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Archivio per aprile 2010

Tom Smith parla degli Editors

Siete stati in Italia l’ultima volta a dicembre, a Roma e Milano, ora tornate a Torino. Come mai suonate così spesso qui?
“Ci piace molto l’Italia, e speriamo di piacere molto agli italiani”.
Il vostro ultimo disco, In This Light and On This Evening, è uscito nel settembre dello scorso anno, avete già nuove canzoni da proporre in concerto?
“Suoneremo un paio di brani che non avevamo fatto in tempo a finire per l’album, ma non abbiamo ancora cominciato a pensare a un nuovo disco”.
In scaletta ci sarà anche la cover di Lullaby dei Cure?
“Non credo, dal vivo la proponevamo quando avevamo solo uno o due album e i concerti rischiavano di essere troppo brevi”.
Come mai proprio i Cure?
“Radio One ci ha chiesto di scegliere una canzone arrivata in top ten negli ultimi 25 anni per inciderne una cover. Lullaby era la sola che ci piacesse. I Cure non hanno paura di confrontarsi col pop: sono melodici, molto originali musicalmente e scrivono testi interessanti. Per gli Editors sono da sempre un punto di riferimento”.
Più dei Joy Division, cui pure molti vi paragonano?
“Senz’altro. Ai Joy Division ho sempre preferito i R.E.M. Né gli uni né gli altri sono della mia generazione, avevo due anni quando è uscito il primo disco dei R.E.M., ma ho passato l’adolescenza con le loro canzoni. Conoscevo anche i Joy Division, ovviamente, ma ho cominciato a interessarmi alla loro musica solo più tardi”.
Come racconteresti i tre album degli Editors?
“Nel primo disco le canzoni erano stato eseguite per molto tempo in tour, erano semplici ma avevano un’immediatezza unica. Col successo siamo diventati più sicuri di noi stessi e delle nostre capacità, ma per il secondo album non abbiamo avuto molto tempo per scrivere, e oggi quelle canzoni hanno dal vivo uno spessore che in studio non sempre avevamo raggiunto. Il terzo è il nostro lavoro più ricco e più ambizioso, abbiamo cercato di inserire elementi nuovi , abbiamo recuperato l’elettronica, ma ci sono anche molte chitarre. In questo l’apporto di Flood, che lo ha prodotto, è stato determinante”.
E in futuro?
“Non so dove andremo, ma so che abbiamo cominciato a lavorare come band a un livello più alto, siamo più professionali ma finora siamo riusciti a conservare l’entusiasmo degli inizi. E abbiamo capito come vogliamo sia la nostra musica: dev’essere pericolosa, non lasciare indifferenti”.
Scrivi tutti i testi delle canzoni?
“Certo”.
E come mai sono così melanconici, spesso addirittura oscuri, visto che non sembri affatto una persona cupa?
“Non sono per le cose zuccherose, mi piacciono le situazioni complicate, non ho paura di affrontare temi e circostanze scomode. Questo nei testi, ma lo stesso è per la musica: apprezziamo il gothic, il dark, le atmosfere claustrofobiche, ma non vuol dire che il nostro obbiettivo principale, poi, non sia sempre quello di far divertire chi ci ascolta. Vogliamo che dai nostri concerti il pubblico esca con un sorriso in volto e un pensiero in più nella testa”.
Come ti senti a mettere in pubblico il tuo cuore, a cantare di sentimenti intimi di fronte a migliaia di persone?
“Quando scrivo cerco di non essere troppo personale, anche se quasi sempre il punto di partenza per i miei testi è un sentimento individuale Ma quando sei sul palco, quello che hai nel cuore diventa di tutti, le parole non sono più mie, le canzoni vivono di vita propria. La grande musica parla a tutti, dice a ognuno qualcosa della sua propria vita. Non sempre ci riusciamo, ma ci proviamo continuamente”.
Hai mai pensato: questa canzone è perfetta per uno stadio, questa per la radio, questa deve rimanere su disco?
“No, ma mi rendo conto che alcune sono migliori per la radio, altre vanno meglio in uno stadio perché magari hanno un ritornello che si può cantare in coro”.
Ultimo disco acquistato?
Gil Scott Heron e Peter Gabriel, che mi piace molto, la sua ersione di una canzone di Bon Iver è fantastica”.
Avete venduto su eBay una batteria firmata da voi per raccogliere fondi per Haiti. Vi considerate impegnati politicamente?
“Non abbiamo una liena politica e d’aktra parte come si fa a seguire un politco in questo momento? Abbiamo due opzioni nel Regno unito, e nessuna ci sembra così interessante: dev’essere per questo che i giovani votano sempre meno. Non ci piace mischiare la musica con la politica, ma ci impegnimo attivamente per cause concrete, da Haiti al riscaldamento globale. Naturalmente per quello che possiamo fare. Ed è sempre troppo poco”.

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A New York, il giorno dell’iPad

Sono le nove del mattino, c’è il sole, il cielo è azzurro. Ma la Fifth Avenue risuona di un conto alla rovescia, neanche fosse Times Square l’ultima notte dell’anno. Three, two, one, go! E parte la corsa all’iPad, con centinaia di persone che si accalcano nel negozio Apple. Qualcuno era in coda da giorni, come Greg Packer, pensionato con parecchio tempo da perdere, che risponde alle domande dei giornalisti solo se garantiscono adeguata visibilità: “Perché lo compro? Perché è un portatile senza tastiera e un iPhone senza telefono, sono certo che cambierà la storia dei computer”.
Non è il solo a pensarla così e se le code non sono chilometriche, è solo perché molti hanno preferito prenotare sul web il gadget dell’anno e riceverlo a domicilio. In alternativa, è possibile ritirarlo presso il negozio più vicino: così le file sono in realtà due, e il primo ad agitare trionfante l’iPad davanti al cubo di vetro con la Mela è Richard Gutjahr, blogger tedesco con stampato sulla maglietta l’indirizzo web del suo sito.  Pubblicità a buon mercato o interesse reale? “Penso sia un prodotto geniale, ma saranno le applicazioni a fare la differenza”.

Il mercato è già vastissimo: alle oltre 150 mila sviluppate finora per iPhone e iPod Touch, su App Store c’è una sezione con un migliaio di programmi che permettono di sfruttare al meglio la potenza di calcolo e lo schermo da 9,7 pollici dell’ultima creatura di Steve Jobs. E’ perfetto per foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, giocare, navigare in internet, gestire le mail. Si comanda sfiorandolo con le dita, ha una memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare.“E’ a metà strada tra un cellulare e un portatile”, aveva detto Jobs alla presentazione a San Francisco il 27 gennaio scorso. Tutto in alluminio, assomiglia a un iPod touch gigante, così da Tekserve, uno dei pochi negozi non Apple che lo vendono, un commesso scherza: “Non lo compro, ho già la versione mini”, e tira fuori il suo iPod. David Lerner, cinquantasei anni, venticinque passati a vendere computer Mac, non ha dubbi: sarà un successo. E le ultime stime degli analisti di mercato prevedono sette milioni di esemplari venduti nel 2010.

In Europa il tablet Apple arriverà più in là (le date più probabili sono il 24 o il 30 aprile), così i turisti in cerca del souvenir più originale sono molti, ma alla fine diversi italiani optano per il vicino negozio di Abercrombie & Fitch: “Costa troppo – spiegano Laura e Michela – e noi abbiamo un sacco di regali da fare”. I prezzi vanno da 499 a 699 dollari, ma Apple vende al massimo due iPad per persona, e chi è riuscito ad accaparrarsene anche solo uno lo tiene ben stretto:  “Non so ancora come lo userò, ma so che volevo averlo subito”, spiega un ragazzo. Perché? “Comprerei tutto quello che produce Apple”.  Poco in là, una ragazza racconta di aver aspettato due giorni per regalarlo al fidanzato. Assomiglia ad Ugly Betty, ma interpreta il ruolo che in tv è della moglie di Phil, nella seguitissima serie “Modern Family”. Nell’ultimo episodio, trasmesso qualche giorno fa, lei decide di comprare un iPad per il compleanno del marito, ma viene coinvolta in una rissa mentre aspetta in coda.  Alla fine riesce ad averlo e la puntata si chiude con Phil che sussurra un “ti amo” e la moglie che risponde “Anch’io”. Solo che lui sta parlando all’iPad.

La copertura mediatica riservata al gadget di Apple è impressionante: Steve Jobs campeggia sulla copertina di Time Magazine e di Newsweek, mentre il Wall Street Journal, il New York Times e altri quotidiani, riviste e siti web hanno pubblicato recensioni entusiastiche e in tv David Letterman ne ha già scoperto un uso inedito, come tagliaverdure. Questo non impedisce che ci sia chi è deluso e decide di rinviare l’acquisto: “Troppo pesante”; “Non ha la porta Usb”; “Bello ma non è compatibile con i siti che usano Flash”; “Mi aspettavo una webcam, attenderò il modello successivo”, sono alcuni commenti di chi prova gli esemplari esposti. “I libri si leggono meglio sul Kindle”, obbietta perplesso un signore di mezza età, confrontando lo schermo dell’iPad con quello in bianco e nero del lettore Amazon che ha portato da casa. Per i critici più agguerriti, però, il vero problema sarebbe un altro. Con iTunes prima, App store poi, e ora iBooks, Steve Jobs avrebbe creato un sistema chiuso, dov’è l’unico a decidere quali contenuti possono arrivare sugli apparecchi Apple: giornali, libri, musica, film, show televisivi, videogame, software. Un controllo pressoché totale, che metterebbe nelle sue mani un potere enorme.

Intanto, almeno un’obiezione si può lasciar cadere: la tastiera virtuale non sarà comodissima, ma si può usare anche per testi piuttosto lunghi. Questo articolo è stato scritto in parte su un iPad.

(foto: iFabio)