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Archivio per maggio 2010

Apple, la fabbrica che produce desideri

A chi e a cosa serve un computer-tavoletta privo di tasti, senza porte usb né videocamera? L’iPad arriva oggi nei negozi europei senza aver risposto alla domanda, ma con un milione di esemplari venduti negli Usa in appena quattro settimane. Di centomila prenotazioni in Italia e di un clamore mediatico senza precedenti. O meglio, i precedenti esistono, e sono ancora Apple: l’iPod prima, l’iPhone poi. Nemmeno loro hanno risposto alle domande che hanno sollevato: perché passare l’intera giornata con le cuffiette bianche nelle orecchie e 40 mila canzoni nel taschino? Perché acquistare un cellulare costoso, che non è un granché per telefonare però sfiorandolo con un dito fa mille cose inutili e divertenti?

L’ultima crociata di Steve Jobs è contro i bottoni. Ma da quando è a capo di Apple (dal ‘76 a oggi, a parte un esilio di dodici anni), Steve Jobs crea bisogni, inventa necessità, stimola pulsioni di possesso insieme perfettamente logiche e profondamente irrazionali. Sa quello che i consumatori vogliono anche se loro stessi ancora lo ignorano. A un certo punto, ad esempio, decise che i computer non avevano più bisogno dei floppy disk. Era il 1998 e le chiavette Usb non si vendevano ancora, internet non era così diffusa (e molto lenta), ma l’iMac poteva scambiare file solo in allegato a una mail. Per entrare nell’élite che usava il computer colorato come il mare di una città australiana serviva un lettore di floppy esterno: un disagio sopportato stoicamente dagli adepti. Progettato con maniacale cura da Jonathan Ive – che poi firmerà tutti i prodotti Apple – l’iMac cambiò l’aspetto dei computer; era tondeggiante, amichevole, facile da usare. Univa praticità e sentimento, informatica e design. Jobs lo ha ripetuto, lo scorso gennaio, presentando l’iPad: Apple è da sempre al crocevia tra scienza e arti liberali.

La musica, per dirne una: 250 milioni di iPod fa c’era solo il walkman, oggi l’azienda di Cupertino (che nel frattempo non si chiama Apple Computer, ma Apple e basta) è il primo negozio nel mondo di rock, pop, classica. Oltre dieci miliardi di canzoni vendute, una superiorità così schiacciante che gli Usa hanno avviato un’indagine per sospette pratiche monopoliste. Roba da Microsoft. Eppure anche con iTunes Store, Jobs ha saputo creare un bisogno: dopo Napster erano pochissimi quelli che sentivano la necessità di acquistare canzoni sul web, pieno di file Mp3 da scaricare gratis. Sette anni dopo, non sono abbastanza da sconfiggere la pirateria, ma sufficienti per prospettare alle case discografiche una via d’uscita dalla crisi che le ha devastate negli ultimi anni. Jobs li ha convinti con la buona qualità dell’audio, la velocità del download, la facilità d’uso. Ha condotto una battaglia personale contro le odiose limitazioni imposte dalle major: all’inizio i brani acquistati potevano essere ascoltati solo sull’iPod, oggi sono leggibili da tutti i lettori. E infine ha pensato anche ad abbinare agli anonimi file musicali i testi e le copertine, come nei dischi. Che si sfogliano, quasi fossero le vecchie collezioni di ellepì. Nostalgia e tecnologia.

Sconfitto il cancro, rinato grazie ad un trapianto di fegato (e diventato sostenitore della donazione di organi), per Jobs questo 2010 sarà un anno da ricordare. E anche per Apple: le novità in programma sono parecchie, a cominciare dalla Worldwide Developers’ Conference che si apre il 7 giugno a San Francisco, dove con ogni probabilità sarà presentato il nuovo iPhone. Perché il segreto è sì pensare diversamente, ma anche saper riconoscere il valore degli avversari: l’ultimo si chiama Google.

L’iPad in Italia, istruzioni per l’uso

Domani il gadget dell’anno arriverà in Italia. Ufficialmente almeno, visto che di iPad se ne vedono già diversi, souvenir assai ambiti di viaggi negli Usa (l’unico Paese dove finora è in commercio) o frutto di coraggiose contrattazioni su eBay. Dalla mattina del 28 maggio, il computer-tavoletta di Steve Jobs sarà in vendita nelle grande catene di elettronica, nei rivenditori specializzati Apple e negli Store di Milano e Roma. La ricerca però potrebbe rivelarsi difficile: sul sito web italiano di Apple ne sono stati prenotati centomila, di cui molti saranno consegnati direttamente a casa il giorno del lancio; chi invece decidesse di piazzare l’ordine oggi dovrà aspettare fino a metà giugno.

Cos’è

E’ un computer ma non si usa come un computer, è un cellulare ma non serve per telefonare. Dopo anni di processori sempre più potenti, di hard disk sempre più capienti, di schemi sempre più ingombranti, l’iPad ha un processore da 1GHz, una memoria da 16GB e un display da 9,7 pollici. Dotazioni simili a quelle dei netbook, i computer superportatili e supereconomici, ma funzionamento del tutto diverso: grazie al sistema operativo derivato da quello dell’iPhone, il nuovo gioiello di Apple risponde immediatamente ai comandi, mentre lo schermo ha colori nitidi e un angolo di visione assai ampio. Come l’iPhone e l’iPod Touch, ha un solo tasto e si comanda con le dita, quindi può trasformarsi in mille gadget diversi, perché è il programma stesso a disegnare di volta in volta una nuova interfaccia.

Cosa fa

Fuori dalla scatola, l’iPad serve per ascoltare musica, navigare sul web, inviare mail, vedere foto. Ha anche le mappe di Google, i video di Youtube, un’agenda e una rubrica. Altri programmi si possono acquistare su App Store; quelli per iPhone (circa duecentomila) sono compatibili, ma meglio cercare le App universali o scritte apposta per l’iPad (quasi cinquemila). Da provare almeno AirVideo (per vedere i film direttamente dal proprio computer), Early Edition (legge feed Rss dai siti web, organizzandoli come fossero un giornale, IM+ (messaggeria istantanea su tutti i social network). Tra i giochi, assai intriganti Pinball HD, Real Racing e Mirror Edge, mentre un po’ a tutti serviranno Goodreader, per leggere i pdf e Dropbox, una specie di hard disk virtuale dove conservare i file più importanti. Per i professionisti, poi, sono da avere Pages, Keynote e Numbers, i tre programmi della suite Apple compatibile con Microsoft Office.

Libri e giornali

La prima app da scaricare (gratuitamente) è senz’altro iBooks, il software che trasforma l’iPad in un lettore di libri elettronici, con tanto di scaffale dove riporre i volumi acquistati su iBookstore, la libreria virtuale di Apple. E gli italiani o si rivolgono a Dante e Machiavelli, oppure imparano una lingua straniera, visto che l’offerta è molto più ampia in inglese, francese, tedesco e spagnolo. Non si spende niente, ma al momento non c’è un solo libro contemporaneo nella nostra lingua. Arriveranno entro l’anno, quando i contratti con le case editrici saranno definiti; intanto si possono scaricare i titoli del Progetto Gutenberg in formato ePub, ma serve un computer per copiarli sull’iPad. Meglio i giornali: il Wall Street Journal, ad esempio, è animato come il Libro magico di Harry Potter e basta un tocco perché le foto prendano vita, trasformandosi in filmati o in gallerie di immagini, le pubblicità sono interattive, i testi si reimpaginano automaticamente. Basterà per portare i giornali fuori dalla crisi di questi anni? Gli editori ci scommettono, chi per convinzione, chi per disperazione.

Quale acquistare

Se gli scettici sono parecchi, gli entusiasti e i fanatici dell’iPad non sono certo pochi. Quelli italiani faranno bene ad acquistarlo nella versione 3G. Costa cento euro di più, ma evita corse affannose negli aeroporti e richieste sfacciate di password per connettersi ad una rete wifi e scaricare mail o navigare sul web. Ecco le tariffe degli operatori: 5 euro al mese per Tre Italia; 2 euro al giorno, solo quando serve, con Vodafone (o 30 per un mese); l’offerta di Tim dovrebbe attestarsi sui 19 al mese (con un’opzione a 9 euro). Ancora, se si prevedono lunghi viaggi, 32 GB di memoria sono il minimo per caricare film, giochi e musica. Infine, da comprare a parte, le cuffiette Apple con il telecomando, come quelle dell’iPhone. Dopo il milione di esemplari venduti in quattro settimane negli Stati uniti, è facile immaginare che l’iPad sarà un successo anche da noi. Così forse si avvererà la profezia di Bill Gates, che nel 2001 aveva lanciato lo sfortunato tablet pc: «Diventerà il computer più diffuso nel mondo», disse. Ma non immaginava che sarebbe stato targato Apple.

You, my place. You, no place (between Thom Yorke and Valerio Berruti)

You know those emotions are still alive, hidden somewhere, they can’t not be there: in compact disc bits, in the warm light of the tubes, in the metallic molecules of the wires.  And there they come again, when he sings: “You’re so fucking special”.  A broken guitar, a cracking noise more than a solo; and then the refrain, unforgiving: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.   How can you yell together with Thom Yorke that you’re a creep, that you’re a weirdo? And yet…  And yet you’ve done it thousands of times, on your own, with the songs of the Smiths and those darkened underpasses where you thought your chance had come at last, with the Cure and the little boys that don’t cry.  Even with U2 and that record with a child on the cover, who grew older with anger in his eyes and a scar on his lip.

Here there is no anger, everything is in its right place, your lips are only slightly cracked.  And the years pass by and the child reappears, but this time there are two, and you would say they are more like girls, but maybe only one is.  Like Siamese twins, they have but one body and two heads, but later they separate. They never look at each other, the gaze of one constantly pulls you into her world, the other is fine where she is, in a canvas next to the altar, in the frame of a video, in the page of a book.  A sheet of paper comes to your mind, with a broad and regular writing, the words are in German end they sound like nursery rhyme.  “Als das Kind Kind war…”.  “When the child was a child, it was the time for these questions: Why am I me and you are not you?  Why am I here and not there?”

You go back to the movie that changed your life, to that Berlin that was no longer Wenders’ metropolis: this time it was just one and not two.  The place where Nick Cave played was still open. There was mud all around when you went to the Esplanade, just before they dismantled it to relocate it under the Sony skyscraper.  The soundtrack of that winter: Pablo Honey and Debut, and years later Thom Yorke and Björk would also write a song together.  Meanwhile, the Oxford bunch with the red-haired loser would go on to become the biggest rock band in the world and they wouldn’t play Creep in concerts anymore. The Icelandic fairy queen will record a beautiful album, with a song about emotional landscapes, and then become a slightly conceited avantgarde diva.

“You’re so fucking special”.  It makes you laugh that the ultra-deluxe remastered edition with unreleased tracks includes the version recorded live at the BBC where he says “very special”.   Today he wouldn’t do that.  And the case helps you.  Fog begins, and you don’t remember ever having heard it: “There’s a little child/ Running round this house/ And he never leaves/ He will never leave/ And the fog comes up from the sewers/ And glows in the dark”.  At night, you would really expect the fog to slip along those hills that remind you of the hills where you were born.  You think about it for a while and realize that around that church there are indeed little girls that will never leave.  Because they are made of concrete.

“But I am a Creep”.  Having success in the colleges mustn’t have been that difficult, all the more because Yorke in the videos at that time had hair like Kurt Cobain and the slow verse/explosive riff progression was already used in Smells Like Teen Spirit (and earlier still in Monkey Gone to Heaven by the Pixies, for example).   But it’s odd that Creep became famous in America straight away where they had people like Bon Jovi, and only later in the United Kingdom that sent Morrissey’s laments, one after the other, to the top of the charts.  But in the same period Loser by Beck had been released thus making 1993 the international year of the loser.

And you wonder: what sense did it have to play those two songs at a party? Your friends were doing it, you did it too when they challenged you to the only DJ competition you would do in your life.  A sublime paradox, an intimate feeling yelled in chorus by an entire room of sweaty people, boys and girls, happy for once in their life for being losers, everyone alone but all together.  You as well, of course.   That night you won thanks to Creep.  Then years would pass where you would ask yourself what it is that pushes someone to take their heart to the stage, to display the wounds of their soul, to lighten the darkness of their mind.  Nobody will ever really be able to give you an answer.  Finally, Tom Smith of the Editors would tell you how his pain becomes universal, how his doubts are the doubts of everyone, that his message, once published on paper or on the computer, would no longer be his.  But with his baritone voice, he touches fewer nerves than Thom Yorke, who, at 41 years old, still has something childish in his falsetto.

One day you decided that Radiohead were too pop: techno was the right word, Warp was the label to follow.  Electronic music, a faith: as a child you had begun with Kraftwerk and then you owned heaps of tapes by Aphex Twin and Autechre.  The world was changing and even Jeans ads didn’t use ‘50s songs anymore; instead they used noises, samples, drum machines.  My Iron Lung was released in an album that you didn’t like at all.   Some years later you would read hyperbolic reviews on OK Computer but you didn’t trust them at all so you gave up.  No Radiohead until 2000, in another capital, Rome, another life.  It was Idioteque that cleared up any doubt, any prejudice, even any memory.  Whose was the voice that sang about the coming of an ice age to an electronic beat, what was that caress of synthesisers while all around the rhythm was broken up, multiplied, repeated? A marvel that still makes you happy like a child today, you like it so much that the first time you heard it in concert you cried.

“I wish I was special”.  Kid A.   The boy.   Or the girl, who knows.  These figures, they have no name.   It’s like a story by Ingeborg Bachmann where someone yells “kids” and they all come running.  If they think about their own bodies, they find them undecipherable, “they eagerly wait for every dialogue of love, wishing for a dictionary to understand that incomprehensible language”.   They fall in love without knowing with whom and they invent a language which makes them go crazy.  Then they grow up, they separate into a you and a me, just like Kid A and Amnesiac.  They are born together, but they live separate lives and both want to be special.  Your favourite is the first, but listening to the second again you discover that it hides a thousand surprises.  And they surprised themselves most of all, putting themselves into an awkward position, tearing themselves away from what they were bit by bit, and for that you are thankful because you are sure that they are not like all the others.  When you thought they had found themselves on the easy track with Heil To The Thief, they released In Rainbows which messed up all the rules once again.  But why those children’s voices right at the beginning of 15 Step? You think about the chorus of Another Brick In The Wall, but the answer is not there, and then the words of Thom Yorke break the noises and the hisses: “How come I end up where I started”? And you rediscover the emotion in computer bits which become music once again, in the air shifted by those woofers made in Germany.  In the end, you understand: Creep is the childhood of Radiohead.  It’s not around anymore, but it is present in every song, even the one dedicated to the very old First World War veteran who died last summer.

(Originally published as Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, by Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Io, i Radiohead e le bambine di Valerio Berruti


Sai che quell’emozione è ancora lì, nascosta da qualche parte, non può non esserci: nei bit del compact disc, nella luce calda delle valvole, nelle molecole metalliche dei cavi. E infatti eccola di nuovo, quando lui canta: “You’re so fucking special”. Una chitarra spezzata, un rumore più che un assolo; poi, inesorabile, il ritornello: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.  Come fai a urlare insieme a Thom Yorke che sei uno sfigato, che sei un tipo strano? Eppure. Eppure lo hai fatto mille volte, da solo, con le canzoni degli Smiths e quei sottopassaggi bui dove credevi fosse finalmente arrivata la tua occasione, con i Cure e i ragazzini che non piangono, perfino con gli U2 e il bambino in copertina che poi è diventato più grande e aveva la rabbia negli occhi e una cicatrice sul labbro.

Qui niente arrabbiature, tutto al suo posto, sulle labbra appena qualche screpolatura. E gli anni che passano e il bambino che ricompare, stavolta sono due, e le diresti piuttosto bimbe, ma forse solo una lo è. Come gemelle siamesi, hanno un solo corpo e due teste, poi però si separano. Non si guardano mai, lo sguardo di una ti chiama continuamente dentro il suo mondo, l’altra sta bene dov’è, in una tela accanto all’altare, nel frame di un video, nella pagina di un libro.  Ti viene in mente un foglio di carta, una scrittura ampia e regolare, un tedesco da filastrocca. “Als das Kind Kind war…”. “Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?”

E torni indietro, al film che decise della tua vita, a quella Berlino che non era già più la stessa di Wenders: stavolta era una soltanto, e non due. C’era ancora il posto dove suonava Nick Cave, ci andasti appena prima che lo chiudessero per spostarlo sotto il grattacielo della Sony. La colonna sonora di quell’inverno: Pablo Honey e Debut, e Thom Yorke e Björk qualche anno dopo faranno pure una canzone insieme. Intanto quelli di Oxford con lo sfigato dai capelli rossi diventeranno la più grande band rock del mondo e non suoneranno più Creep dal vivo, lei inciderà un disco bellissimo, quello degli emotional landscapes, poi si trasformerà in diva un po’ spocchiosa dell’avanguardia.

“You’re so fucking special”. Ti fa sorridere che nell’edizione extralusso remastered con inediti sia incluso un secondo cd con la versione live alla Bbc, dove lui dice “very special”; oggi non lo farebbe. E ti aiuta il caso. Comincia Fog, che nemmeno ricordavi di aver mai sentito: “C’è un bambino che corre intorno a questa casa e non se ne va mai, non andrà mai via, e la nebbia arriva dai canali e manda un bagliore nella notte”. La nebbia ti aspetti che scivoli davvero, la notte, lungo quelle colline che ti ricordano le tue, e ci rifletti un attimo e intorno a quella chiesa ci sono proprio delle bambine che non andranno mai via. Perché sono di cemento.

“But I am a Creep”. Aver successo nei college non dev’essere stato difficile, tanto più che Yorke, nei video di allora, aveva i capelli di Kurt Cobain, e quella progressione strofa lenta / riff esplosivo era già in Smells Like Teen Spirit (e prima ancora in Monkey Gone To Heaven dei Pixies, per dirne una).  Però, strano che Creep sia diventata famosa subito in America, dove avevano uno come Bon Jovi, e solo più tardi nel Regno unito, che mandava uno dopo l’altro i lamenti di Morrissey in cima alle classifiche. Ma nello stesso periodo era uscita pure Loser, di Beck, e così il 1993 fu l’anno internazionale della celebrazione dello sfigato.

E pensi: ma che senso aveva suonare queste due canzoni a una festa? Lo facevano i tuoi amici, lo facesti anche tu quando ti sfidarono nell’unica gara di deejay della tua vita. Sublime paradosso, un sentimento intimo urlato in coro da un’intera sala piena di gente sudata, ragazzi e ragazze felici per una volta di essere degli sfigati, ognuno da solo ma tutti insieme. Anche tu, certo, e intanto quella sera vincesti grazie a Creep. Poi passerai anni chiedendoti cos’è che spinge qualcuno a portare sul palco il cuore, a mostrare le ferite dell’anima, a far luce nel buio della mente. Nessuno saprà darti veramente una risposta. Ultimo, Tom Smith degli Editors racconterà che il suo dolore diventa universale, che i suoi dubbi sono di tutti, che il suo messaggio, una volta su carta o computer, non gli appartiene più. Però, con quella voce da baritono, lui tocca meno corde di Thom Yorke, che invece anche a quarantun anni col suo falsetto ha ancora qualcosa di infantile.

Un giorno decidesti che i Radiohead erano troppo pop: techno era parola giusta, Warp l’etichetta da seguire. L’elettronica, una fede: da piccolo avevi cominciato con i Kraftwerk, ora eri pieno di cassette di Aphex Twin e Autechre. Il mondo stava cambiando e anche per le pubblicità dei jeans non si usavano più canzoni anni Cinquanta, ma rumori, sample, drum machine. Uscì My Iron Lung, incluso in un disco che non ti piacque per niente, qualche anno più tardi leggesti recensioni iperboliche di Ok Computer, ma non ti fidasti e lasciasti perdere.  Niente Radiohead fino al 2000, a un’altra capitale, Roma, a un’altra vita. Fu Idioteque a far piazza pulita di ogni perplessità, di ogni prevenzione, di ogni ricordo perfino. Di chi era la voce che cantava l’era glaciale su una batteria elettronica, cos’era quella carezza di sintetizzatore mentre tutt’intorno il ritmo si spezzava, si moltiplicava, si ripeteva? Una meraviglia che ti fa ancora oggi contento come un bambino, tanto che la prima volta piangesti di gioia a sentirla in concerto.

“I wish I was special”. Kid A, il bambino A. O la bambina, chissà. Non hanno nome, queste figure, sono come quelle di un racconto di Ingeborg Bachmann; si urla “bambini”, e loro accorrono. Se pensano ai propri corpi li trovano indecifrabili, “aspettano al varco ogni dialogo d’amore e vorrebbero un dizionario per capire quel linguaggio incomprensibile”.  Si innamorano, pur non sapendo di chi, e inventano una lingua che li fa impazzire. Poi crescono, si scindono in un io e un tu, proprio come Kid A e Amnesiac. Nascono insieme, ma vivono vite separate, e ognuno vorrebbe essere speciale. Il tuo preferito è il primo, eppure – a riascoltarlo oggi – scopri che il secondo nasconde mille sorprese. Soprattutto si sono sorpresi loro, mettendosi in una posizione scomoda, strappandosi poco alla volta da quello che erano, e perciò gli sei grato, perché sei certo che non siano come tutti gli altri. Quando ti pareva avessero trovato di nuovo una strada sicura con Heil To The Thief, è uscito In Rainbows e ha scompigliato tutte le regole. Ma perché quelle voci di bambini proprio all’inizio, in 15 Step? Non trovi una risposta, pensi al coro di Another Brick In The Wall, ma non è lì la soluzione, poi arrivano le parole di Thom Yorke: “How come I end up where I started”, come mai finisco dove ho cominciato? E ritrovi quell’emozione nei bit del computer che ridiventano musica, nell’aria smossa dai woofer made in Germany. Alla fine capisci: Creep è l’infanzia dei Radiohead. Non c’è più da nessuna parte, ma è presente in ogni canzone, anche quella dedicata al vecchissimo superstite della prima guerra mondiale morto la scorsa estate.

(Pubblicato col titolo Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, di Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

Lcd Soundsystem, la vita finisce a quarant’anni?

Un paio di settimane fa, James Murphy è salito sul palco della Webster Hall e prima di dare inizio al concerto si è inginocchiato davanti al pubblico. «Se avete una copia del nuovo disco in anticipo e pensate di condividerla col resto del mondo, vi prego di non farlo – ha detto -. Ci abbiamo messo due anni per registrarlo e vogliamo che esca quando abbiamo deciso noi. Non ci importa del denaro, quando sarà pubblicato datelo a chi volete, mi fino ad allora tenelo per voi». I 1500 presenti allo show a sorpresa per la presentazione del nuovo disco degli Lcd Soundsystem hanno applaudito basiti, ma questo  non ha impedito che This Is Happening venisse distribuito illegalmente sul web quasi un mese prima dell’uscita ufficiale, come ormai accade con tutti i dischi di un certo rilievo.
Il terzo album di Murphy (dietro la sigla Lcd Soundsystem c’è solo lui e qualche collaboratore) difficilmente sarà un successo commerciale, anche se i dischi precedenti non hanno venduto male e gli hanno pure fruttato due nominations ai Grammy, gli Oscar della musica. Ma è un piccolo gioiello di intelligenza e sincerità, che mette insieme punk, disco, rock ed elettronica in nove canzoni, quasi un’ora di musica da non dimenticare.
Una musica che, a sua volta, non dimentica: in All I Want, ad esempio, l’assolo di chitarra di Heroes di David Bowie viene dilatato, ripetuto, deformato, ma rimane, perfettamente riconoscibile, a fare da scheletro a un brano completamente nuovo, una specie dance ebbra e vagamente melanconica. Piacerà anche a chi ha amato l’originale, c’è da scommetterci. Home, invece, ricorda i Talking Heads di I Zimbra, la canzone che segnò l’inizio della svolta etnica proseguita con Remain In Light (pure citatissimo, in This Is Happening). D’altra parte, James Murphy vive a New York e oggi il mix di culture e stili musicali nella Grande Mela non è meno vivace di trent’anni fa, quando Byrne e compagni scrivevano pagine memorabili della storia del rock.
Tutti i brani sono piuttosto lunghi, a parte il singolo Drunk Girls: veloce il riff, sghembo il ritmo, è quasi punk. E You Wanted a Hit è uno sberleffo alla logica delle multinazionali che costruiscono successi a tavolino. Murphy, che ha una sua etichetta, la DFA, e ha pubblicato alcuni dei titoli più interessanti di questi ultimi anni, ma ora ha deciso di tirarsi fuori: «Quando avevo trent’anni ho promesso a me stesso che avrei smesso prima dei quaranta, e adesso ci siamo. Non voglio fare dischi che non mi piacciono, non voglio ripetermi». Così per ascoltare quello che forse è il miglior album dell’anno (e la migliore canzone, Dance Yrself Clean) ci sono due possibilità: aspettare il 18 maggio, la data dell’uscita ufficiale, oppure cercare un biglietto per un concerto degli Lcd Soundsystem. Sono quasi tutti esauriti, da Parigi a Berlino a Londra, ma la buona notizia è che Murphy si esibirà anche in Italia, a Ferrara, il 24 giugno per il Bands Apart Festival.