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Depeche Mode, ecco come suona l’universo

Wrong. Sbagliato. Cosa può esserci di sbagliato in una band che ha venduto 75 milioni di dischi, che ha portato la musica elettronica negli stadi e scritto pagine memorabili nella storia del rock, influenzando tre generazioni di musicisti? Dave Gahan, leader dei Depeche Mode, non spiega il titolo del singolo che anticipa l’album Sound Of The Universe, in uscita a metà aprile, ma sorride per i complimenti di Andy Fletcher: “Siamo molto fieri di questo disco, e anche di Dave, che oggi è in gran forma”. Infatti: abbandonati droga ed eccessi da rockstar, ora, in un elegante abito nero con camicia bianca, non dimostra nemmeno i suoi quarantasette anni; accanto a lui, Martin Gore ha un buffo cappello di lana e un maglione grigio.

Sembravano finiti, i Depeche Mode, appena qualche anno fa. Gahan e Gore avevano pubblicato due album solisti, suonavano dal vivo ognuno per conto proprio, Fletcher si era riciclato come produttore di musica elettronica e deejay a tempo perso. L’avventura dei tre di Basildon pareva destinata a concludersi con un melanconico ritorno al loro capolavoro, Enjoy The Silence, pubblicato nel 1991 e poi di nuovo tredici anni dopo, remixato da Mike Shinoda dei Linkin Park. Invece, nel 2005, Playing The Angel li porta ancora nelle top ten di mezzo mondo, Italia compresa;  il disco è stato registrato proprio a Milano (“Come Personal Jesus, un altro nei nostri più grandi successi”, sottolinea Fletcher).

Concerti affollatissimi, raccolte, dvd, edizioni rimasterizzate dei vecchi album: i Depeche Mode diventano uno dei punti fermi nella strategia commerciale della Emi, che deve fare i conti con le defezioni di Rolling Stones, Radiohead, Paul McCartney, Verve e i flop di Mariah Carey e Robbie Williams. Nell’ottobre del 2009 firmano un nuovo contratto: “Abbiamo considerato varie opzioni, compresa la possibilità di gestirci in  maniera indipendente, poi la scelta è caduta sulla nostra vecchia casa discografica perché ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay e crediamo che sia sulla buona strada per ritornare grande come una volta”. Ma meglio non fidarsi: “Il mercato cambia velocemente, non sappiamo come si evolverà in futuro, perciò abbiamo preferito impegnarci per un solo album”. Così i Depeche Mode sono, con gli U2, la scommessa di quest’anno, la boccata d’aria che potrebbe consentire alle major boccheggianti di sopravvivere ancora un po’.

E allora ogni modestia è bandita (per dire: i due concerti italiani del 16 giugno a Roma e del 18  a Milano fanno parte del Tour of The Universe), ma tra amori tormentati e donne crudeli, stavolta c’è pure qualche traccia d’ironia, c’è una leggerezza che mancava negli anni Ottanta, quando i Depeche Mode dovevano dimostrare di non essere solo una band new romantic tutta sintetizzatori e gel per capelli. Anche musicalmente, il loro dodicesimo album è assai vario: “Volevamo suoni più sporchi, e li abbiamo creati con vecchie tastiere e chitarre vintage. Non passava giorno senza che arrivassero in studio strumenti che acquistavo su eBay”, spiega Gore. Le atmosfere cupe dei Depeche si venano di blues per In Chains e si sovrappongono ai suoni da videogioco di Peace, e fa poca differenza se a firmare i brani sia, come sempre, Martin Gore, o Dave Gahan, che da poco si è scoperto autore: “So di non essere all’altezza di Martin, però è bello essere in panchina e non più nello spogliatoio; quando lui si assenta posso finalmente giocare come titolare”.

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