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David Byrne, la mia Africa

1978-1979: tra il secondo e il terzo disco dei Talking Heads c’è un anno. E un continente: More Songs About Buildings and Food si chiude sull’America, con una cover di Al Green, Fear Of Music si apre con l’Africa di I Zimbra, percussioni, chitarre elettriche e David Byrne che declama un poema dadaista. L’incontro tra la band di New York e l’Afrobeat in soli tre album – tutti prodotti da Brian Eno – segna una svolta nella musica popolare e in quella colta, aprendo la strada al rock, alla world music e alla dance come le conosciamo oggi.
Da allora, Byrne ha liquidato i Talking Heads (nel 1991), è passato dal cinema al teatro, ha pubblicato libri di disegni e saggi di semiologia, si è inventato scultore e manager di un’etichetta musicale, ha vinto un Oscar (per la colonna sonora dell’Ultimo Imperatore) e continuato a pubblicare dischi. L’ultimo, Everything that Happens Happens Today, è uscito nel 2008 e segna una nuova collaborazione con Brian Eno, dopo una pausa lunga quasi tre decenni; le vecchie canzoni e quelle più recenti saranno nella scaletta di un tour italiano che parte il 17 luglio da Grado. Intanto, dalla casa della sua fidanzata a Manhattan, l’ex leader dei Talking Heads racconta la nascita della sua passione per la musica africana.
Perché l’Africa e non l’Asia, che pure ha una tradizione musicale millenaria?
“Per caso, ho comprato i primi dischi perché mi piacevano le copertine. Ma artisti come James Brown o John Coltrane presentavano già influenze africane, così i dischi di Fela Kuti, ad esempio, negli anni Settanta per un americano erano esotici e allo stesso tempo avevano qualcosa di familiare. Permettevano di guardare indietro, alle radici del soul o del jazz. Non si poteva dire lo stesso dell’India: a parte qualche citazione dei Beatles, la musica indiana era lontana dal grande pubblico”.
Per i Talking Heads il successo arriva nel 1980, con Remain In Light, una pietra miliare nella storia della contaminazione tra culture diverse.
“In realtà il disco non ha venduto molto, però ha aperto delle porte, ha mostrato che era possibile andare al di là dei soliti generi musicali. Era insieme rock, musica etnica, funky e punk. Del ’77 conservava l’attitudine sperimentale e rivoluzionaria, e il messaggio che ne veniva fuori era: se ce l’abbiamo fatta noi, possono farlo anche altri”.
Era quindi anche una scelta politica?
“La politica era nella struttura della musica, non tanto nei testi. La band funzionava come una macchina in cui tutto era essenziale e ogni membro aveva un ruolo preciso: nessuno da solo poteva intuire il significato di quello che faceva, ma suonando tutti insieme nascevano ritmi e  melodie. Come nelle tribù africane, davvero”
Per questo dal vivo i Talking Heads da quattro diventavano molti di più?
“Esattamente, eravamo un’utopia sociale realizzata, sia pure solo per il tempo di un concerto”.
Concepito prima di Remain in Light, My Life in The Bush Of Ghosts è stato pubblicato  dopo, senza la band, ma sempre con Brian Eno. E qualcuno vi ha accusato di rubare la musica  altrui. Perché?
“L’accusa nasceva dal fatto che non c’erano cantanti e noi figuravamo come autori del disco, anche se parole e voci erano registrate da varie trasmissioni radio. Legalmente avevamo tutti i permessi in ordine, ma quando abbiamo ripubblicato il disco, tre anni fa, abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente alcune tracce sul web, perché chiunque potesse manipolarle e rimissarle: abbiamo preso, ma abbiamo anche dato”.
E avete segnato la strada che ha portato qualcun altro a vendere dieci milioni di copie. Per Play, Moby vi deve assai più dei complimenti riportati sulla copertina della ristampa di My Life (“Un disco che resiste allo scorrere del tempo”), non crede?
“L’idea di base è la stessa, unire la musica a delle voci trovate per caso. Ma il nostro album è del 1981, il suo del 1999: è una produzione moderna, più vicina al pop. Noi invece volevamo sperimentare e mostrare all’Occidente che altre società e culture producevano forme di arte (e non solo di musica) interessanti almeno quanto le nostre”.
Pensa di esserci riuscito?
“In parte sì, ed è quello che ho fatto anche in seguito, con i miei dischi  da solista”.
La musica africana è ancora interessante come trent’anni fa?
“La seguo meno di una volta. Ho trovato bello il disco di Amadou e Mariam, mentre musicalmente l’hip hop africano non mi dice molto: il vero motivo di interesse è nei testi, quando non sono in inglese ma nella lingua locale”.
L’hip hop africano non è un altro danno della globalizzazione?
“Non so se è un danno, ma so che la contaminazione tra culture può ancora produrre risultati sorprendenti. Ed è bene ricordare che l’hip hop è nato dal dub, che a sua volta ha radici africane: è un cerchio che si chiude, tutto torna dov’era cominciato”.

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  1. 24 luglio 2009 a 15:32 | #1

    Al solito Bruno. Attacco strepitoso, pezzo che racconta, storicizza, informa e analizza a un tempo. Giornalismo critico e colto senza perdere mai di vista il servizio al lettore, l’informazione precisa. E poi è un pezzo che restituisce il piacere di una una conversazione che appreziamo di più perché fatta “da casa della fidanzata”! E che ci dice: questo è mr Byrne, uno speciale che è anche uno normale. E le due cose, l’abbiamo imparato, devono andare insieme per essere vere entrambe. Bravissimo

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