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Archivio per dicembre 2009

Il tablet Apple arriva a gennaio

29 dicembre 2009 Nessun commento

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Il Gridpad, quello che molti considerano il primo tablet computer, fu presentato nel 1989. Privo di tastiera e comandato con uno stilo digitale, doveva rivoluzionare il mercato dei pc: invece ispirò i palmari, come il Palm e il MessagePad di Apple. Poi, all’inizio del Terzo millennio, arrivarono i Tablet Pc basati su Windows; belli, ma poco pratici, per qualche anno sono rimasti una nicchia nell’informatica mobile e poi scomparsi senza lasciare troppi rimpianti.

Ma negli ultimi anni il panorama è cambiato, con il successo dei netbook, il debutto su grande scala del libro elettronico, la crescita degli smartphone (primo fra tutti l’iPhone). Così il 2010 potrebbe essere il momento giusto per un rilancio di un Tablet Pc riveduto e corretto. Il modello ideale dovrebbe avere un prezzo basso, all’incirca come un netbook, utilizzare uno schermo simile a quello di un reader eBook (almeno 7 pollici, ma meglio 10), ed essere controllabile con il tocco, meglio se senza pennini. Attualmente non esiste nessun apparecchio che abbia tutte queste prerogative: i netbook costano poco, ma non hanno il touchscreen, i lettori di eBook di solito non consentono di navigare nel web, il telefonino di Apple ha uno schermo troppo piccolo per i contenuti multimediali.
Eppure, per tutta la seconda metà del 2009, sui siti web specializzati non si è fatto altro che parlare di un tablet con la Mela, che potrebbe cambiare il mercato dell’informatica da tasca, proprio come, con la sua nascita, l’iPod ha ridisegnato gli scenari della musica digitale. L’apparecchio, insomma, è importante, e certamente Apple segnerà nuovi standard nel design e nella funzionalità quando presenterà il suo tablet (probabilmente a gennaio, per arrivare sul mercato in primavera), ma è fondamentale anche capire quali saranno i contenuti disponibili sul nuovo gadget e come verranno distribuiti.

L’idea vincente di Steve Jobs è stata quella di abbinare l’hardware a un servizio: iTunes per scaricare musica sull’iPod, App Store per installare applicazioni sull’iPhone. Adesso sembra che per il nuovo apparecchio (ancora senza nome, ma c’è chi ipotizza che potrebbe chiamarsi «iSlate») a Cupertino abbiano inventato una piattaforma capace di mettere insieme testo e immagini, video e musica: perfetta per vedere un film, ma abbastanza flessibile da funzionare anche per riviste e magazine. E infatti, «Time», «Wired» e «Sports illustrated» sarebbero in trattativa con Apple, ma anche Disney sarebbe della partita. I contenuti digitali potrebbero essere distribuiti tramite un negozio virtuale, sul modello appunto dell’App Store; analogo sarebbe anche il meccanismo di ripartizione dei profitti: 30 per cento ad Apple, il resto all’editore.

In attesa della mossa di Jobs, altri produttori di computer hanno annunciato i loro tablet pc per il 2010, e parecchi se ne vedranno al Consumer Electronic Show di Las Vegas, che inizia il 7 gennaio 2010. Tra le tante indiscrezioni che circolano, sembra che Dell stia progettando un tablet insieme con Intel, mentre Microsoft starebbe preparando il suo «Courier», che ha due schermi e si apre come un libro; saranno certamente annunciati anche nuovi prodotti di Toshiba, Samsung e Asus, tutte già con una lunga esperienza nell’informatica mobile.

Con l’ovvia eccezione di Apple, questi apparecchi saranno perlopiù basati su Windows 7, l’ultima versione del sistema operativo di Redmond (equipaggia uno dei pochi già in commercio, l’Archos 9). Nokia ha una sua piattaforma derivata da Linux e potrebbe svilupparla ancora (al momento è impiegata su un solo terminale), per allargare finalmente il suo mercato oltre i telefonini. Ma non è detto che Google, dopo il debutto nel settore degli smartphone con Android, non decida di lanciarsi anche nei tablet, magari con il sistema operativo Chrome, annunciato proprio per il 2010.

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Thom Yorke sul vertice di Copenhagen

23 dicembre 2009 Nessun commento

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«Sono davvero disgustato dal modo in cui le cose si sono messe qui. ». Se nei testi delle sue canzoni è spesso criptico, Thom Yorke è chiarissimo quando esprime il suo punto di vista sulla politica e l’ecologia. Sul sito dei Radiohead ha pubblicato le sue considerazioni da Copenhagen, dove si era trasferito per gli ultimi tre giorni del vertice, regolarmente accreditato come giornalista insieme ai corrispondenti del quotidiano inglese «The Guardian».
I Radiohead hanno spesso preso posizione sulle questioni climatiche: in più occasioni hanno invitato i fan ad andare in bicicletta ai loro concerti, e hanno evitato sempre i megashow ad alto impatto ambientale (a differenza degli U2, che pure hanno un frontman impegnato politicamente come Bono).
Così non stupisce che Yorke abbia deciso di seguire in prima persona i lavori del summit, con i problemi del giornalista («la batteria si scarica proprio quando Obama mi passa davanti con espressione accigliata») e i dubbi del neofita («quando sarà il momento giusto per andare a mangiare qualcosa?»). E se nei suoi appunti compare spesso la parola «speranza», il cantante ha però un approccio assai disincantato verso chi quella speranza dovrebbe renderla concreta: «Obama non ha detto nulla, anche se finora non ho ascoltato il discorso per intero. Sono molto triste per tutti gli americani che conosco e che puntano tanto su di lui». Lo sconforto di Yorke è evidente l’ultimo giorno: «Se leggerete nei giornali che un accordo è stato raggiunto, sappiate che non è affatto quello di cui c’era bisogno. Ed è tardi, davvero troppo tardi». Ma la considerazione finale sul vertice è in un post del chitarrista Ed O’ Brien: «Essere leader significa avere visione e dinamismo, l’abilità di prevedere i problemi e guardare oltre. Si può dire questo dei nostri leader? No, di certo».

Carlo Massarini e l’immagine del rock

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Non corrono alla stessa velocità, il rock e la storia. Quando l’Italia faceva i conti con l’austerity, Leonard Cohen suonava le sue canzoni d’amore alla Sapienza di Roma. Negli anni Ottanta edonisti e spensierati, gli Smiths raccontavano le difficoltà di crescere ai tempi di Margaret Thatcher. E nel 1994, mentre Berlusconi saliva al potere, le Posse passavano dai centri sociali alle classifiche.
Musicisti e cantanti hanno spesso anticipato i cambiamenti sociali: nei testi, nelle dichiarazioni pubbliche, nei loro comportamenti sul palco e fuori. Elvis fu tra i primi a incidere musica per i giovani, poi arrivarono i Who di «My Generation», i Beatles, Rolling Stones. E con Jagger e compagni si apre e si chiude Dear Mr. Fantasy di Carlo Massarini, appena pubblicato da Rizzoli: tredici anni ripercorsi in immagini e parole, da un concerto a Londra nel 1969 fino alla show torinese del 1982 per la finale dei mondiali di calcio. In mezzo scorrono i mille volti del rock e del pop.
Gli abiti del rock
Così, se Mick Jagger è ad Hyde Park, insolitamente sobrio in pantaloni bianchi e canotta lilla, intorno a lui è declinato il repertorio estetico dei tardi anni Sessanta, con gli inevitabili richiami all’India. Poi arrivano in Italia i Jethro Tull, e barbe lunghe e capelli incolti e lunghi cappotti in geometrie scozzesi. Ma il rock è tutto e anche il suo contrario, come mostrano appena poche pagine dopo (e un anno più tardi) i Roxy Music, con Bryan Ferry elegantissimo in tuxedo bianco e papillon nero. Nello stesso periodo sulle onde radio italiane, terminata l’avventura di «Bandiera Gialla» di Arbore e Boncompagni, è la volta di «Per Voi Giovani», con le novità dai due lati dell’Oceano: Led Zeppelin e Crosby, Stills, Nash & Young. È il momento del concept album, un’opera complessa dedicata a un unico tema, svolto anche su due o tre ellepì.
Impegno a tutti i costi
C’è la musica dei cantautori, dove a vincere è la parola, il messaggio: pochi fronzoli, arrangiamenti scarni, testi politici. Esce «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, però i giovani impegnati gli preferiscono Venditti e De Gregori, oppure i classici (De André, Guccini, Dalla). Sono anni di eskimo, di dibattiti, di nebbie e manifestazioni femministe, ma pure di scoperta del folk e delle radici popolari della musica.
E intanto dall’Inghilterra dilaga il rock progressive, che da noi sfonda prima che in patria. Cita la musica classica, ma con in più un’inedita attenzione per gli aspetti teatrali dello show, i giochi di luce, le maschere. I nomi: Genesis, su tutti, poi Van Der Graaf Generator, Yes, Emerson, Lake e Palmer, King Crimson, Gentle Giant e mille altri.
Voglia di muoversi
Ballare, non si balla, almeno finché non arriva il ‘77: contemporaneamente esplode il punk nel Regno unito, negli Usa sfonda il reggae di Bob Marley, a New York trionfa la disco. In Italia, Edoardo Bennato pubblica «Burattino Senza Fili», Pino Daniele «Terra Mia». E’ la rottura con i mostri sacri del rock, una rivoluzione all’insegna della libertà di espressione, ma allo stesso tempo la prima presa di coscienza che esistono altre culture e altre musiche: dopo «Sympathy for The Devil», l’Africa entra nelle canzoni dei Talking Heads e di Peter Gabriel, il reggae in quelle dei Police. E’ anche il ritorno del corpo, messo in secondo piano fino ad allora, poi fieramente esibito nello Studio 54 e nelle tante discoteche che nascono all’alba degli anni Ottanta. I Village People aprono la strada, ma con Grace Jones il trionfo dell’apparenza è totale: vende immagini, suggestioni, non più canzoni. Gli Ottanta sono dietro l’angolo, e in una nuvola di lacca per capelli arriva il movimento New Romantic, quei Duran Duran che sulla scala evolutiva del pop vengono dopo David Bowie e prima dei Take That.
La conquista della tv
Con loro arriva anche «Mister Fantasy», il programma di Massarini che dal 1981 al 1984 racconta l’avvento dei videoclip e della cultura della televisione, mettendo insieme pop e avanguardia sotto un titolo rubato ai Traffic. La grafica di Mario Convertino, gli esperimenti di Laurie Anderson, il jazz mutante di Donald Fagen, gli esotismi di Battiato, il nuovo corso dei Matia Bazar: c’era uno spazio per ognuno, tra il tg della notte e l’alba.
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