria identità. Il segreto è trovare l’equilibrio, rimanere aperti alle influenze esterne senza dimenticare una cultura vecchia di millenni: questo è il messaggio che vorrei arrivasse dalla mia musica”.

Le delusioni del MacWorld

Da ieri la musica è un po’ più libera: Apple ha annunciato che entro la primavera i 10 milioni di brani diTunes Store saranno tutti in vendita senza Drm, compatibili con ogni lettore musicale, masterizzabili su compact disc senza limiti, copiabili da un computer all’altro. Finora solo Emi aveva rinunciato ai lucchetti digitali, adesso anche le altre case discografiche hanno trovato un accordo con Cupertino: i brani avranno tre fasce di prezzo (69 centesimi, oltre ai consueti 99, ma anche 1,29 euro) e saranno acquistabili direttamente dall’iPhone utilizzando la rete telefonica.

L’annuncio è importante anche per un altro motivo: non è venuto da Steve Jobs, ma da Phil Schiller, che ha tenuto al suo posto il Keynote di presentazione dei nuovi prodotti al MacWorld di San Francisco. Interrompendo una consuetudine che durava da undici anni, il carismatico capo di Apple aveva anticipato qualche settimana fa che non sarebbe stato sul palco del Moscone Center, e alla vigilia della manifestazione ha scritto una lettera aperta per illustrare le ragioni della sua scelta. Jobs ha spiegato che soffre di uno scompenso ormonale, la cui cura sarebbe «relativamente semplice», e ha sottolineato di poter rimanere ancora amministratore delegato della società. Non è una recidiva del cancro al pancreas che lo ha colpito quattro anni fa, insomma, e però, proprio durante il keynote, un sito di indiscrezioni è stato violato da alcuni hacker che hanno pubblicato la notizia della sua morte.

Apple si identifica intimamente con il suo fondatore, e i suoi problemi di salute hanno spesso causato scossoni in borsa, così Jobs per tutto il 2008 ha cercato di smarcarsi dal ruolo difficile di profeta della Mela, per suggerire a clienti e analisti che l’azienda è guidata da un team capace di raccogliere la sua eredità.

Schiller non se l’è cavata male, ma la presentazione di ieri ha deluso chi si aspettava rivoluzioni: niente Mac Mini, niente iMac, nessun iPhone nano e men che meno la fantomatica internet tablet di cui si parla da anni sul web. L’unica novità hardware è un MacBook Pro da 17 pollici completamente ridisegnato, sulla scia dei modelli lanciati lo scorso ottobre, la cui caratteristica più importante è la durata della batteria, che arriva a otto ore (ma non è sostituibile). Interessanti anche le funzioni introdotte nel software iLife: iPhoto ora permette di catalogare le foto sulla base del luogo dove sono state scattate e Garage Band include le lezioni di musicisti famosi (tra cui Sting) per imparare a suonare, come fosse un videogioco. Rivisto anche iWork, che ora permette di collaborare via web, come la suite office di Google. Era forse troppo poco anche per Jobs, che gli anni scorsi dal MacWorld aveva lanciato l’iPhone e annunciato il passaggio ai processori Intel. Le vere novità di Apple – c’è da scommetterci – arriveranno a breve.