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Tornano i Gorillaz con Plastic Beach

Come le migliori band rock e pop, i Gorillaz sono in quattro: Murdoc Niccals (basso), 2D (voce e tastiere), Russel (batteria) e Noodle (chitarra). A differenza delle peggiori band rock e pop, che purtroppo sono reali, i Gorillaz sono però virtuali, personaggi animati disegnati da Jamie Hewlett. Il creatore di Tank Girl ha costruito per loro un mondo immaginario, con luoghi e avvenimenti che non sfigurerebbero in una biografia reale: se il disco precedente, cupo e apocalittico, era stato registrato a Londra nei pressi di un cimitero, per quello nuovo i quattro si sono trasferiti su un’isola del Pacifico meridionale, composta interamente di detriti e pezzi di plastica. Ovviamente l’album, che sarà pubblicato il prossimo 5 marzo, si chiama Plastic Beach.

E’ una delle uscite più importanti dell’anno, considerato anche il successo di Gorillaz (2001) e Demon Days (2005), che hanno venduto complessivamente oltre dodici milioni di copie. Così il marketing su Twitter e Facebook è partito con largo anticipo e su YouTube si trovano spezzoni di filmati che raccontano l’avventura dei quattro sull’isola di plastica. E ancora giochi, sfondi di scrivania, widget per computer. Come nel film I love Radio Rock, Murdoc ha poi trasmesso in anteprima alcuni brani dalla sua radio pirata, battendo sul tempo i pirati del web.

Plastic Beach è un lavoro maturo e ricco di sorprese, pur riproponendo quel miscuglio di hip hop, rock, dub, blues e rap ormai tipico della band inglese. Qui le fonti di ispirazione si ampliano ancora e arrivano a comprendere i Kraftwerk, l’elettroclash (Glitter Freeze), la National Orchestra for Arabic Music (White Flag, registrata a Beirut durante la guerra), ma pure una leggenda del soul come Bobby Womack, che presta la sua voce per il primo singolo. «Con Stylo volevo che la musica suonasse euforica, ma allo stesso momento facesse riflettere sulla precarietà della nostra situazione in un mondo tanto sovrappopolato», spiega Murdoc. E aggiunge: «Bobby Womack ha suonato con noi dopo che per anni non incideva niente, lo ha fatto perché la sua nipotina ha detto che eravamo fighissimi. Ed è vero, lo siamo».

Anche per questo la lista degli ospiti nei sedici brani di Plastic Beach è lunghissima: dai rapper Snoop Dogg e Mos Def ad un’icona del rock alternativo inglese come Mark E. Smith dei Fall, dai De La Soul a Gruff Rhys dei Superfurry Animals (nella geniale Superfast Jellyfish). Senza contare Paul Simonon e Mick Jones dei Clash, rispettivamente al basso e alla chitarra nella traccia che dà il titolo al disco. Non sono gli unici alfieri del vecchio rock presenti in Plastic Beach: c’è perfino sua maestà Lou Reed che canta in Some Kind Of Nature. Ma ad ascoltare con attenzione la voce con cui duetta, il mistero dei Gorillaz si svela: 2D è Damon Albarn e i Gorillaz sono il suo più importante progetto fuori dai Blur. Anzi, il più importante e basta: lo provano brani come To Binge e On Melancholy Hill, che avrebbero potuto trovar posto accanto a Girls and Boys o Tender. Così Albarn ha oltrepassato il britpop e ha lasciato che gli Oasis continuassero ad usarne le formule ormai invecchiate, mentre la sua musica oggi è una confusione di stili, un gioco di specchi e rimandi: il modello per il pop d’inizio millennio, un esempio di come anche nelle canzoni da classifica possa esserci spazio per l’intelligenza, l’ironia, la sperimentazione.

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