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Archivio per gennaio 2010

iPad, pregi e difetti

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All’Apple Store di Stockton Street c’è il solito viavai di clienti, turisti, curiosi, fanatici della Mela. E molti, convinti di trovare l’iPad già sugli scaffali del negozio, rimangono delusi quando i commessi spiegano che dovranno attendere fino a marzo (aprile, se vogliono il modello 3G).

Inseguita da anni, prevista da blogger e siti web, annunciata da partner commerciali mesi prima che fosse presentata, la tavoletta magica di Steve Jobs portava con sé un carico di aspettative tale da dover necessariamente scontentare più d’uno. E così è stato: azioni in calo, critiche sul web, dove qualcuno aveva immaginato addirittura un sistema capace di riconoscere il volto e adattare le prefaerenze a seconda dell’utilizzatore, o un display in grado di dare la sensazione del rilievo dei singoli tasti quando si usa la tastiera virtuale. Certo, qualche caratteristica nuova potrebbe arrivare in seguito, con aggiornamenti software, com’è successo per l’iPhone; è il caso, ad esempio, del multitasking, tecnicamente possibile, ma ancora assente: il tablet con la Mela oggi può eseguire solo un programma per volta.

L’hardware, però, non si può modificare facilmente, e se una webcam esterna o un adattatore usb prima o poi arriveranno, sarà difficile che qualcuno trovi un modo per usare le normali schede telefoniche sull’iPad: curiosamente Apple ha scelto le nuovissime MicroSim, più piccole delle Sim attuali. Se è vero che in teoria si può usare con tutti operatori, il tablet di Jobs funziona in realtà soltanto con AT&T, al momento l’unica a produrle; per chi vuole usarlo in Europa, c’è il modello con wifi, che costa anche meno. Per il resto, in pochi hanno avuto modo di provarlo dal vivo (i giornalisti accreditati erano 600), quindi quelle che circolano sono perlopiù illazioni o impressioni.

Diverso l’atteggiamento degli analisti, che prevedono per l’iPad vendite variabili tra 1 e 5 milioni per quest’anno: la piattaforma convince, per prezzo e caratteristiche tecniche. Ma perché davvero sia una via d’uscita alla crisi dei media c’è da inventare un linguaggio nuovo, più semplice di quello del web, capace di integrare testi, audio, video, foto in un modo diverso e originale, non basta copiare il New York Times. Bene i giochi (anche se i blogger continuano a preferire l’iPhone e l’iPod Touch), qualche dubbio sugli accordi con i gruppi editoriali: mancava McGrawHill, forse perché il direttore editoriale Terry McGraw si era lasciato sfuggire di “essere molto contento” per il tablet Apple proprio alla vigilia della presentazione. A proposito di eBook, il Kindle sarebbe avvantaggiato dal display e-ink, che consente una lettura più riposante; apprezzata senza riserve invece l’applicazione iBooks, semplice da usare e graficamente molto ben realizzata, anche se all’inizio sarà disponibile solo negli Usa. Intanto, i lettori di eBook Sony a San Francisco sono in saldi, col 50 per cento di sconto.

I pregi

  • Veloce, grazie al processore sviluppato da Apple
  • Facile da usare (è come un iPhone)
  • Compatibile con i programmi su App Store
  • Eccellente per navigare sul web, controllare la posta, vedere foto e video
  • Schermo molto luminoso, con ottimi colori
  • Il prezzo è ragionevole, relativamente alle caratteristiche
  • Piccolo e leggero, ha una struttura in alluminio che non si graffia come l’iPhone
  • La batteria dura 10 ore, secondo Apple (e fino a un mese in standby)
  • L’applicazione per gli eBook è intuitiva e ha una grafica curatissima
  • Apple ha previsto anche un dock con tastiera integrata (ma si paga a parte: 69 dollari)

I difetti

  • Niente multitasking: si può eseguire solo un programma per volta
  • Memoria limitata (solo 16 Gb per il modello più economico)
  • Sistema chiuso: per installare i programmi bisogna passare attraverso App Store
  • Manca la fotocamera
  • Il modello con connessione 3G costa 130 dollari in più
  • Non è compatibile con i siti web che usano Flash
  • I programmi per iPhone sono visualizzati con le dimensioni che hanno sul telefonino Apple oppure ingranditi, ma perdono definizione
  • Manca una porta Usb
  • Il modello 3G non usa una Sim standard, ma le nuove Micro-sim, ancora rarissime. Non si può togliere la scheda dal cellulare e inserirla nell’iPad
  • Al momento non si può usare come telefono, se non con Skype o simili
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“Lo abbiamo chiamato …iPad”

28 gennaio 2010 2 commenti

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Steve Jobs parla per dieci minuti. Racconta dei 250 milioni di iPod venduti, dei 50 milioni di visitatori nei negozi Apple. Poi passa all’annuncio che tutti aspettano: “Lo abbiamo chiamato  (pausa) …iPad”, dice, e il pubblico esplode. Giornalisti da tutto il mondo (ma c’è pure Al Gore, da tempo amico di Jobs) sono a San Francisco per la presentazione del tablet di Cupertino, che sui quotidiani americani oggi occupa lo stesso spazio del discorso di Obama alla nazione. Jobs scherza e lo alza neanche fosse la tavoletta delle leggi di Mosé: come previsto da blogger e analisti, è una specie di iPhone gigante, con schermo da 9,7 pollici, che si comanda sfiorandolo con le dita, memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare. In vendita a marzo, costerà tra 499 e 829 dollari a seconda della dotazione di memoria e della connettività (il 3G è opzionale).

E’ un vero computer, ma non si usa come un computer: “E’ a metà strada tra un cellulare e un portatile, però funziona meglio di entrambi, e anche dei netbook”, spiega Jobs. A toccarlo con mano, l’iPad è leggero, sottile e robusto: tutto in alluminio, riprende le linee dei portatili con la Mela, ma per il resto il design di Jonathan Ive è ancora una volta assolutamente originale. Molto veloce nel funzionamento, grazie al chip realizzato in casa da Apple (anche questa una novità assoluta), ha un display perfetto per le foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, navigare in internet, giocare, e chissà che altro; come l’iPhone e l’iPod Touch, è un apparecchio senza tasti fissi, quindi può trasformarsi in mille gadget diversi, perché è il programma stesso a disegnare di volta in volta una nuova interfaccia.

Jobs ha saputo intuire prima degli altri i possibili sviluppi dell’industria digitale: con l’iPod ha inventato non tanto un apparecchio – il lettore Mp3 esisteva già – quanto un ecosistema, iTunes Store, dove acquistare le canzoni con un click. Ha applicato lo stesso schema all’iPhone, con l’App Store, che oggi conta oltre tre miliardi di applicazioni scaricate in meno di diciotto mesi. E sarà così anche per i testi, con iBooks, che permette di comprare un libro sfiorandone la copertina su uno scaffale virtuale; per i 125 milioni di utilizzatori di iTunes non c’è nemmeno bisogno di inserire i dati della carta di credito. Per il Kindle è un colpo duro, pur se nascosto sotto un complimento (“Alla Amazon hanno fatto un grande lavoro, sono stati dei pionieri”). La mazzata arriva quando sul palco sale Martin Niesenholtz del New York Times e mostra l’edizione del quotidiano per iPad: la grafica del testo è simile a quella del giornale, ma basta un tocco perché la foto si animi, trasformandosi in un filmato con audio e video in alta definizione.

Riuscirà l’iPad a salvare il mercato dell’editoria e fare di Jobs il Gutenberg dell’era digitale? Sono in molti a sperarlo, e intanto lui si cautela immaginando che la tavoletta magica finirà sui banchi di scuola e sui tavolini dei salotti di tutto il mondo, ma pure negli uffici. Per questo Phil Schiller introduce una versione speciale di iWork, il pacchetto office di Apple, e mostra come impaginare testi e preparare presentazioni senza mouse né tastiera (ma l’accessorio più venduto sarà il dock con la tastiera integrata, c’è da scommetterci). “Non è fantastico?”, chiede Jobs, e sorride. Ha lavorato intensamente all’iPad dopo il trapianto di fegato della scorsa primavera, e anche ora appare molto magro nella solita divisa: jeans Levi’s, T-shirt nera, scarpe da jogging. Ha cinquantacinque anni e nel 2004 è stato operato per un tumore al pancreas, così questa potrebbe essere l’ultima rivoluzione di Apple guidata da lui personalmente, dopo il Mac, l’iPod e l’iPhone. E infatti la presentazione si chiude con una considerazione che riassume tutta la sua avventura a Cupertino: “Cerchiamo sempre di essere al punto d’incrocio tra tecnologia e arte, di sviluppare prodotti avanzatissimi, ma facili da usare, che siano naturali, semplici, belli. Per questo l’iPad è una creazione, non un prodotto”.

Dopo iPod e hard disk, per Bondi l’equo compenso si paga anche su hd-dvd

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Sul sostantivo sono quasi tutti d’accordo, è sull’aggettivo che le polemiche si sprecano. L’equo compenso è una remunerazione dovuta per legge alla Siae per rimediare al mancato guadagno di autori ed editori, i cui introiti vengono erosi dalla copia privata. Esiste da tempo, e torna ora d’attualità perché il governo ha deciso di estenderlo a tutti i supporti su cui è possibile registrare contenuti multimediali: la norma è stata approvata il 30 dicembre scorso e resa nota solo due giorni fa; sarà in vigore a breve, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Cosa cambia
Oggi chi compra un disco rigido o una memory stick paga solo l’apparecchio, in futuro parte del prezzo d’acquisto andrà anche alla Siae, per il solo presupposto che prima o poi quel supporto sarà usato per registrare o conservare materiale protetto da copyright. Non ha importanza che sull’hard disk ci siano le copie dei vecchi filmini in Super8, né che la chiavetta usb sia usata per copiare le foto delle vacanze: il governo, che da anni lotta contro la pirateria senza riuscire a sconfiggerla, decide che siamo tutti un po’ colpevoli, anzi, che più memoria usiamo e più lo siamo. Così l’equo compenso è applicato in misura proporzionale alla capacità dei vari supporti: per un hard disk da 1 Terabyte, sarà pari a 10 euro, ma se l’apparecchio è anche in grado di registrare e riprodurre musica e video, allora salirà a 30 euro. Gli hard disk multimediali costano tra 80 e 150 euro, in percentuale si tratta quindi di un aumento che può superare il 30 per cento: chi lo pagherà? Nelle intenzioni del legislatore, il prezzo finale non dovrebbe salire e la differenza dovrebbe essere coperta dal produttore. Il presidente della Siae Giorgio Assumma, raccogliendo l’allarme lanciato dalla parlamentare pd Giovanna Melandri, ha sottolineato che la Società degli autori e degli editori «vigilerà con attenzione» perché l’aumento delle quote non si ripercuota sui consumatori».

Le reazioni
Nessun commento da Apple, che con l’iPod ha inventato il più famoso dei riproduttori multimediali (ora il modello da 160 Gb costerebbe 16 euro in più), mentre da Nokia si registra una presa di posizione molto netta: «L’imposizione di questa tassa sulla copia privata è iniqua e ingiustificata». Già, perché adesso arriva pure sui telefonini, per quanto in misura ridotta; così chi acquista legalmente una canzone da Ovi Store o iTunes e ha già versato alla Siae i diritti d’autore, pagherà una seconda volta. Ma se ha un computer pagherà una terza volta (perché l’equo compenso si applicherà anche ai pc), e se decide di copiarla su cd, pagherà anche per il dischetto vergine. Nel corso di un anno – secondo Altroconsumo – una famiglia media italiana spenderà cento euro in più per gli apparecchi tecnologici indicati nel decreto Bondi.
Lo scenario è raccapricciante, incoerente (per un iPhone da 32 Gb si pagano 90 centesimi, ma per un iPod Touch con la stessa memoria 6,44 euro), ma a quanto pare comune a mezza Europa. Per la Siae, anzi, in Francia, i compensi dal 2008 sono il 50 per cento più alti di quelli che saranno introdotti in Italia, e tuttavia hard disk e chiavette usb costano meno che da noi. Anzi: la società, pur affermando che viene «restituita dignità a chi crea e a chi lavora e investe nel settore dei contenuti culturali», spiega in una nota di «non essere pienamente soddisfatta dei livelli di compenso che il decreto oggi fissa».
E se il presidente di Assinform (associazione delle imprese di informatica) Paolo Angelucci sottolinea che il decreto penalizza l’industria italiana dell’It e il sistema imprenditoriale, «sereno e orgoglioso» del suo provvedimento si dice invece il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi. Ne ha ben donde: nelle tredici pagine del decreto è stato capace anche di fissare il compenso per un supporto che non ufficialmente non esiste: l’Hd-dvd, è stato abbandonato perfino da Toshiba, che lo aveva inventato.

Elettricità senza fili, il sogno di Tesla diventa realtà

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Quest’anno sulla Terra ci saranno sette miliardi di uomini e dodici tipi di spine elettriche. Ancora di più, in realtà, visto che le tensioni, le frequenze, gli standard sono diversi da Paese a Paese, come ben sa chi è spesso in viaggio, per lavoro o per divertimento.

Quando l’elettricità arrivò nelle case, agli inizi del Novecento, lampade e apparecchi erano connessi direttamente all’impianto; solo successivamente cominciarono a diffondersi spine e prese, per disconnettere dalla rete apparecchi guasti o non utilizzati. Così alla differenza della tensione (110 volt per gli Stati uniti, 240 per gran parte dell’Europa) si aggiunse anche quella fisica della forma della presa: ma gli apparecchi portatili non erano molti e il problema all’inizio non si pose nemmeno. Tuttavia, già nel 1934, l’International Electrotechnical Commission cercò di riunire i propri membri per stabilire uno standard unico. Scoppiò la Seconda guerra mondiale, passò e arrivò la Guerra Fredda, ma prese e spine continuavano a moltiplicarsi. Oggi – spiegano alla Iec – non c’è speranza di arrivare ad un accordo e per questo la Commissione concentra i propri sforzi sulla connessione Usb per gadget e apparecchi a bassa potenza.

Per tutti gli altri, finora l’unica soluzione è armarsi di pazienza e adattatori, ma dal Consumer Electronic Show di Las Vegas che si è appena chiuso arrivano i primi apparecchi che adottano connessioni elettriche senza fili. La cinese Haier, ad esempio, ha presentato un televisore che ricava l’energia di cui ha bisogno letteralmente dall’aria, convertendo le onde elettromagnetiche in corrente. Il principio è vagamente simile a quello per cui un tubo al neon si illumina se viene posto in prossimità di un campo elettromagnetico (come quello creato da una linea ad alta tensione).

La tecnologia si evolve
La tv Haier è per ora un prototipo, e non sa ancora se e quando verrà commercializzata, ma è intanto il segno che la tecnologia progredisce rapidamente. Già un paio di anni fa, Intel aveva dimostrato come fosse possibile trasmettere senza fili energia sufficiente per una lampada da 60 Watt (più o meno la potenza utilizzata da un computer portatile), mentre di recente il professor Marin Soljacic del Mit è arrivato nei suoi esperimenti addirittura a 3000, più che sufficienti per uno scaldabagno. Soljacic è tra i fondatori di «Witricity» un’azienda che fornisce tecnologie e risorse ai produttori per integrare nei loro apparecchi la trasmissione wi- reless di energia. Ed è nato anche il Wireless Power Consortium per definire gli standard del sistema: ne fanno parte, tra gli altri, Nokia, Philips Rim (quella del Blackberry), ma pure produttori di batterie come Duracell ed Energizer.

Dopo la radio, la tv, il telefono e Internet, in futuro anche la corrente viaggerà attraverso l’etere: è il sogno di Nikola Tesla che si realizza, oltre un secolo dopo i suoi primi esperimenti. Famoso per essere stato uno degli inventori della radio e della corrente alternata, lo scienziato serbo era già riuscito a far accendere una lampadina usando il principio dell’induzione elettromagnetica nel 1894. All’epoca l’esperimento fu considerato come la trovata di un genio stravagante (e così è ricordato Tesla in canzoni e videogiochi, e pure nel film «Prestige», dove ha il volto di David Bowie); oggi la sua intuizione potrebbe aprire le porte ad una generazione di apparecchi rivoluzionari. Automobili elettriche che si caricano da sole quando sono parcheggiate in prossimità di un trasmettitore di energia, lampade installabili ovunque, elettrodomestici a prova di acqua e di bambino (senza prese non ci sono pericoli di scosse). E poi computer ultraportatili, cellulari superpotenti perché al posto della batteria usano chip più grandi e performanti, mobili e tavoli con piani per ricaricare ogni tipo di apparecchio, perfino pacemaker e protesi acustiche che non necessitano di manutenzione. Sarà un vantaggio anche per l’ecologia, con meno trasformatori e cavi elettrici.

Presente e futuro
I problemi da superare sono parecchi: prima di tutto, limitare la dispersione nell’ambiente delle onde elettromagnetiche, che potrebbero essere dannose per la salute, in secondo luogo incrementare l’efficienza (una parte dell’energia viene infatti persa nella duplice conversione da elettrica in elettromagnetica e viceversa). Per ora in commercio non c’è molto, ma in Italia si vende già il «Powermat», per ricaricare gadget di ogni tipo senza contatto elettrico: basta inserirli in un adattatore e appoggiarli sulla base; funziona bene, anche con più apparecchi contemporaneamente, ma il prezzo è ancora piuttosto elevato. Fra qualche mese dovrebbe arrivare nei negozi un’altra novità presentata al Ces: «Airnergy», un apparecchietto capace di trasformare l’energia delle onde Wi-fi in corrente. Così, se al vicino non si riuscirà a scroccare la connessione Internet, almeno si potrà usarla per ricaricare la batteria del cellulare.