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Baustelle, la svolta mistica


I mistici dell’Occidente, quinto album dei toscani Baustelle, è un disco che parla di carri funebri, Huckleberry Finn e San Francesco. Di cimiteri, rane e crisantemi neri, e pure della spiaggia di Follonica. Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini hanno confezionato dodici canzoni con melodie orecchiabili e testi impegnati (e impegnativi, come si evince dal titolo dell’album, ispirato a un’opera di Elémire Zolla). Finiranno in cima alla top ten, com’è successo col precedente Amen, che due anni fa li ha consacrati tra le band più importanti del rock italiano. Li incontro in una Milano primaverile ma grigia, nella sede della casa discografica, e Francesco parla per quasi tutto il tempo. Gli altri due partecipano poco, lasciandogli volentieri gli onori e gli oneri del portavoce.

Bianconi, ma delle vostre canzoni al pubblico arriva il ritornello o il messaggio?
«Si parte dall’orecchiabilità, certo, ma poi a forza di cantare ogni tanto si finisce per pensare. Essere oscuri dà a chi ascolta il compito di cercare il senso nascosto».

Il brano che dà il titolo all’album ricorda De André: un caso o una scelta?
«La strofa ha un giro armonico da ballata popolare, che De André adoperava spesso, e anche il mio timbro vocale è simile».

E l’ispirazione mistica arriva da Battiato?
«Non esattamente, anche se Battiato è per noi un riferimento. Nell’album il misticismo è una metafora: si parte dalla vita terrena e si afferma che la verità è un’altra. Ma per me, laicamente, questa esperienza significa interpretare il presente come se non fosse tutto qui e ora, ma esistesse un’altra prospettiva. Nella cultura come nella politica».

A proposito di politica, tu parli di un Presidente: chi è?
«Oggi Silvio Berlusconi ed è per lui che è nata I mistici dell’Occidente. Nel testo non compare il suo nome perché, da buon anarchico, considero il potere sempre negativo in sé, quindi spero che il riferimento rimanga universale. Dall’altra parte, però, mi auguro che questa canzone possa essere presto superata dalla storia che avanza».

Canti testualmente: «questo branco di coglioni sparirà». Lo credi davvero?
«Non so, ma anche solo dirlo è liberatorio».

Avete collaborato con Valeria Golino per Giulia non esce la sera e ne è nata Piangi Roma, che ha vinto il Nastro d’argento. Ci sarà ancora cinema nel futuro dei Baustelle?

«Mi piacerebbe fare cinema come attore, ma mi accontenterei anche di comporre musica. È bene confrontarsi con i tempi e le strutture del cinema, perché chi scrive colonne sonore deve mettere da parte l’ego. Per questo la musica da film è colta come l’avanguardia ma meno autoreferenziale e più capace di emozionare: è il caso di Ennio Morricone, ad esempio».

Ma il vostro è ancora pop?
«È un pop barocco, orchestrale, creato a tavolino. Il nuovo album nasce dal silenzio e non dalle improvvisazioni, tagliano e incollando le idee di tutti e tre col computer».

E dal vivo?
«Sul palco saremo con l’Orchestra dei Mistici dell’Occidente, un coro maschile, una sezione di archi: in tutto, una ventina di persone».

Nel 2007  hai scritto per Irene Grandi Bruci la città e per l’ultimo Sanremo La cometa di Halley: c’è qualcun altro cui affideresti le tue canzoni?
«Celentano, mi piacerebbe molto scrivere per lui».

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