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Archivio per ottobre 2009

Antony canta il “Nessun dorma” di Puccini per Lavazza

Max Richter, o della sindrome di Stendhal

Piove, e all’interno del Teatro la Pergola l’eco dei tuoni si confonde con le note basse del computer, si mescola con le geometrie del quintetto d’archi, si nasconde tra i bianchi e i neri del pianoforte.
La prima italiana di The Art Of Mirrors di Max Richter è uno spettacolo di rara eleganza, che se ha un limite è quello di essere troppo bello. Di una bellezza che non disturba mai, e che forse ha davvero bisogno delle immagini per mostrare una verve solitamente celata sotto il velo della compostezza formale. Succedeva anche con Valzer con Bashir, dove la musica di Richter scintillava nel contrasto con le immagini crude del film, e acquistava modernità dal confronto con il linguaggio dell’animazione (e per questo ha avuto pure una nomination all’Oscar).
A Firenze sullo schermo dietro il palco scorrono vecchi film in super 8 di Derek Jarman ad accompagnare brani nuovi ed estratti dai quattro album del compositore tedesco naturalizzato inglese, e l’effetto non è meno straniante. Nella prima parte le immagini sono sfocate, in bianco e nero, ai limiti dell’astratto, mentre nella seconda s’intuisce una storia, si riconoscono dei personaggi; parallelamente, la musica di Richter cresce di intensità, si fa più complessa, si avventura in rumorismi elettronici, si dilata in strutture più articolate.
Diplomato alla Edimburgh University e alla Royal Accademy of Music, studente proprio a Firenze con Luciano Berio, Richter è una sorta di Michael Nyman del ventunesimo secolo; certo, i suoi lavoro oggi non hanno lo stesso impatto del recupero della tradizione barocca che segnò il debutto di Nyman, e  pure sull’interazione musica-film Koyaanisqatsi di Philips Glass e Godfrey Reggio rimane insuperato. Però insieme la dimensione ridotta del teatro, l’organico quasi cameristico, le pellicole di Jarman, così perturbanti e così familiari, danno vita a due ore di straordinaria suggestione. E pazienza se strumenti elettronici e acustici talvolta sembrano contrapporsi più che amalgamarsi, o se le composizioni suonano un po’ troppo simili fra loro: il rischio non è la noia, ma semmai la sindrome di Stendhal.

Addio a Geocities, per internet è la fine di un’era

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Morire a quindici anni, uccisi dal progresso: è la sorte di Geocities, che chiuderà il 26 ottobre, segnando per internet il tramonto di un’era. Le voci si rincorrevano da anni, ma solo lo scorso giugno è arrivata fa una prima mail ufficiale che annunciava la fine del servizio, e appena tre giorni fa un’altra comunicazione dal tono perentorio: “Il suo sito non apparirà più su internet e non sarà più possibile accedere ai file”. Due le alternative: copiare tutto il materiale sul proprio computer, per rimetterlo online con un altro indirizzo, o rivolgersi ai servizi a pagamento di Yahoo!, attuale proprietaria del marchio.

Da Silicon Valley a Wall Street
Nata nel 1994 in California, Beverly Hills Internet ha preso il nome attuale, Geocities, solo l’anno successivo. Ma fin dall’inizio i membri potevano scegliere di alloggiare la propria pagina web in una delle sei città disponibili: Colosseum per gli sportivi, Hollywood per gli appassionati di cinema, WestHollywood per la comunità gay e lesbica e altre (nel 1999 se ne contavano 41). Internet, che allora era lenta, poco diffusa, quasi del tutto inesplorata, si organizzava per la prima volta in una metafora comprensibile: per arrivare alle pagine si doveva digitare www.geocities.com e il nome della città, senza dimenticare ovviamente il numero civico. Così gli indirizzi erano lunghissimi e complicati, specie quando paesi e quartieri virtuali cominciarono a crescere. La grafica non era granché: era possibile disegnare da soli le pagine e personalizzarle con un colore bizzarro, le stelline luminose, qualche scritta intermittente; le foto c’erano, ma erano piccole e sgranate. Inserire un link ad un altro sito era un’operazione così complessa da diventare una vera dichiarazione d’amore. Eppure nel 1999 Geocities era il terzo sito più visitato del mondo, quotato con successo al Nasdaq e venduto per oltre 3,5 miliardi di dollari a Yahoo! in una delle operazioni più clamorose prima che scoppiasse la bolla di  internet.

I tempi cambiano
La metafora delle città non bastò, non bastò nemmeno introdurre la pubblicità e istituire una serie di amministratori volontari che dovevano prendersi cura delle varie comunità. Geocities cresceva ma rimaneva in perdita, e intanto il web scopriva nuove forme di interazione: i gruppi, le chat, i canali di messaggistica vocale. Alla vigilia del terzo millennio arrivarono le connessioni Isdn, e le pagine cominciarono a ospitare animazioni, filmati, musica. Per qualche tempo, Geocities cercò di rinnovarsi, ma erano troppo angusti i limiti di spazio e velocità imposti da Yahoo!, così lentamente i residenti cominciarono ad abbandonare le città. Avevano lasciato Netscape per Internet Explorer, Eudora per Outlook; se cercavano qualcosa sul web non usavano più Altavista e Lycos, ma Google, e se avevano voglia di chattare lo facevano attraverso Messenger e Skype, non  più Irc o Icq. La metafora della città fu ripresa da Second Life qualche anno fa, ma oggi migliaia di avatar non sono altro che spazzatura digitale. In Italia l’avventura parallela di Clarence ebbe vita breve e intensa, per un po’ scomparve pure Virgilio, e la Rete fu come l’Inferno senza una guida.  Alcuni di questi siti oggi esistono di nuovo, anche se dei vecchi hanno solo il nome: Supereva, ad esempio, non è più un portale web, ma una pagina per incontri online; Napster un negozio di musica e non il paladino degli Mp3 illegali e gratuiti.

Il web del terzo millennio
Al tempo della crisi e dei tagli per sopravvivere, dentro Yahoo! non c’è più posto per i romantici pionieri di Geocities. Piuttosto che armeggiare con il codice delle pagine web, i navigatori del web 2.0 preferiscono aprire un blog, lasciare un messaggio su Twitter, iscriversi a Facebook (pure cresciuto a danno di Friendster, uno dei primi social network). I nuovi internauti collaborano sui siti wiki anziché scrivere da soli, discutono su FriendFeed e sempre meno sui forum. Non basta un solo interesse a definirne l’identità su internet: la personalità digitale è il luogo dove si intrecciano le mille reti di relazioni in cui si è coinvolti, proprio come nel mondo reale, altro che Paris per la poesia o Silicon Valley per i patiti della tecnologia. Geocities avrebbe potuto trasformarsi in un concorrente di Facebook, o di MySpace (altro sito in calo); ma nel mese di agosto ha avuto meno di 32 milioni di visitatori per oltre 41 milioni di membri: pagine, foto, testi spesso non vengono aggiornati da anni. L’Internet Archive ne sta copiando e catalogando una gran parte, gli altri rimarranno ancora per qualche giorno a testimonianza della giovinezza di internet, che dal 26 ottobre sarà davvero finita.

(Nell’immagine in alto, la mia homepage su Geocities; sarà spostata su un altro server a breve)

Nick Cave, Bunny Munro e l’iPhone

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Echi, ticchettii, vento che soffia. E poi l’eco lontana di un violino, l’ombra di un pianoforte. Questa è tutta la musica che si trova nell’ultimo lavoro di Nick Cave, The Death Of Bunny Munro, uscito in diversi formati, tra cui un cofanetto di sette compact disc. Sette ore in cui il rocker australiano recita il suo romanzo con discreti – e azzeccatissimi – interventi sonori scritti insieme al fido Warren Ellis. Già, perché stavolta non si tratta di un disco, ma di un libro: il secondo per Nick Cave, dopo And The Ass Saw The Angel del 1989. Quello era un bizzarro esercizio di stile, non privo di momenti folgoranti, ma spesso pretenzioso e immaturo, questo è uno degli eventi letterari dell’anno, un piccolo capolavoro di letteratura alternativa. Anzi, di letteratura e basta.

La storia
Bunny Munro è un rappresentante di creme di bellezza, e per lavoro incontra numerose donne che finisce regolarmente per sedurre. Ossessionato dal sesso femminile, tradisce appena può la moglie Libby e si ritrova a fantasticare su Avril Lavigne, Madonna, Beyoncé. Con questo si esaurisce l’aspetto musicale del libro, c’è appena lo spazio per un omaggio ai famosi hot pants dorati di Kylie Minogue (che di Nick Cave è amica da tempo e gli deve pure un delizioso duetto, Where The Wild Roses Grow). Al quarto capitolo, Bunny si ritrova già vedovo, e dopo aver detto addio con cocaina e whisky alla moglie suicida, cerca di riprendere la sua vita accanto al figlio di nove anni, Bunny Jr. In una reinterpretazione grottesca e tenera di On The Road, padre e figlio girano il sud del Regno unito in una Punto gialla, incontrano personaggi improbabili, vivono avventure incredibili. Fino alla fine, annunciata dal titolo.

Il libro
Tradotto in italiano (da Silvia Rota Sperti per Feltrinelli, pp.261, euro 16,50), La morte di Bunny Munro inevitabilmente perde in giochi di parole e doppi sensi. Diventa anche un po’ meno evidente il legame con quelli che lo stesso Cave ha indicato come i due testi fondamentali per la nascita del romanzo, il Vangelo di San Marco e il Manifesto Scum di Valerie Solanas, femminista militante americana nota più che altro per aver tentato di uccidere Andy Warhol nel 1968. E comunque il libro conserva l’esuberante inventiva linguistica dell’originale; la stessa delle canzoni, che hanno portato a Cave un Premio Tenco, “per aver esplorato i lati più oscuri dell’animo umano senza accontentarsi mai di facili risposte”. Risposte che non si trovavano nemmeno in The Proposition, il cupo western di cui nel 2005 ha scritto la sceneggiatura, e neanche in questo romanzo, che pure era stato originariamente concepito per essere portato sul grande schermo.

La tecnologia
Cave racconta di aver scritto l’intero primo capitolo del libro su un iPhone, prendendo appunti nel tempo libero, per paura di sedersi ad una scrivania e trovarsi di fronte ad una pagina bianca. Poi, in perfetta coerenza con la sua immagine di cantante maledetto, ha proseguito con la stilografica nel suo studio di Brighton, una vecchia casa vittoriana buia e scricchiolante. E ora il libro è tornato dov’era nato, con un’applicazione per iPhone (e iPod Touch). Per 20 euro sull’App Store si può scaricare il Bunny Munro digitale, che comprende il testo originale, alcuni filmati, la colonna sonora, notizie aggiornate in tempo reale sull’autore. Non è un vero eBook, anche se ne ha tutte le caratteristiche: è possibile ingrandire o rimpicciolire il carattere, sfogliare le pagine, inserire segnalibri. Ma a renderlo unico è proprio Nick Cave, che legge il romanzo caratterizzando sobriamente i personaggi con la sua voce cavernosa, in perfetto sincrono con lo scorrere del testo. I suoni sono stati trattati con procedimento 3D che li colloca nello spazio in maniera perfetta, anche se ascoltati con cuffie di modesta qualità. Così, pur non essendo un fanatico della tecnologia – per indole e per scelte musicali -, stavolta Cave è all’avanguardia rispetto a tanti altri cantanti e romanzieri professionisti che ancora faticano a capire come vendere canzoni in Mp3 ed eBook.

Mina, Vasco e Morricone tornano su vinile

8 ottobre 2009 1 commento

disco

Vado al Massimo, 1983. Bollicine, ottobre 2009. Allora il compact disc non esisteva e Vasco era un Rossi qualsiasi, oggi il Vate di Zocca è impegnato nell’ennesimo tour tutto esaurito e il cd si avvia al tramonto, sconfitto dagli Mp3 e dal vecchio 33 giri. Che ritorna, e questa volta pare non essere solo una moda: la Carosello Records ha appena ristampato su vinile il meglio del suo ricco catalogo, con alcuni dei più importanti album del Blasco, dischi di Mina, Ennio Morricone, Astor Piazzolla e rarità del jazz italiano.

Ma non è nostalgia
«Non è un’operazione per audiofili e nostalgici – sottolinea il direttore generale Claudio Ferrante – Certo, le tirature sono ridotte, ma non numerate, proprio per sottolineare che non si tratta di uscite per collezionisti». Gli album hanno la copertina originale stampata in alta qualità, testi e note sulle buste interne finalmente leggibili, e prezzi in linea con i compact disc: da 17 a 30 euro, secondo che si scelga il tradizionale disco nero, quello colorato o il picture disc. In più, il suono affascinante del vinile (qui in versione extra da 180 grammi), che molti considerano più fedele del compact disc e infinitamente superiore a quello dei brani scaricati da internet. Meglio degli originali, insomma, anche perché i brani sono stati ripuliti digitalmente, come ha fatto la Emi con i Beatles. E addirittura, nel caso di Morricone, è come se non fossero passati i quarant’anni che separano la ristampa di «Teorema» dalla prima uscita. La colonna sonora del film di Pasolini, infatti, oggi arriva nuovamente nei negozi tradizionali come ellepì e insieme in quelli virtuali, (iTunes Store di Apple), come file da scaricare. Non è stata mai pubblicata su cd: «Il 33 giri è un oggetto speciale, che ha bisogno di cura e passione, mentre il compact disc è anonimo. E se dobbiamo scegliere di investire, investiamo sul primo. Poi, però, siamo attenti alla distribuzione via internet perché ci permette di raggiungere un pubblico molto vasto con costi bassissimi».

Mondi a confronto
Un file scaricato dal web è un’icona e un nome: basta un click e suona. E’ un’esperienza per un solo senso, mentre il vecchio padellone nero solleticava anche il tatto, con il peso del disco, l’olfatto, con l’odore di cellophane e inchiostro, la vista, con le copertine colorate. Steve Jobs, che è un grande appassionato di musica, lo sa bene, e per questo ha lanciato il mese scorso iTunes LP, un pacchetto digitale che ricrea sul computer la sensazione di ascoltare un 33 giri: le copertine si sfogliano come dischi su uno scaffale, sul retro c’è l’elenco dei brani, si possono scorrere i testi, e poi video, foto, poster. Alla Carosello Records non sono preoccupati dell’alternativa digitale all’ellepì, anzi sembrano ancora ansiosi di sperimentare nuovi canali di distribuzione, dopo cinquant’anni di storia e di fiera indipendenza dalle multinazionali del disco.

Passato e futuro

Negli uffici milanesi dell’etichetta sono passati molti grandi nomi della musica, italiana e non solo: da Domenico Modugno a Giorgio Gaber, da Toto Cutugno a Miguel Bosé, dalla Sugarhill Gang ai Lost. Ancora sotto il controllo degli eredi del fondatore Giuseppe Gramitto Ricci, la Carosello sembra aver affrontato bene la crisi del mercato di questi ultimi dieci anni. Ferrante spiega come: «La pirateria nasconde un male peggiore, che è la disaffezione. E quella è solo colpa nostra. La gente preferisce acquistare un cd copiato o scaricare illegalmente canzoni da internet perché non ha consapevolezza dell’impegno che c’è dietro e del rispetto che ci vuole per chi lavora nella musica. Noi abbiamo a cuore chi acquista i dischi e sappiamo che non basta una canzone bella per vendere un cd con dieci brani da buttare». Una soluzione, in realtà ci sarebbe: dopo i 33, resuscitare anche i 45 giri; lo fanno già in parecchi, dai Radiohead ai Massive Attack. Ma solo sul web.

Nella foto: Ron Wood, Sure The One You Need 1974 Perfect Beat, da Extraordinary Records (Taschen, pp.432, euro 29,99 prefazione di Giorgio Moroder)