Archivio

Archivio per marzo 2009

Una chiacchierata con Morgan

27 marzo 2009 1 commento

In parte Morgan, in parte Marco Castoldi. Eccolo, unico e doppio, alla Fnac di Torino, per presentare a centinaia di fan adoranti il suo libro, scritto insieme a Mauro Garofalo. Un dialogo durato quasi un anno e condensato da Eleuthera in 160 pagine fitte di pensieri e impressioni, illustrate con foto in bianco e nero, dove appare bambino, mentre già suona la tastiera, poi giovane adulto, con gli occhi segnati dal rimmel e i capelli lunghi, appena prima di fondare i Bluvertigo. Il libro, da settimane nella top ten dei più venduti, cita Tenco e Hofstadter, alterna Orwell e X Factor: “Non è una biografia, non ci sono episodi e non ci sono fasi della mia vita”, precisa Morgan.
In pArte Morgan racconta la sua visione del mondo: potremmo definirlo un libro politico?
“Sono uno che dice le cose che pensa, e non ho mai avuto nessun problema nel dichiarare da che parte sto. La politica è un atto quotidiano, è nel comprare un prodotto, nel comunicare qualcosa, nell’usare un telefono oppure un altro: tutto è politica, ma solo se hai una coscienza politica puoi parlarne. Io sono consapevole, faccio delle scelte e me ne assumo la responsabilità”.
Ad esempio, si è schierato a difesa di Prodi…
“Non ne potevo più di sentir dire che non andava bene, trovavo che la sua squadra di governo fosse molto interessante”.
E quella attuale?
“Non mi esprimo, non ho tempo da perdere, non mi interessa. Sono stupidi, a me piace occuparmi di persone intelligenti”.
Ha visto Saviano da Fabio Fazio?
“No, non seguo la tv, non ho idea di come sia un telegiornale, non leggo quotidiani, non so cosa succede in giro. Sono diventato una persona che non avrei voluto, ma non posso tornare indietro, anche se mi perdo molte cose importanti: quello che vedo mi dispiace troppo, e mi fa incazzare. Come posso avere fiducia nelle istituzioni se un ex cantante di piano bar diventa Presidente del Consiglio?”
Ma vota alle elezioni?
“Certo”.
Perché di recente se l’è presa anche con Baricco?
“Non è un attacco personale: Baricco fa parte di una schiera di letterati che a me non piace. Non è Moccia, certo, ma nell’ansia di rimanere comprensibile a tutti, perde quello slancio che uno del suo calibro è obbligato ad avere se scrive un libro. Perché la letteratura non è il trash della tv e della radio, si può volare alto, e lasciar perdere quelle quattro copie smerciate negli scaffali degli Autogrill. Lì i miei dischi non ci sono mai stati, eppure ne ho venduti tanti, non mi piacciono gli ascoltatori distratti, voglio che chi mi compra sappia ciò che sta scegliendo”.
Ma lei, a suo modo, non porta la cultura musicale nella tv, che è il tempio del trash?
“Tutti vogliono conoscere cose nuove, ascoltare discussioni intelligenti, e invece la tv non ne dà: ha paura di perdere spettatori, per questo tende a livellare tutto verso il basso. Io invece penso che valga la pena puntare in alto: a qualcuno il messaggio arriverà, magari saranno quei ragazzini di quindici, sedici anni che mi scrivono per ringraziarmi di avergli fatto scoprire Sergio Endrigo e Luigi Tenco con X Factor. E l’altra sera il picco di ascolti c’è stato per il mio duetto con Ivano Fossati, altro che Mike Bongiorno”.
Si considera un intellettuale?
“Io sono uno normale, c’è chi di musica ne sa molto più di me, chi conosce più a fondo la letteratura e il cinema, chi il piano lo suona meglio. Perché questa gente non va in tv? Non sono combattivi, non sono narcisi, non annegano nella disperazione”.
Disperazione?
“Bisogna non aver niente da perdere, tutti sono attaccati come un’ostrica alla vita. A me invece non interessa concludere nulla, sono qui e non ho nemmeno voglia di ammazzarmi, ma se domani finisse il mondo sono già a posto, ho detto ti amo e ti odio a chi volevo dirlo, ho cantato le canzoni che mi piacevano, ho letto i libri che avevo voglia di leggere, e ora sono soddisfatto”.
E’ quello che nel libro chiama “pessimismo attivo”?
“Non ho entusiasmo nei confronti dell’uomo e del pianeta, sfrutto la capacità che ho di vivere dentro di me, ma a volte vorrei essere rincoglionito come gli altri e non soffrire così”.
Eppure, dopo la notizia del fidanzamento con l’ex-velina Maddalena Corvaglia, ha dichiarato di vivere un periodo bellissimo. Conferma?
“Confermo e confermo che sta finendo, sono come Leopardi non riesco a essere felice troppo a lungo”.
Ora dovrei chiederle spiegazioni…
“Meglio di no, non ne darei comunque”.
Allora generalizziamo. Nel libro parla di desiderio e amore, spiegando che sono due cose diverse. Può riassumere?
“L’amore è: io ti voglio bene, tu puoi anche stare con altro, per me non cambia. Il desiderio, invece, implica un bisogno di avere. In casi rari, dare e avere vanno insieme, e allora il rapporto è una vera relazione. Questo, in termini linguistici, si traduce in espressioni diverse: se due dicono “scopare” esprimono l’unione di desiderio e sentimento, ma piuttosto che “fare l’amore”, tanto vale giocare a bridge. O dormire”.
Come mai sta sbadigliando?
“Sono stanco”.
Si addormenta anche accanto a Simona Ventura?
“Con lei mi addormento anche se non ho sonno”.
Ha detto di essere masochista in amore. Trova spesso delle partner sadiche?
“Masochista è come dire sadico, non c’è distinzione, sono proprio uguali: vuol dire concepire la vita e i rapporti di relazione come dominio, non come parità. Succede lo stesso con la depressione e la maia di grandezza, sono de lati della stessa malattia. Per questo sostengo che Berlusconi, in realtà, è un grande depresso”.
Torniamo alla musica: quando esce il prossimo disco di Morgan?
“E’ un lavoro in tre parti. La prima, Italian Songbook, esce tra venti giorni, costa nove euro e comprende mie versioni di canzoni italiani diventate famose all’estero in inglese, interpretate da artisti come Elvis Presley; Cliff Richard e Tom Jones. La seconda raccoglierà brani che potenzialmente sarebbero stati dei grandi successi, ma sono rimasti sconosciuti, la terza sarà composta da “falsi storici”, composti da me come se fossero canzoni di altri. Battiato ha ascoltato il primo disco e gli è piaciuto molto, ha deciso di scrivere una prefazione”.
Che altro dobbiamo aspettarci?
“Sto lavorando a due libri. Uno è una sorta di manuale per imparare come si fa una canzone, un po’ come quello di Umberto Eco sulla tesi di laurea (uscirà per Isbn a maggio, ndi). L’altro mette insieme, gossip, diari, foto: è un libro molto pop, un po’ come i diari di Andy Warhol”.
E poi, dopo la finale di X Factor, ancora tv, con Match Music, di cui è direttore artistico, e pure un tour per pianoforte solo. Ma non è che questa iperattività nasconde qualcosa? Magari quel sentimento di cui racconta nel libro, dove dice che da piccolo si sentiva non voluto?
“Ancora adesso non mi vuole nessuno, sul palco ha qualcosa da dire ma giù dal palco sono una merda, e prima o poi tutti mi lasciano. Quello che so fare è raccontare storie. E bugie”.

Shuffle, l’iPod che parla

Il primo iPod Shuffle fu presentato nel gennaio del 2005, e già dal nome rivelava la sua caratteristica principale: i brani non si potevano scegliere per artista  o titolo, ma andavano ascoltati in ordine casuale.  Una metafora della vita trasformata in prodotto tecnologico, un difetto (l’assenza del display) che diventa punto di forza (la musica è bella perché varia e imprevedibile). Oggi, dopo cinque anni, una seconda versione introdotta alla fine del 2006 e diversi milioni di apparecchi venduti, il primo lettore Mp3 di Apple basato su memoria flash sembra appartenere alla preistoria della musica digitale. Soprattutto se confrontato con il nuovissimo Shuffle, presentato due settimane fa, prendendo di sorpresa analisti e professionisti dei rumors, che per una volta non sono stati in grado di prevedere le mosse di Cupertino.

Se il primo e il secondo Shuffle ancora erano riconoscibili come iPod, grazie ai comandi disposti in maniera simile alla classica ghiera cliccabile dei fratelli maggiori, questa terza generazione non ha nessun segno distintivo che la riporti alla famiglia dei più diffusi lettori musicali del mondo. Anzi, proprio nessun segno: sul microscopico corpo in alluminio c’è solo uno switch a tre posizioni, addirittura, la parola iPod non compare da nessuna parte, ed è la prima volta che accade. “Ma ci vorrà pochissimo perché la gente associ la forma del nuovo Shuffle alla famiglia degli iPod; chi lo ha vorrà mostrarlo ad amici e conoscenti e così tutti sapranno che è il nuovo Shuffle, anche se non c’è scritto sopra”, commenta Erik Stannow, capo del marketing Apple per l’Europa. E forse ha ragione, basteranno la Mela sulla clip e le solite cuffiette bianche a far capire di cosa si tratta.

In realtà, poi, le cuffie non sono le solite: la differenza all’occhio non appare immediatamente, ma c’è un piccolo telecomando sul cavo, un po’ come negli iPhone e nei nuovi iPod presentati lo scorso ottobre. In quello dello Shuffle, ovviamente, manca il microfono, visto che il più piccolo dei lettori digitali Apple non è in grado di registrare. Però parla, ed è questa la novità più importante: in assenza di un’interfaccia visiva, a Cupertino hanno pensato bene di inventarsene una vocale. Così oggi lo Shuffle non è più limitato a riprodurre le canzoni in sequenza ordinata o casuale, ma permette anche di navigare tra le playlist e scegliere un particolare brano tra i circa 1000 che può contenere nei sui 4 GB di memoria.

Tutto grazie ad una tecnologia presente da qualche anno sui computer con la Mela ma mai veramente sfruttata a fondo: si chiama VoiceOver ed è nata per aiutare chi ha problemi di vista, leggendo testi e comandi con una voce sintetizzata. Sul nuovo Shuffle riproduce i titoli, gli autori, le playlist, e fornisce anche alcune indicazioni d’uso, come la durata della batteria; per abilitarla, però, è indispensabile scaricare un pacchetto software la prima volta che ci si connette ad iTunes e selezionare una lingua base. Nel caso dell’italiano, lo Shuffle avrà una voce di donna, ma col tedesco o l’inglese a parlare sarà una voce maschile. Ma attenzione: l’apparecchio riconosce la lingua dei titoli, quindi li pronuncia correttamente, alternando le varie voci a seconda che si tratti ad esempio di francese, spagnolo, olandese e così via. Il miracolo avviene sul computer, nel senso che iTunes costruisce per ogni file musicale un piccolo file vocale da associare, più o meno come succede con le copertine. Vengono poi entrambi trasferiti sullo Shuffle, che di per sé non avrebbe la potenza di calcolo necessaria per la sintesi vocale. Per conoscere il titolo e l’autore del brano in ascolto, poi, basta premere il pulsante centrale del telecomando per qualche secondo: la musica sfuma, arriva l’annuncio, poi il volume si alza di nuovo. Tutto ok, ma chiaramente con gli islandesi Sigur Ròs la pronuncia è bizzarra, e c’è anche qualche problema con gli Afterhours (il titolo “Dove si va da qui”, ad esempio, è letto corretto correttamente, ma il nome della band è pronunciato in italiano, quindi “afterhours” e non “afterauars”).

Per passare al brano successivo si deve premere il pulsante centrale due volte, velocemente; per quello precedente tre volte. Un solo click mette lo Shuffle in pausa, mente i tasti contrassegnati con “+” e “-“ servono per regolare il volume. Ma anche per muoversi tra le playlist, che sono accessibili tenendo premuto più lungo il pulsante centrale dopo l’annuncio del titolo della canzone. E’ possibile scegliere tra più playlist e, all’interno di queste, decidere quale brano ascoltare, più o meno come accade con gli altri iPod. E però la mancanza dello schermo rende la navigazione più complessa, decisamente meno intuitiva: nell’uso quotidiano, cercare una canzone può diventare un’impresa non semplice, tanto che – c’è da scommetterci – parecchi continueranno ad usare lo Shuffle in modalità casuale. In compenso, se si è alla guida o non si può distogliere lo sguardo da ciò che si sta facendo, la funzione VoiceOver può effettivamente tornare utile.

La qualità audio dello Shuffle 3G è molto buona, superiore certamente al 2G e a livello del primo modello, riconosciuto dagli esperti come uno dei lettori Mp3 che suonano meglio. Il volume di uscita è molto alto, e il suono è equilibrato, con bassi tutto sommato accettabili e alte frequenze mai davvero invadenti. Il punto, però, è un altro: al momento le uniche cuffie compatibili con il nuovo gioiello Apple sono quelle fornite in dotazione: non è possibile collegare nessun altro auricolare, perché semplicemente non sarà possibile far partire il lettore, visto che i comandi sono sul cavo delle cuffie. Abbiamo provato ad avviarlo con le cuffie in dotazione, poi toglierle e inserirne della altre, ma niente da fare: lo Shuffle non riproduce alcun suono. Funziona, invece, con le nuove In-Ear di Apple, che garantiscono anche una buona riproduzione sonora, ed è parzialmente compatibile con le cuffie dell’iPhone (si riesce a farlo suonare, ma non si può cambiare brano né regolare il volume).

La scelta radicale di Apple taglia così fuori tutti i produttori di cuffie che non abbiano lo speciale jack a quattro contatti e i comandi sul cavo; al momento Klipsch, V-Moda, Etymotic Research e Scosche hanno annunciato auricolari compatibili, e certo altri produttori seguiranno. Su alcuni blog, la scoperta di un chip all’interno del comando remoto aveva fatto pensare che Cupertino stesse progettando qualche tipo di lucchetto Drm per permettere solo ai produttori autorizzati di commercializzare auricolari compatibili, ma Apple ha smentito: il chip serve solo per trasmettere i segnali del telecomando. Intanto, però, chi compra uno Shuffle non potrà nemmeno collegarlo allo stereo dell’auto e per farlo dovrà aspettare che sia in commercio un cavo adattatore con telecomando. Nella lillipuziana confezione, infatti, c’è solo un cavetto adattatore da 3,5 mm a Usb, che serve per sincronizzare i brani e usare lo Shuffle come chiave di memoria. Sostituisce il dock della versione precedente, ma è cortissimo (10 cm), non proprio comodo da usare se si ha un computer desktop e facilissimo da perdere: a quel punto lo Shuffle sarà del tutto inutilizzabile, perché si può caricare la batteria solo con quel cavo (e perciò Apple lo vende anche separatamente).

Stavolta l’impressione è che a Cupertino siano stati vittime della loro stessa tendenza a semplificare, eliminare il superfluo, ridurre ogni cosa al minimo indispensabile: certo non sarà grazie alla licenza delle cuffie per lo Shuffle che Apple sopravviverà alla crisi economia globale. Piuttosto, c’è da chiedersi dove porteranno le innovazioni sviluppate per il più piccolo dei lettori, che senz’altro saranno implementate anche su altri prodotti: non è difficile immaginare che in futuro la funzione VoiceOver sarà disponibile anche sul Nano, il Touch e il Classic, oltre che sull’iPhone, e pure il sistema di comando sulle cuffie arriverà sull’iPhone prossimo venturo. Purché Apple non  perda di vista una caratteristica che ha sempre differenziato i suoi prodotti  dagli altri: la semplicità d’uso. Questo Shuffle di terza generazione è bello, funziona bene, ha un prezzo ragionevole e una buona autonomia (nella prova la batteria è durata fino a 11 ore), ma per usarlo al meglio delle sue possibilità ci vuole tempo e attenzione, almeno all’inizio.

Fever Ray vs. Röyksopp

Il nuovo disco di Fever Ray (The Knife) è tutto quello che avrebbe potuto (dovuto?) essere il nuovo dei Röyksopp e che invece non è. Quindi: voto 7, e un bel 2 a quegli altri, che sono pure poco simpatici.

Depeche Mode, ecco come suona l’universo

Wrong. Sbagliato. Cosa può esserci di sbagliato in una band che ha venduto 75 milioni di dischi, che ha portato la musica elettronica negli stadi e scritto pagine memorabili nella storia del rock, influenzando tre generazioni di musicisti? Dave Gahan, leader dei Depeche Mode, non spiega il titolo del singolo che anticipa l’album Sound Of The Universe, in uscita a metà aprile, ma sorride per i complimenti di Andy Fletcher: “Siamo molto fieri di questo disco, e anche di Dave, che oggi è in gran forma”. Infatti: abbandonati droga ed eccessi da rockstar, ora, in un elegante abito nero con camicia bianca, non dimostra nemmeno i suoi quarantasette anni; accanto a lui, Martin Gore ha un buffo cappello di lana e un maglione grigio.

Sembravano finiti, i Depeche Mode, appena qualche anno fa. Gahan e Gore avevano pubblicato due album solisti, suonavano dal vivo ognuno per conto proprio, Fletcher si era riciclato come produttore di musica elettronica e deejay a tempo perso. L’avventura dei tre di Basildon pareva destinata a concludersi con un melanconico ritorno al loro capolavoro, Enjoy The Silence, pubblicato nel 1991 e poi di nuovo tredici anni dopo, remixato da Mike Shinoda dei Linkin Park. Invece, nel 2005, Playing The Angel li porta ancora nelle top ten di mezzo mondo, Italia compresa;  il disco è stato registrato proprio a Milano (“Come Personal Jesus, un altro nei nostri più grandi successi”, sottolinea Fletcher).

Concerti affollatissimi, raccolte, dvd, edizioni rimasterizzate dei vecchi album: i Depeche Mode diventano uno dei punti fermi nella strategia commerciale della Emi, che deve fare i conti con le defezioni di Rolling Stones, Radiohead, Paul McCartney, Verve e i flop di Mariah Carey e Robbie Williams. Nell’ottobre del 2009 firmano un nuovo contratto: “Abbiamo considerato varie opzioni, compresa la possibilità di gestirci in  maniera indipendente, poi la scelta è caduta sulla nostra vecchia casa discografica perché ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay e crediamo che sia sulla buona strada per ritornare grande come una volta”. Ma meglio non fidarsi: “Il mercato cambia velocemente, non sappiamo come si evolverà in futuro, perciò abbiamo preferito impegnarci per un solo album”. Così i Depeche Mode sono, con gli U2, la scommessa di quest’anno, la boccata d’aria che potrebbe consentire alle major boccheggianti di sopravvivere ancora un po’.

E allora ogni modestia è bandita (per dire: i due concerti italiani del 16 giugno a Roma e del 18  a Milano fanno parte del Tour of The Universe), ma tra amori tormentati e donne crudeli, stavolta c’è pure qualche traccia d’ironia, c’è una leggerezza che mancava negli anni Ottanta, quando i Depeche Mode dovevano dimostrare di non essere solo una band new romantic tutta sintetizzatori e gel per capelli. Anche musicalmente, il loro dodicesimo album è assai vario: “Volevamo suoni più sporchi, e li abbiamo creati con vecchie tastiere e chitarre vintage. Non passava giorno senza che arrivassero in studio strumenti che acquistavo su eBay”, spiega Gore. Le atmosfere cupe dei Depeche si venano di blues per In Chains e si sovrappongono ai suoni da videogioco di Peace, e fa poca differenza se a firmare i brani sia, come sempre, Martin Gore, o Dave Gahan, che da poco si è scoperto autore: “So di non essere all’altezza di Martin, però è bello essere in panchina e non più nello spogliatoio; quando lui si assenta posso finalmente giocare come titolare”.