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Archivio per marzo 2010

Baustelle, la svolta mistica


I mistici dell’Occidente, quinto album dei toscani Baustelle, è un disco che parla di carri funebri, Huckleberry Finn e San Francesco. Di cimiteri, rane e crisantemi neri, e pure della spiaggia di Follonica. Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini hanno confezionato dodici canzoni con melodie orecchiabili e testi impegnati (e impegnativi, come si evince dal titolo dell’album, ispirato a un’opera di Elémire Zolla). Finiranno in cima alla top ten, com’è successo col precedente Amen, che due anni fa li ha consacrati tra le band più importanti del rock italiano. Li incontro in una Milano primaverile ma grigia, nella sede della casa discografica, e Francesco parla per quasi tutto il tempo. Gli altri due partecipano poco, lasciandogli volentieri gli onori e gli oneri del portavoce.

Bianconi, ma delle vostre canzoni al pubblico arriva il ritornello o il messaggio?
«Si parte dall’orecchiabilità, certo, ma poi a forza di cantare ogni tanto si finisce per pensare. Essere oscuri dà a chi ascolta il compito di cercare il senso nascosto».

Il brano che dà il titolo all’album ricorda De André: un caso o una scelta?
«La strofa ha un giro armonico da ballata popolare, che De André adoperava spesso, e anche il mio timbro vocale è simile».

E l’ispirazione mistica arriva da Battiato?
«Non esattamente, anche se Battiato è per noi un riferimento. Nell’album il misticismo è una metafora: si parte dalla vita terrena e si afferma che la verità è un’altra. Ma per me, laicamente, questa esperienza significa interpretare il presente come se non fosse tutto qui e ora, ma esistesse un’altra prospettiva. Nella cultura come nella politica».

A proposito di politica, tu parli di un Presidente: chi è?
«Oggi Silvio Berlusconi ed è per lui che è nata I mistici dell’Occidente. Nel testo non compare il suo nome perché, da buon anarchico, considero il potere sempre negativo in sé, quindi spero che il riferimento rimanga universale. Dall’altra parte, però, mi auguro che questa canzone possa essere presto superata dalla storia che avanza».

Canti testualmente: «questo branco di coglioni sparirà». Lo credi davvero?
«Non so, ma anche solo dirlo è liberatorio».

Avete collaborato con Valeria Golino per Giulia non esce la sera e ne è nata Piangi Roma, che ha vinto il Nastro d’argento. Ci sarà ancora cinema nel futuro dei Baustelle?

«Mi piacerebbe fare cinema come attore, ma mi accontenterei anche di comporre musica. È bene confrontarsi con i tempi e le strutture del cinema, perché chi scrive colonne sonore deve mettere da parte l’ego. Per questo la musica da film è colta come l’avanguardia ma meno autoreferenziale e più capace di emozionare: è il caso di Ennio Morricone, ad esempio».

Ma il vostro è ancora pop?
«È un pop barocco, orchestrale, creato a tavolino. Il nuovo album nasce dal silenzio e non dalle improvvisazioni, tagliano e incollando le idee di tutti e tre col computer».

E dal vivo?
«Sul palco saremo con l’Orchestra dei Mistici dell’Occidente, un coro maschile, una sezione di archi: in tutto, una ventina di persone».

Nel 2007  hai scritto per Irene Grandi Bruci la città e per l’ultimo Sanremo La cometa di Halley: c’è qualcun altro cui affideresti le tue canzoni?
«Celentano, mi piacerebbe molto scrivere per lui».

David Byrne e Fatboy Slim, un musical per Imelda Marcos

«Dovrei scriverlo io, il musical, per far vedere alla gente la vera Imelda». Così la moglie dell’ex dittatore delle Filippine commentava tempo fa la notizia che David Byrne e Fatboy Slim stavano lavorando a una serie di canzoni ispirate alla sua vita. Here Lies Love è stato rappresentato in prima mondiale ad Adelaide nel 2006, poi replicato alla Carnegie Hall di New York l’anno successivo, ancora incompleto, e ora finalmente si materializza in un doppio cd, in uscita il 6 aprile.

Raffinatissimo e ricco di citazioni, l’album si compone di ventidue brani e dura quasi due ore. Molte le ispirazioni esotiche (ad esempio in You’ll be taken care of), com’è lecito aspettarsi da un musicista che prima ha portato l’Africa nel cuore del rock con i Talking Heads, poi ha fondato la Luaka Bop, un’etichetta fondamentale per la diffusione della world music. L’apporto di Norman Cook (Fatboy Slim) a un primo ascolto sembra meno rilevante, però si coglie più di un’eco del suo «Big Beat» nei brani più movimentati (Eleven Days o Dancing Together). E in generale, è facile attribuire al più famoso dei deejay inglesi quella vena danzereccia che percorre tutta l’opera.

Già, perché nella vita della «Farfalla d’acciaio», come allora la chiamavano i giornali occidentali, non c’erano solo gioielli, abiti, e nemmeno le famose tremila paia di scarpe: prima di conoscere Ferdinand Marcos, aveva lavorato in un negozio di musica e preso lezioni di canto. Alla fine degli anni Settanta, Imelda, già famosa in tutto il mondo per le sue eccentriche mises e le spese folli, era diventata un’assidua frequentatrice dello Studio 54. Nella discoteca più famosa di New York passava le notti in compagnia di Andy Warhol e altri vip, mentre nel suo Paese il marito promulgava la legge marziale, imprigionava migliaia di dissidenti, imponeva tasse insostenibili. Lei faceva portare la sabbia da una spiaggia dell’Australia per costruire la sua baia artificiale, attrezzava il palazzo presidenziale con pista da ballo e palle a specchi, indossava gioielli di inarrivabile opulenza. E incontrava politici di ogni Paese: Nixon, Castro, Ciu En Lai, Gheddafi, che incantava con un sorriso, un inchino, un’accavallar di gambe.

Byrne lo racconta in Please Don’t, il primo singolo tratto dall’album (con video d’epoca che mostra un suo viaggio a Roma). In altri brani si sofferma invece su aspetti più intimi della vicenda di Imelda Marcos, e soprattutto sul rapporto complesso con Estrella Cumpas, la donna che prese il posto della madre scomparsa prematuramente e le fu vicina nei momenti cruciali della sua vita, dall’infanzia di stenti alla prima elezione a reginetta di bellezza, fino a quando divenne first lady nel 1965. Poco spazio per la politica, nessuno per i crimini di cui si macchiò il regime filippino, crollato nel 1986 sotto una rivolta popolare che costrinse il presidente e la sua famiglia all’esilio. Niente accenni ai 9000 processi a carico di Imelda Marcos, molti dei quali ancora in corso.

Here Lies Love potrebbe essere per lei quello che Evita è stato per la vedova Peron, il segno di un nuovo interesse e l’inizio di una riabilitazione, se non altro come icona kitsch. Qui non c’è Madonna, ma un cast ricchissimo e variegato, con le migliori voci del pop femminile: da Florence Welch (Florence and the Machine) a Tori Amos, dalla rediviva Cyndi Lauper a Róisín Murphy, da Kate Pierson dei B52’s a Santigold, senza contare Sia, Natalie Merchant, Martha Wainwright e altre. Mille donne per i mille volti di Imelda. Pare che si sia proposta anche lei, l’ottantenne ex First Lady, ma che all’ultimo momento abbia rinunciato perché l’opera non mette nel giusto risalto la sua personalità, «dedicata alla bellezza e all’amore», come dichiarò in un discorso davanti all’Assemblea dell’Onu. «”Here Lies Love”» (qui giace l’amore) è l’epitaffio che vorrei avere sulla mia tomba», disse, «perché riassume perfettamente la mia vita».

E’ vietato fare a pezzi i Pink floyd

Sir Andrew Morritt ha 72 anni, ma una sua decisione potrebbe cambiare il modo in cui i giovani ascoltano la musica. Il giudice inglese ha infatti stabilito che la Emi non può vendere su iTunes Store o altri negozi digitali i singoli brani dei Pink Floyd, ma deve rispettare l’integrità artistica degli album, distribuendoli solo come erano stati concepiti originariamente. Da anni Gilmour e compagni non pubblicano 45 giri, ora hanno ottenuto che non ne esistano nemmeno in forma digitale, senza il loro consenso. Che finora non c’è stato: per questo la casa discografica dovrà pagare 40 mila sterline di spese legali più una multa da stabilire. Crolla così uno dei capisaldi di iTunes e della musica digitale sul web: bisogna comprare tutto il disco, e non si può più scegliere di acquistare una sola canzone a 99 centesimi (in realtà, poi, le tracce di The Final Cut o The Dark Side of the Moon costano 1,29 euro per scelta della Emi, ma qui si direbbe che i Pink Floyd non si siano opposti).

L’argomento è dibattuto da tempo, prima ancora che Steve Jobs lanciasse il suo negozio virtuale di musica, che oggi è il più grande del mondo con oltre 10 miliardi di canzoni vendute in meno di sette anni. L’idea è semplice: non sempre un disco vale il suo prezzo intero perché, a parte due o tre canzoni, il resto serve per giustificare il prezzo di un cd. Con il digitale questo limite non esiste e si è affermato il modello della canzone singola, che ha portato a una frantumazione sempre maggiore della musica e al tramonto del concept album. C’è chi dice no, come gli Ac/Dc (ma su iTunes mancano pure i Beatles e Frank Zappa) e c’è chi ne è entusiasta: ad esempio i Radiohead, che da qualche tempo pubblicano solo canzoni sparse.

La sentenza dell’Alta Corte londinese, giunta ieri dopo oltre un anno di battaglie legali, si basa su un’interpretazione del contratto che lega i Pink Floyd alla multinazionale britannica secondo cui con «record» si intende non il 33 giri o il compact disc, ma l’album come successione di brani. Di parere opposto, ovviamente, i legali della Emi, che hanno sottolineato come nel ‘99 non esistesse la distribuzione musicale sul web e che quindi l’accordo fosse valido soltanto per i supporti fisici.

Così, in attesa di un pronunciamento definitivo, i dischi dei Pink Floyd si possono ancora acquistare a pezzetti. La classifica italiana di iTunes è questa: prima Wish You Were Here dal disco omonimo, seconda Another Brick in the Wall, Pt. 2, terza Hey You, poi Mother e Another Brick in the Wall, Pt. 1, tratte da The Wall. I successivi 96 brani fanno tutti parte del cofanetto Oh by the Way (16 cd, per un totale di 130 euro in digitale) e si spera che i Pink Floyd non invochino anche qui l’integrità artistica.

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Florence and the Machine, il rock vittoriano

Mentre da noi imperversava Sanremo, Florence Welch ritirava il prestigioso Brit Award per il suo primo album, Lungs, votato da critica e pubblico come miglior disco inglese del 2009. Una miscela di rock, rabbia e melodia che la cantante ha presentato ieri a Bologna con la sua band (i Machine) nell’unica data italiana. Il disco ha venduto quasi un milione di copie ed è ancora in cima alla top ten, così la ventiquattrenne cantante londinese si ritrova ora a raccogliere l’eredità di una lunga serie di star eccentriche che va da Kate Bush a PJ Harvey, passando per Siouxsie e Annie Lennox. Intanto non è loro che ringrazia («Kate Bush? E’ una delle mie musiciste preferite, ma ascolto anche molte altre cose»): nel suo blog cita piuttosto Damien Hirst, Francis Bacon, Jasper Johns.
Come mai la pittura è così importante nella sua formazione?
«Ho frequentato una scuola d’arte e questo mi ha insegnato a esprimermi oltre i consueti canoni, mi piace che un quadro o un’istallazione sappiano colpire il pubblico anche senza parole. Oppure usandole in modo bizzarro, come fa Ugo Rondinone: Giorni Felici mi ha dato lo spunto per Dog Days Are Over. E’ una scritta colorata, dice che i giorni bui sono passati: un messaggio positivo che colpisce tutti, anche chi non pensa di essere in un brutto periodo».
Alta, magra, viso spigoloso, capelli rossi: lei somiglia ai dipinti di Dante Gabriel Rossetti. E’ a quel periodo che rimanda il video di Rabbit Heart?
«Sì, con un accento sul lato oscuro. Il paesaggio è bucolico, ma nel video si mette in scena una cerimonia di morte e rigenerazione, una sorta di passaggio da un’età all’altra».
Cosa l’affascina dell’età vittoriana?
«Raccolgo tutto quello che posso di quel periodo: abiti, mobili, libri. E’ un periodo in cui l’eleganza e l’orrore si mescolavano, e Londra allora doveva essere molto cupa, sempre immersa nel fumo e nella nebbia».
Quando ha cominciato a comporre canzoni?
«Dovevo avere più o meno 14 anni quando ho composto la prima. Parlava di un amore scomparso, di rose appassite su un tavolo, di una donna che vuole cancellare tutti i segni di una relazione finita male. Una cosa molto teatrale, romantica, ingenua: non ero mai stata con un ragazzo allora».
E cosa è cambiato dopo il Brit Award?
«Poco, sono sempre in giro e ho meno tempo per concentrarmi su me stessa, ma ho notato che è cresciuta l’attenzione della gente per le cose che faccio».
Il suo album è uscito nel luglio scorso ed è stato ripubblicato di recente in un box da quattro cd. Quando arriva il prossimo?
«Non so, ci sto lavorando da due mesi e ho già pronte tre o quattro canzoni; intanto però sono impegnata in un tour mondiale che durerà ancora qualche mese, poi ci sono i concerti estivi ai festival».
Il singolo You’ve Got The Love l’ha resa famosa anche in Italia. Non le dà fastidio essere conosciuta per una cover più che per le canzoni che ha scritto lei?
«E’ strano, quella canzone l’ho registrata in un giorno, solo perché la trovavo divertente, poi è passata alla BBC ed è diventata un successo. Ma c’è modo e modo di interpretare le canzoni degli altri: l’ultimo album di Peter Gabriel, ad esempio, è un ottimo esempio di come si possa essere creativi con le cover».
Per l’emancipazione delle donne è stata più importante la lavatrice o la chitarra elettrica?
«Nel mondo del pop non è facile per nessuno trovare la propria voce: pur di sfondare, molte donne si piegano a stereotipi maschili, ma alcune lo fanno coscientemente, sanno gestire da sole la propria immagine e allora diventano invincibili. Per me quello che veramente conta è esprimermi con la massima libertà, e ora addirittura mi pagano per farlo. Cosa posso volere di più?»

Prossime date:

21 luglio Milano

22 luglio Roma

Tornano i Gorillaz con Plastic Beach

Come le migliori band rock e pop, i Gorillaz sono in quattro: Murdoc Niccals (basso), 2D (voce e tastiere), Russel (batteria) e Noodle (chitarra). A differenza delle peggiori band rock e pop, che purtroppo sono reali, i Gorillaz sono però virtuali, personaggi animati disegnati da Jamie Hewlett. Il creatore di Tank Girl ha costruito per loro un mondo immaginario, con luoghi e avvenimenti che non sfigurerebbero in una biografia reale: se il disco precedente, cupo e apocalittico, era stato registrato a Londra nei pressi di un cimitero, per quello nuovo i quattro si sono trasferiti su un’isola del Pacifico meridionale, composta interamente di detriti e pezzi di plastica. Ovviamente l’album, che sarà pubblicato il prossimo 5 marzo, si chiama Plastic Beach.

E’ una delle uscite più importanti dell’anno, considerato anche il successo di Gorillaz (2001) e Demon Days (2005), che hanno venduto complessivamente oltre dodici milioni di copie. Così il marketing su Twitter e Facebook è partito con largo anticipo e su YouTube si trovano spezzoni di filmati che raccontano l’avventura dei quattro sull’isola di plastica. E ancora giochi, sfondi di scrivania, widget per computer. Come nel film I love Radio Rock, Murdoc ha poi trasmesso in anteprima alcuni brani dalla sua radio pirata, battendo sul tempo i pirati del web.

Plastic Beach è un lavoro maturo e ricco di sorprese, pur riproponendo quel miscuglio di hip hop, rock, dub, blues e rap ormai tipico della band inglese. Qui le fonti di ispirazione si ampliano ancora e arrivano a comprendere i Kraftwerk, l’elettroclash (Glitter Freeze), la National Orchestra for Arabic Music (White Flag, registrata a Beirut durante la guerra), ma pure una leggenda del soul come Bobby Womack, che presta la sua voce per il primo singolo. «Con Stylo volevo che la musica suonasse euforica, ma allo stesso momento facesse riflettere sulla precarietà della nostra situazione in un mondo tanto sovrappopolato», spiega Murdoc. E aggiunge: «Bobby Womack ha suonato con noi dopo che per anni non incideva niente, lo ha fatto perché la sua nipotina ha detto che eravamo fighissimi. Ed è vero, lo siamo».

Anche per questo la lista degli ospiti nei sedici brani di Plastic Beach è lunghissima: dai rapper Snoop Dogg e Mos Def ad un’icona del rock alternativo inglese come Mark E. Smith dei Fall, dai De La Soul a Gruff Rhys dei Superfurry Animals (nella geniale Superfast Jellyfish). Senza contare Paul Simonon e Mick Jones dei Clash, rispettivamente al basso e alla chitarra nella traccia che dà il titolo al disco. Non sono gli unici alfieri del vecchio rock presenti in Plastic Beach: c’è perfino sua maestà Lou Reed che canta in Some Kind Of Nature. Ma ad ascoltare con attenzione la voce con cui duetta, il mistero dei Gorillaz si svela: 2D è Damon Albarn e i Gorillaz sono il suo più importante progetto fuori dai Blur. Anzi, il più importante e basta: lo provano brani come To Binge e On Melancholy Hill, che avrebbero potuto trovar posto accanto a Girls and Boys o Tender. Così Albarn ha oltrepassato il britpop e ha lasciato che gli Oasis continuassero ad usarne le formule ormai invecchiate, mentre la sua musica oggi è una confusione di stili, un gioco di specchi e rimandi: il modello per il pop d’inizio millennio, un esempio di come anche nelle canzoni da classifica possa esserci spazio per l’intelligenza, l’ironia, la sperimentazione.