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Io, i Radiohead e le bambine di Valerio Berruti


Sai che quell’emozione è ancora lì, nascosta da qualche parte, non può non esserci: nei bit del compact disc, nella luce calda delle valvole, nelle molecole metalliche dei cavi. E infatti eccola di nuovo, quando lui canta: “You’re so fucking special”. Una chitarra spezzata, un rumore più che un assolo; poi, inesorabile, il ritornello: “But I’m a creep / I’m a weirdo / What the hell am I doin’ here? / I don’t belong here”.  Come fai a urlare insieme a Thom Yorke che sei uno sfigato, che sei un tipo strano? Eppure. Eppure lo hai fatto mille volte, da solo, con le canzoni degli Smiths e quei sottopassaggi bui dove credevi fosse finalmente arrivata la tua occasione, con i Cure e i ragazzini che non piangono, perfino con gli U2 e il bambino in copertina che poi è diventato più grande e aveva la rabbia negli occhi e una cicatrice sul labbro.

Qui niente arrabbiature, tutto al suo posto, sulle labbra appena qualche screpolatura. E gli anni che passano e il bambino che ricompare, stavolta sono due, e le diresti piuttosto bimbe, ma forse solo una lo è. Come gemelle siamesi, hanno un solo corpo e due teste, poi però si separano. Non si guardano mai, lo sguardo di una ti chiama continuamente dentro il suo mondo, l’altra sta bene dov’è, in una tela accanto all’altare, nel frame di un video, nella pagina di un libro.  Ti viene in mente un foglio di carta, una scrittura ampia e regolare, un tedesco da filastrocca. “Als das Kind Kind war…”. “Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?”

E torni indietro, al film che decise della tua vita, a quella Berlino che non era già più la stessa di Wenders: stavolta era una soltanto, e non due. C’era ancora il posto dove suonava Nick Cave, ci andasti appena prima che lo chiudessero per spostarlo sotto il grattacielo della Sony. La colonna sonora di quell’inverno: Pablo Honey e Debut, e Thom Yorke e Björk qualche anno dopo faranno pure una canzone insieme. Intanto quelli di Oxford con lo sfigato dai capelli rossi diventeranno la più grande band rock del mondo e non suoneranno più Creep dal vivo, lei inciderà un disco bellissimo, quello degli emotional landscapes, poi si trasformerà in diva un po’ spocchiosa dell’avanguardia.

“You’re so fucking special”. Ti fa sorridere che nell’edizione extralusso remastered con inediti sia incluso un secondo cd con la versione live alla Bbc, dove lui dice “very special”; oggi non lo farebbe. E ti aiuta il caso. Comincia Fog, che nemmeno ricordavi di aver mai sentito: “C’è un bambino che corre intorno a questa casa e non se ne va mai, non andrà mai via, e la nebbia arriva dai canali e manda un bagliore nella notte”. La nebbia ti aspetti che scivoli davvero, la notte, lungo quelle colline che ti ricordano le tue, e ci rifletti un attimo e intorno a quella chiesa ci sono proprio delle bambine che non andranno mai via. Perché sono di cemento.

“But I am a Creep”. Aver successo nei college non dev’essere stato difficile, tanto più che Yorke, nei video di allora, aveva i capelli di Kurt Cobain, e quella progressione strofa lenta / riff esplosivo era già in Smells Like Teen Spirit (e prima ancora in Monkey Gone To Heaven dei Pixies, per dirne una).  Però, strano che Creep sia diventata famosa subito in America, dove avevano uno come Bon Jovi, e solo più tardi nel Regno unito, che mandava uno dopo l’altro i lamenti di Morrissey in cima alle classifiche. Ma nello stesso periodo era uscita pure Loser, di Beck, e così il 1993 fu l’anno internazionale della celebrazione dello sfigato.

E pensi: ma che senso aveva suonare queste due canzoni a una festa? Lo facevano i tuoi amici, lo facesti anche tu quando ti sfidarono nell’unica gara di deejay della tua vita. Sublime paradosso, un sentimento intimo urlato in coro da un’intera sala piena di gente sudata, ragazzi e ragazze felici per una volta di essere degli sfigati, ognuno da solo ma tutti insieme. Anche tu, certo, e intanto quella sera vincesti grazie a Creep. Poi passerai anni chiedendoti cos’è che spinge qualcuno a portare sul palco il cuore, a mostrare le ferite dell’anima, a far luce nel buio della mente. Nessuno saprà darti veramente una risposta. Ultimo, Tom Smith degli Editors racconterà che il suo dolore diventa universale, che i suoi dubbi sono di tutti, che il suo messaggio, una volta su carta o computer, non gli appartiene più. Però, con quella voce da baritono, lui tocca meno corde di Thom Yorke, che invece anche a quarantun anni col suo falsetto ha ancora qualcosa di infantile.

Un giorno decidesti che i Radiohead erano troppo pop: techno era parola giusta, Warp l’etichetta da seguire. L’elettronica, una fede: da piccolo avevi cominciato con i Kraftwerk, ora eri pieno di cassette di Aphex Twin e Autechre. Il mondo stava cambiando e anche per le pubblicità dei jeans non si usavano più canzoni anni Cinquanta, ma rumori, sample, drum machine. Uscì My Iron Lung, incluso in un disco che non ti piacque per niente, qualche anno più tardi leggesti recensioni iperboliche di Ok Computer, ma non ti fidasti e lasciasti perdere.  Niente Radiohead fino al 2000, a un’altra capitale, Roma, a un’altra vita. Fu Idioteque a far piazza pulita di ogni perplessità, di ogni prevenzione, di ogni ricordo perfino. Di chi era la voce che cantava l’era glaciale su una batteria elettronica, cos’era quella carezza di sintetizzatore mentre tutt’intorno il ritmo si spezzava, si moltiplicava, si ripeteva? Una meraviglia che ti fa ancora oggi contento come un bambino, tanto che la prima volta piangesti di gioia a sentirla in concerto.

“I wish I was special”. Kid A, il bambino A. O la bambina, chissà. Non hanno nome, queste figure, sono come quelle di un racconto di Ingeborg Bachmann; si urla “bambini”, e loro accorrono. Se pensano ai propri corpi li trovano indecifrabili, “aspettano al varco ogni dialogo d’amore e vorrebbero un dizionario per capire quel linguaggio incomprensibile”.  Si innamorano, pur non sapendo di chi, e inventano una lingua che li fa impazzire. Poi crescono, si scindono in un io e un tu, proprio come Kid A e Amnesiac. Nascono insieme, ma vivono vite separate, e ognuno vorrebbe essere speciale. Il tuo preferito è il primo, eppure – a riascoltarlo oggi – scopri che il secondo nasconde mille sorprese. Soprattutto si sono sorpresi loro, mettendosi in una posizione scomoda, strappandosi poco alla volta da quello che erano, e perciò gli sei grato, perché sei certo che non siano come tutti gli altri. Quando ti pareva avessero trovato di nuovo una strada sicura con Heil To The Thief, è uscito In Rainbows e ha scompigliato tutte le regole. Ma perché quelle voci di bambini proprio all’inizio, in 15 Step? Non trovi una risposta, pensi al coro di Another Brick In The Wall, ma non è lì la soluzione, poi arrivano le parole di Thom Yorke: “How come I end up where I started”, come mai finisco dove ho cominciato? E ritrovi quell’emozione nei bit del computer che ridiventano musica, nell’aria smossa dai woofer made in Germany. Alla fine capisci: Creep è l’infanzia dei Radiohead. Non c’è più da nessuna parte, ma è presente in ogni canzone, anche quella dedicata al vecchissimo superstite della prima guerra mondiale morto la scorsa estate.

(Pubblicato col titolo Tu mio luogo. Tu, nessun luogo in I Wish I Was Special, di Valerio Berruti, Silvana Editoriale).

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