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Max Richter, o della sindrome di Stendhal

Piove, e all’interno del Teatro la Pergola l’eco dei tuoni si confonde con le note basse del computer, si mescola con le geometrie del quintetto d’archi, si nasconde tra i bianchi e i neri del pianoforte.
La prima italiana di The Art Of Mirrors di Max Richter è uno spettacolo di rara eleganza, che se ha un limite è quello di essere troppo bello. Di una bellezza che non disturba mai, e che forse ha davvero bisogno delle immagini per mostrare una verve solitamente celata sotto il velo della compostezza formale. Succedeva anche con Valzer con Bashir, dove la musica di Richter scintillava nel contrasto con le immagini crude del film, e acquistava modernità dal confronto con il linguaggio dell’animazione (e per questo ha avuto pure una nomination all’Oscar).
A Firenze sullo schermo dietro il palco scorrono vecchi film in super 8 di Derek Jarman ad accompagnare brani nuovi ed estratti dai quattro album del compositore tedesco naturalizzato inglese, e l’effetto non è meno straniante. Nella prima parte le immagini sono sfocate, in bianco e nero, ai limiti dell’astratto, mentre nella seconda s’intuisce una storia, si riconoscono dei personaggi; parallelamente, la musica di Richter cresce di intensità, si fa più complessa, si avventura in rumorismi elettronici, si dilata in strutture più articolate.
Diplomato alla Edimburgh University e alla Royal Accademy of Music, studente proprio a Firenze con Luciano Berio, Richter è una sorta di Michael Nyman del ventunesimo secolo; certo, i suoi lavoro oggi non hanno lo stesso impatto del recupero della tradizione barocca che segnò il debutto di Nyman, e  pure sull’interazione musica-film Koyaanisqatsi di Philips Glass e Godfrey Reggio rimane insuperato. Però insieme la dimensione ridotta del teatro, l’organico quasi cameristico, le pellicole di Jarman, così perturbanti e così familiari, danno vita a due ore di straordinaria suggestione. E pazienza se strumenti elettronici e acustici talvolta sembrano contrapporsi più che amalgamarsi, o se le composizioni suonano un po’ troppo simili fra loro: il rischio non è la noia, ma semmai la sindrome di Stendhal.

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