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Depeche Mode, il ritorno

“Sono nato sotto il segno sbagliato / nella casa sbagliata / ero nel posto sbagliato / al momento sbagliato”. Sono quasi cinquantamila, allo stadio Olimpico, a urlare che invece no, Dave Gahan non si sbaglia affatto, e che Wrong si è già conquistata un posto accanto a I Feel You e It’s No Good, due dei tanti successi dei Depeche Mode presenti nella scaletta del loro primo concerto italiano. Dopo la data di ieri a Roma, la band inglese suonerà domani allo stadio San Siro di Milano, aprendo così la stagione dei grandi concerti internazionali, con nomi come U2, Madonna, Bruce Springsteen, Nine Inch Nails; il palco romano non verrà smontato immediatamente e sarà utilizzato anche per il concerto-evento di sabato prossimo a favore dei terremotati d’Abruzzo.

La partenza del Tour Of The Universe non è stata fortunata: dopo le prime due serate, Gahan è stato costretto ad annullare il concerto di Atene per un attacco di gastroenterite; dalle analisi in ospedale, al cantante è stato diagnosticato per caso un tumore alla vescica, così il tour è stato interrotto e le date successive annullate. Un mese dopo, i Depeche Mode sono di nuovo sul palco, perfettamente a loro agio nella scenografia futuristica disegnata da Anton Corbjin, il fotografo olandese che da anni cura l’immagine della band.

La musica è sempre lo stesso originalissimo mix di rock ed elettronica, sintetizzatori e chitarre (Martin Gore si divide tra acustica ed elettrica), oggi appena velato di nostalgia; lo dimostra ad esempio Peace, il singolo più recente. La grande coerenza della scrittura di Gore, però, annulla i ventitré anni che lo separano da A Question Of Time e ripensa un classico come Policy Of Truth quasi fosse un inedito da Sounds Of The Universe.

Nati come boyband per ragazzine new romantic, i Depeche Mode hanno presto messo da parte spray e gel per capelli e forse sono – dopo dodici album e settantacinque milioni di dischi – i soli sopravvissuti degli Ottanta che ancora abbiano qualcosa da dire. Una credibilità costruita sperimentando sui suoni e sui testi, ma anche sulle vicende personali dei membri della band, passati attraverso droga, alcol, malattie nervose. E così i tre di Basildon sono diventati una band di culto e con i connazionali Cure hanno segnato il trionfo popolare del genere «Dark» (nel Regno unito lo chiamavano «Gothic»). Ma Gahan è un comunicatore nato, un entertainer scafatissimo, un rocker capace di smuovere le masse con un colpo d’anca, come il Mick Jagger dei tempi d’oro. E lo sa bene: affronta il pubblico sulla passerella a torso nudo, scherza con il riservato Andy Fletcher, duetta con un Martin Gore tutto vestito d’argento, si smaterializza in mille cloni digitali nel megaschermo alle sue spalle.

Tra il pubblico sono in tanti a conservare le canzoni dei Depeche Mode nel cuore, nascoste nel fondo dell’anima, ma le parole cancellate dagli anni tornano sulle labbra al primo accordo di chitarra. I numerosi brani dall’ultimo disco scorrono veloci: due i titoli in scaletta firmati da Gahan (la tiratissima Hole To Feed e Come Back), tra i tanti gioielli di Gore, presente sia come autore (Enjoy The Silence, Stripped, Master And Servant, Personal Jesus; Never Let Me Down Again), che come cantante (la non entusiasmante Little Soul, Home). Dopo oltre due ore di concerto, si chiude con Waiting For The Night.

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