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Archivio per luglio 2009

Offender Locator, la gogna virtuale sull’iPhone

Quanto costa la tranquillità? Per alcuni è impossibile da raggiungere, non importa quanto siano disposti a spendere, per altri bastano 99 centesimi di dollaro. Gli altri sono quelli che hanno un iPhone e Offender Locator. Qualche tocco e il software si installa sul telefonino Apple, trasformandolo in uno zelante ufficiale di polizia che risponde ad una precisa domanda: il mio vicino (o il coinquilino del mio amico, o la zia dell’amichetto di mio figlio) sono mai stati condannati per aver commesso crimini sessuali?

Come funziona
Offender Locator è solo una delle oltre 50 mila applicazioni disponibili per il supertelefonino Apple, che di volta in volta lo trasformano in mille gadget diversi: da studio di registrazione a guida turistica, da rilevatore sismico a consolle per videogiochi. E il prodotto della 2020 Vision negli Usa oggi è al sesto posto tra i più acquistati sull’App Store, fruttando migliaia di dollari ai suoi ideatori. Che hanno inventato poco, ma hanno saputo sfruttare bene le risorse dell’iPhone e le paure della gente comune: da anni, infatti, il governo americano pubblica su internet i nomi di chi si è macchiato di reati a sfondo sessuale, Offender Locator ricerca negli elenchi e organizza i dati in maniera semplice da comprendere. Ad esempio, usando il Gps integrato nell’iPhone, determina la posizione da cui proviene la richiesta e segnala pedofili, stupratori, molestatori presenti nelle vicinanze. Oppure quelli che vivono nei pressi di un amico o conoscente il cui indirizzo sia registrato nella rubrica del telefonino. O ancora, inserendo un il nome della strada o il codice di avviamento postale, compaiono tutti i “sex offenders” della zona. L’effetto è raccapricciante: la lista da sola è spesso lunga (anche in centri molto piccoli), ma basta un tocco sul nome e compare una scheda col volto del colpevole, i reati che ha commesso, il domicilio, la data di nascita e le caratteristiche fisiche. La terza modalità è pura nevrosi: una mappa con tanti segnaposto, rossi o verdi a seconda della pericolosità dei vicini (o di quelli della fidanzata, o dei residenti in un certo condominio, o di chi vive nel quartiere dove vanno a scuola i bambini).

Le polemiche
Impossibile da realizzare in Italia per questioni di privacy, un’applicazione come questa desta però anche negli Usa qualche perplessità. Negli Usa è infatti vietato il commercio di informazioni di provenienza governativa, e tra gli acquirenti c’è già chi ha scritto a Cupertino chiedendo di rimuovere Offender Locator dall’App Store, tagliandolo fuori così da un mercato potenziale enorme, che in appena un anno ha mosso milioni di dollari e ridisegnato i modelli di business della telefonia mobile. Un miliardo e mezzo di software scaricati su quasi 27 milioni di iPhone, organizzati in un negozio modellato su iTunes, dove Apple ha venduto oltre 8 miliardi di canzoni. Anche qui si possono commentare gli articoli in vendita, e tra gli oltre cento pareri che Offender Locator ha finora raccolto non c’è unanimità: “Le mappe non sono aggiornate”, dice uno; “a volte si blocca”, commenta un altro; “ogni americano dovrebbe avere quest’applicazione”, consiglia però un terzo. Al di là dei rilievi tecnici, però le sorprese che riserva il software sono parecchie: “C’è mio zio” – spiega uno – solo perché una ragazzina lo ha visto mentre faceva sesso con la fidanzata in casa sua”; “ ho controllato e nei dintorni di casa ho trovato venti maniaci e violentatori”, racconta un altro utente. Il commento più sensato è però quello del sergente J. B Lawis: “Cercare chi si è macchiato di crimini sessuali è il mio mestiere – spiega – e posso dire che quest’applicazione ne riporta solo il 23 per cento circa, ma se davvero volete proteggere i vostri figli cominciate ad interessarvi della loro vita, e non lasciate ad altri il compito di crescerli al vostro posto”.

Tutti mi chiamano Elio, ma il mio nome è Figaro

Dopo Parco Sempione, Siviglia, passando per Spoleto: archiviato il successo di Studentessi, uscito lo scorso anno, Elio lascia momentaneamente da parte le Storie Tese e si dà alla lirica. Con Roberto Fabbriciani, trasforma il Figaro rossiniano in un’opera da camera, che domani sarà presentata in anteprima nazionale al Festival dei Due Mondi. Al telefono ci spiega di cosa si tratta.

Elio, questo Barbiere di Siviglia è lo stesso che si è visto a Sanremo l’anno scorso, con tanto di merletti e parrucche da Rondò Veneziano?
“No, l’approccio è diverso: la storia è raccontata da un barbiere vero, per cui il Figaro dell’opera è un idolo, una specie di rockstar. Ovviamente il barbiere sono io; canto e parlo, mentre gli altri musicisti fanno finta di essere i clienti e contrappuntano”.
Perché Rossini?
“Mi è sembrato un buon punto di partenza per portare l’opera ai giovani e a quelli come me, che per vari morivi si sono persi queste cose. Io non sono un esperto: ho fatto studi classici ma ho sempre disdegnato l’opera senza motivo”.
Che cosa le ha fatto cambiare idea?
“Dieci anni fa Azio Corgi mi ha voluto per una sua opera, Isabella, e da quell’esperienza ho capito che le cantanti liriche non sono tutte attempate e sovrappeso, ma anche magre e piacenti”.
Ma a tenere lontani i giovani dall’opera non sarà allora il linguaggio?
“La lirica è bella: storie appassionanti, trame ben raccontate, musiche che hanno resistito per secoli. Certo, in senso stretto è incomprensibile, le parole si capiscono poco, e non sempre sono di uso comune. Ma il problema è che viene vista come un oggetto prezioso e fragile, che non si può sfiorare, e per me è un errore”.
Lei invece ci mette mano?
“Da ascoltatore sono noiosissimo, non mi piace l’elaborazione, preferisco gli originali. E anche con le Storie Tese non cambiamo una sola nota della Cavatina di Figaro, ma ogni volta che la suoniamo qualcuno ci chiede se il testo è quello vero o scritto da noi. Ecco, vorrei che si capisse che con l’opera si può anche ridere”.
Così è un’opera di divulgazione, la sua?
“Parlare di crisi della classica è inutile se non si fa nulla per cercare di avvicinare il grande pubblico a questa musica. E spero che vengano persone improbabili a sentire il nostro Figaro, non chi segue l’opera normalmente: so che i puristi non saranno contenti, ma voglio assumermi dei rischi, a questo punto della mia carriera m’interessa proporre cose stimolanti per me e il pubblico. Non come le canzoni che sento alla radio, che sembrano vecchie di trent’anni. Allora, meglio l’originale, o magari addirittura qualcosa di due secoli fa”.
Una cosa simile l’aveva detta Morgan, sostenendo che la sua presenza a X Factor era anche un pretesto per portare in televisione musica che altrimenti non sarebbe mai passata…
“Lo capisco, sarebbe più facile godersi il successo e basta, ma non bisogna dimenticare che il pubblico va educato. Da trent’anni non c’è spinta creativa nella musica, e questo ha creato a cascata un pubblico che non è più pronto e aperto come allora. Zappa, gli Area, i Genesis con i loro dischi davano gli strumenti per apprezzare anche Rossini e Mozart, ma Arisa e Marco Carta?”.
Ma il pop è sempre esistito.
“Non ce l’ho con loro, parlo della tipica canzone con ritornello e strofa: la sola ouverture di un’opera racchiude tante intuizioni da poterne fare decine di brani di successo in tutto il mondo, mentre quasi sempre il pop si basa su una sola idea. Se c’è”.
Meglio il passato allora?
“Meglio il futuro. Anzi, il futurismo: insieme al progetto su Rossini e un altro più sperimentale, sto provando uno spettacolo che racconta l’immaginaria avventura di un gruppo di futuristi che partono col torpedone da Milano e vanno a Napoli per uccidere il chiaro di luna”.
E le Storie Tese?
“Stiamo reincidendo il nostro primo disco, per il ventennale. Abbiamo scimmiottato quello che fanno i musicisti veri, come Celine Dion, riprendendo i nostri grandi classici e arrangiandoli sontuosamente per orchestra, col contributo di vari amici conosciuti in questi anni. L’album uscirà in autunno”

Con Spotify la musica non si scarica più

Prima la musica ha abbandonato il supporto fisico, e con il boom degli Mp3 non c’è stato più bisogno di avere in casa compact disc e vinili, diventati feticci per collezionisti. Ora non è nemmeno indispensabile possedere le canzoni, basta collegarsi a internet e cercare un sito che le trasmetta in streaming. A rivelarlo è un sondaggio del Guardian, secondo cui due adolescenti inglesi su tre ascoltano regolarmente musica in questo modo, e per un terzo dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni è un’abitudine quotidiana. Parallelamente – ed è questa la buona notizia per i discografici – calano gli utilizzatori dei programmi di peer to peer: se lo scorso anno il 42 per cento degli intervistati ammetteva di aver scaricato illegalmente brani da internet, all’inizio dell’anno la percentuale è scesa al 26 per cento. Il calo si spiega anche con la qualità dei file scaricati, non sempre ottimale, e col pericolo concreto di ritrovarsi sul computer un virus invece di una canzone.

Così oggi ai ragazzi la musica arriva soprattutto tramite Youtube, con videoclip e spezzoni dal vivo, e Spotify (non ancora disponibile in Italia), dove prima di ogni brano è inserito un breve spot pubblicitario. E in entrambi i casi non sono le canzoni a generare i guadagni, ma la pubblicità: è lo stesso meccanismo con cui si mantengono le tante web radio e Last.fm, il più famoso dei siti di streaming, con oltre 300 milioni di iscritti in 200 Paesi. «La pirateria rimane un problema gravissimo, ma anche da noi il download illegale e’ in calo», osserva Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana «Tra i ragazzi cresce l’uso dei social network per condividere canzoni e video. E’ un modo per recuperare una dimensione emotiva, per parlare di un brano che ti ha colpito, di un concerto che hai visto». Certo, bisogna avere una connessione veloce, ma oggi la tecnologia permette di ascoltare musica in streaming e connettersi a Youtube e Facebook anche con un telefonino. Il mercato si allarga e si divide in mille nicchie: aumentano ancora gli acquisti legali di canzoni su internet, ma intanto l’industria punta sui videogiochi, sugli abbonamenti via cellulare (Nokia), sulle grandi tournée, sul merchandising. E se in cime alle top ten di mezzo mondo c’è l’opera omnia di Michael Jackson, negli Usa è entrata in classifica anche una maglietta: disegnata dal rapper Mos Def, viene venduta online e nei negozi di dischi e ha sul cartellino un codice che permette di scaricare l’album.

David Byrne, la mia Africa

6 luglio 2009 1 commento

1978-1979: tra il secondo e il terzo disco dei Talking Heads c’è un anno. E un continente: More Songs About Buildings and Food si chiude sull’America, con una cover di Al Green, Fear Of Music si apre con l’Africa di I Zimbra, percussioni, chitarre elettriche e David Byrne che declama un poema dadaista. L’incontro tra la band di New York e l’Afrobeat in soli tre album – tutti prodotti da Brian Eno – segna una svolta nella musica popolare e in quella colta, aprendo la strada al rock, alla world music e alla dance come le conosciamo oggi.
Da allora, Byrne ha liquidato i Talking Heads (nel 1991), è passato dal cinema al teatro, ha pubblicato libri di disegni e saggi di semiologia, si è inventato scultore e manager di un’etichetta musicale, ha vinto un Oscar (per la colonna sonora dell’Ultimo Imperatore) e continuato a pubblicare dischi. L’ultimo, Everything that Happens Happens Today, è uscito nel 2008 e segna una nuova collaborazione con Brian Eno, dopo una pausa lunga quasi tre decenni; le vecchie canzoni e quelle più recenti saranno nella scaletta di un tour italiano che parte il 17 luglio da Grado. Intanto, dalla casa della sua fidanzata a Manhattan, l’ex leader dei Talking Heads racconta la nascita della sua passione per la musica africana.
Perché l’Africa e non l’Asia, che pure ha una tradizione musicale millenaria?
“Per caso, ho comprato i primi dischi perché mi piacevano le copertine. Ma artisti come James Brown o John Coltrane presentavano già influenze africane, così i dischi di Fela Kuti, ad esempio, negli anni Settanta per un americano erano esotici e allo stesso tempo avevano qualcosa di familiare. Permettevano di guardare indietro, alle radici del soul o del jazz. Non si poteva dire lo stesso dell’India: a parte qualche citazione dei Beatles, la musica indiana era lontana dal grande pubblico”.
Per i Talking Heads il successo arriva nel 1980, con Remain In Light, una pietra miliare nella storia della contaminazione tra culture diverse.
“In realtà il disco non ha venduto molto, però ha aperto delle porte, ha mostrato che era possibile andare al di là dei soliti generi musicali. Era insieme rock, musica etnica, funky e punk. Del ’77 conservava l’attitudine sperimentale e rivoluzionaria, e il messaggio che ne veniva fuori era: se ce l’abbiamo fatta noi, possono farlo anche altri”.
Era quindi anche una scelta politica?
“La politica era nella struttura della musica, non tanto nei testi. La band funzionava come una macchina in cui tutto era essenziale e ogni membro aveva un ruolo preciso: nessuno da solo poteva intuire il significato di quello che faceva, ma suonando tutti insieme nascevano ritmi e  melodie. Come nelle tribù africane, davvero”
Per questo dal vivo i Talking Heads da quattro diventavano molti di più?
“Esattamente, eravamo un’utopia sociale realizzata, sia pure solo per il tempo di un concerto”.
Concepito prima di Remain in Light, My Life in The Bush Of Ghosts è stato pubblicato  dopo, senza la band, ma sempre con Brian Eno. E qualcuno vi ha accusato di rubare la musica  altrui. Perché?
“L’accusa nasceva dal fatto che non c’erano cantanti e noi figuravamo come autori del disco, anche se parole e voci erano registrate da varie trasmissioni radio. Legalmente avevamo tutti i permessi in ordine, ma quando abbiamo ripubblicato il disco, tre anni fa, abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente alcune tracce sul web, perché chiunque potesse manipolarle e rimissarle: abbiamo preso, ma abbiamo anche dato”.
E avete segnato la strada che ha portato qualcun altro a vendere dieci milioni di copie. Per Play, Moby vi deve assai più dei complimenti riportati sulla copertina della ristampa di My Life (“Un disco che resiste allo scorrere del tempo”), non crede?
“L’idea di base è la stessa, unire la musica a delle voci trovate per caso. Ma il nostro album è del 1981, il suo del 1999: è una produzione moderna, più vicina al pop. Noi invece volevamo sperimentare e mostrare all’Occidente che altre società e culture producevano forme di arte (e non solo di musica) interessanti almeno quanto le nostre”.
Pensa di esserci riuscito?
“In parte sì, ed è quello che ho fatto anche in seguito, con i miei dischi  da solista”.
La musica africana è ancora interessante come trent’anni fa?
“La seguo meno di una volta. Ho trovato bello il disco di Amadou e Mariam, mentre musicalmente l’hip hop africano non mi dice molto: il vero motivo di interesse è nei testi, quando non sono in inglese ma nella lingua locale”.
L’hip hop africano non è un altro danno della globalizzazione?
“Non so se è un danno, ma so che la contaminazione tra culture può ancora produrre risultati sorprendenti. Ed è bene ricordare che l’hip hop è nato dal dub, che a sua volta ha radici africane: è un cerchio che si chiude, tutto torna dov’era cominciato”.