Archivio

Archivio per giugno 2010

Google Books, la letteratura italiana diventa digitale

Basterà un click (o un tocco): Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni si leggeranno su computer e telefonini, sull’iPad di Apple e sui lettori di eBook capaci di connettersi al web. Un milione di volumi custoditi nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze saranno trasformati in formato digitale e messi a disposizione gratuitamente sulla piattaforma Google Books: l’accordo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali è stato annunciato due mesi fa, ma le operazioni di digitalizzazione richiederanno dai cinque ai dieci anni per essere completate. “Ci vorrà del tempo per realizzare lo scanning center – spiega Gino Mattiuzzo, responsabile di Google Books Italia – poi bisogna tener conto della rarità e della fragilità delle opere, della necessità di catalogarle e indicizzarle”.

L’accordo italiano è il primo con un governo, mentre finora negli altri Paesi hanno aderito all’appello di Google solo alcune biblioteche e università. Come mai in questo campo siamo all’avanguardia?
“Partiamo da un’esigenza comune: Bondi punta a diffondere la cultura italiana nel mondo, noi ad allargare l’offerta di testi in lingue diverse dall’inglese. Abbiamo offerto un’interfaccia affidabile e potente, ma abbiamo pure risolto il problema dei finanziamenti, perché la scansione è a spese nostre. Alla fine forniremo al Ministero le copie digitali di tutti i testi, che potranno essere consultati anche sui siti web delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze o su piattaforme diverse da Google Books”.

Il vostro è uno standard universale?
“E’ facilmente accessibile da tutto il mondo tramite internet, conta dodici milioni di titoli in oltre cento lingue, è un patrimonio enorme a disposizione di tutti”.

Catalogate anche i giornali?
“In Italia no, ma negli Usa abbiamo messo a disposizione del pubblico intere annate di riviste come Science e Popular Mechanics”.

L’accordo ha per oggetto i testi fino al 1868, dove il copyright non è previsto. E per gli altri?
“Per i libri protetti da copyright contattiamo direttamente gli editori. Su Google Books è disponibile un’anteprima limitata al 20 per cento del libro: chi cerca un volume può sfogliarlo, poi se lo trova interessante lo compra, proprio come in libreria. A breve, inoltre, lanceremo Google Editions: per gli eBook è un nuovo canale di distribuzione che si aggiunge alle piattaforme attuali”.

Avete già stretto accordi con case editrici italiane?
“Certo, da Feltrinelli a Franco Angeli, dalle Paoline alle Edizioni Mediterranee; molte altre stanno per arrivare”.

Come si fa a entrare in Google Books?
“Basta creare un account, accettare le condizioni di servizio e dichiararsi titolare del copyright, poi si invia il libro cartaceo o il file digitale: alla digitalizzazione pensiamo noi. E’ un procedimento molto semplice.”

Tanto che un autore potrebbe farlo da solo?
“In teoria sì, però il lavoro di una casa editrice è ancora indispensabile per arrivare a un’opera di qualità. Nella revisione del testo, nella distribuzione e nel marketing, ad esempio”.

Google diventerà editore in proprio?
“Assolutamente no”.

Chi decide di vendere un libro tramite Google Books come può guadagnarci?
“In due modi: come partner, cioè mettendo a disposizione gratuitamente un’anteprima del libro, all’editore va una parte dei ricavi pubblicitari di AdSense anche se il libro non viene venduto. Se invece un testo è acquistato tramite Google, l’incasso va all’editore e per noi c’è una percentuale, proprio come succede con un libraio.”

Come viene stabilito il prezzo?
“E’ una scelta che spetta esclusivamente agli editori. Naturalmente ci aspettiamo che i prezzi siano più bassi degli stessi titoli su carta”.

Con Google Books i libri si possono leggere senza essere connessi a internet?
“Per ora no, ma ci stiamo lavorando. Ogni libro è collegato all’account Google dell’utente e conservato online per gestire al meglio i diritti d’autore, ma in futuro sarà possibile scaricare testi e trasferirli da un apparecchio all’altro”.

Se tutti i titoli sono registrati nel mio account, allora Google conosce i miei interessi e gusti letterari?
“Sì, ma ognuno può controllare le informazioni contenute nel proprio account, e nel caso decidere di cancellarle”.

Con le anteprime gratuite e le ricerche non si corre il rischio di frammentare i libri? Non è che la generazione di Google Books consumerà solo pagine o capitoli, come fanno già ora i ragazzini, che scaricano in Mp3 canzoni singole e non album interi?
“Inevitabilmente le tecnologie influenzano i contenuti e le abitudini, com’è successo per la musica. Così gli editori potrebbero decidere di vendere singoli capitoli o puntare sui racconti brevi. Potrebbe essere uno scenario stimolante sia per gli scrittori che per i lettori”.

Fabri Fibra: l’Italia è un paese di vecchi

Fabri Fibra, trentatré anni, vero nome Fabrizio Tarducci. Conduttore di In Italia, documentario che ha portato su Mtv terremotati de L’Aquila, ragazzi di Marcianise, rom, rifugiati politici e minatori del Sulcis. Ma soprattutto rapper, autore di cinque dischi spesso controversi, sempre discussi, che ha lavorato con Gianna Nannini e Federico Zampaglione. Fabri Fibra è a Torino per cercare di spiegare da quali segreti meccanismi nasca una canzone. Tra gli appuntamenti più curiosi degli Mtv Days, questo Storytellers è interessante anche perché “sdogana l’immagine del rapper in Italia, per molti ancora legata a certe produzioni ludiche e banali degli anni Novanta”, osserva Fabri Fibra. “Tutti quelli che hanno cominciato allora, oggi hanno smesso di fare musica o si sono dati alle canzoni, io sono l’unico a non aver cambiato genere”. E’ vero, e infatti finora il format di Mtv ha ospitato musicisti come Piero Pelù, Subsonica, Ivano Fossati; l’unico vicino al rap è stato Jovanotti.
È un po’ che non ti si vede in giro. Come mai?
“Ho passato tre mesi in casa per scrivere il nuovo disco e registrarlo. Sarà nei negozi il 7 settembre e si chiamerà Controcultura.”
Intanto è uscito Quorum, un album disponibile gratis su internet, una canzone alla settimana. In tempi di crisi delle case discografiche, tu regali la musica?
“Ho litigato con la Universal perché dicono che non posso dar via gratis un disco intero. Ma i cantanti dei talent show sono ogni giorno in radio e tv, e per chi non ci va è una guerra persa in partenza. Sul web invece siamo tutti uguali ed è il pubblico a scegliere: i miei contatti su YouTube sono decine di migliaia al giorno”.
Non hai paura che un seguito di fan così esigente possa condizionare la sua libertà artistica?
“Giustissimo, non avrei mai potuto condurre un programma su Mtv se avessi ascoltato il mio zoccolo duro. Certe scelte inevitabilmente non le approveranno, ma devo rendere conto alla mia coscienza. E alla fine, nonostante tutto, penso di aver cambiato più tipi di pubblico io di chiunque altro”.
Di cosa parla Quorum?
“Per me è una specie di trailer di Controcultura, i temi sono molto vicini. Parlo del mondo intorno a me, come ho sempre fatto. Parlo di un’Italia in cui i giovani stanno a casa fino a trentacinque anni perché non hanno alternative, mentre chi è al potere grazie a mille scorciatoie non vuole andar via. E’ un meccanismo che non comprendo e non accetto: cosa dobbiamo aspettare perché le cose cambino? Che muoia un’intera generazione di anziani?
L’età, si dice, porta saggezza…
“A settant’anni una persona normale fatica ad attraversare la strada, in Italia viene giudicata adatta per rinnovare il Paese e guidarlo verso il futuro”.
Non sarà mica solo una questione di anni?
“Ovviamente no. Da noi vince una cultura del vuoto e dell’immagine, in televisione, come nella musica. Nessuno dice quello che bisognerebbe dire, tutti pensano a intrattenere e non vogliono che il pubblico apra gli occhi”.
E cosa bisognerebbe dire?
“Quello che succede nella vita reale, non quello che sogniamo o speriamo. A livello di testo e di contenuto nelle canzoni italiane attuali c’è il deserto, per questo una cosa nuova attira l’attenzione”.
Per dire qualcosa di nuovo bisognava parlare di Erica e Omar o dell’uccisione di Tommy?
“Sono casi di cronaca che hanno toccato tutti, come i fatti del G8 a Genova nel 2001. Ma quanti hanno scritto canzoni per Carlo Giuliani?”
Una canzone può cambiare la realtà?
“Una canzone non spiega niente, non dà soluzioni, però può far capire che c’è qualcosa su cui riflettere. È un segnale che si accende: se riesce a far luce nella testa di qualcuno vuol dire che non ho fallito il mio compito”.

Categorie:Musica Tag: ,

Vampire Weekend, la musica in 3D


Contra dei Vampire Weekend è uscito a gennaio ed è diventato subito il primo disco da ricordare di questo 2010. Dieci canzoni sghembe, tra indie rock e afro beat («Ascoltavamo Fela Kuti da ragazzini», spiega il cantante Ezra Koenig), che hanno portato la band newyorchese in cima alle classifiche indipendenti sulle due sponde dell’Atlantico. I quattro si sono esibiti all’Hiroshima Mon Amour per l’anteprima degli Mtv Days, tre giorni di concerti, incontri e performance in tutta Torino. La serata è la prima a essere ripresa in 3D, una tecnologia su cui l’emittente musicale punta molto e che forse arriverà al grande pubblico con gli European Music Awards di Madrid.

C’è differenza tra registrare un live normale e uno in 3D?
«In realtà no, ma col 3D spostarsi avanti e indietro sul palco da’ l’impressione della profondità, mentre i movimenti laterali rendono altrettanto bene».

Quanto è importante l’aspetto visivo per i Vampire Weekend?
«Molto. Siamo cresciuti con i video e siamo nati come un progetto multimediale, in cui tutto ha un suo peso, dalle copertine dei dischi alla scenografia dei concerti, agli abiti di scena».

Qualche anno fa eravate dei perfetti sconosciuti, oggi siete una speranza della musica indie. Cos’è successo?
«Abbiamo cominciato nel 2006, e all’inizio la musica non era il nostro mestiere, ma prima del successo c’è stato un lungo periodo di incubazione».

E Internet?
«Ha giocato un ruolo fondamentale, tanto che nel 2008, quando è uscito il nostro primo disco, è finito subito al diciassettesimo posto: sul web ci conoscevano già in tanti. Mi chiedo se esiste una band indipendente il cui successo oggi non dipenda da Internet, ma anche Lady Gaga è famosa per i suoi video su YouTube»

E la pirateria?
«Come tutti, anche noi siamo cresciuti scaricando musica illegalmente, ma compriamo anche dischi. Acquistare un disco significa supportare una band, non è come negli anni Novanta quando era l’unico modo per avere la canzone che ti piaceva: oggi la musica è dovunque e l’acquisto è segno di affetto. Abbiamo venduto circa un milione di album, un numero non così distante da quelli delle popstar di successo, che però sono più forti con i singoli: segno che i nostri fan perché apprezzano la nostra visione artistica e non si limitano alle singole canzoni».

Una vostra canzone inedita, Jonathan Low, è in Eclipse, terzo capitolo della saga di Twilight. Solo perché vi chiamate Vampire Weekend?
«Non è così ovvio, la nostra musica è sempre piuttosto positiva, allegra, e per noi è stata una sfida realizzare un brano che finisse in questo film per adolescenti cupo e drammatico. Ma ci piace la passione che il libro e il film suscitano nei ragazzi, e per questo siamo lieti di esserci».

State pensando già al nuovo disco?
«No, il tour continuerà a lungo, vogliamo che i nostri fan abbiamo la possibilità di sentirci dal vivo».

E c’è sempre il video in 3D…
«Non sarà mai come essere a un concerto con la gente, il sudore, il fango, ma se fossi un ragazzino mi piacerebbe moltissimo vedere i Vampire Weekend con gli occhialini».

Il nuovo Eminem? Ripulito, ma noioso

«Stavolta è diverso, gli ultimi due album non contano / Per Encore ero fatto di droghe, per Relapse mi stavo disintossicando / E adesso sono tornato, basta stupidaggini / Devo provare qualcosa ai miei fan, sento di averli abbandonati / Perciò accettate le mie scuse, finalmente sento di essere tornato alla normalità».

Già, la normalità. Parola strana in bocca a uno come Eminem, con alle spalle 78 milioni di dischi venduti, migliaia di copertine di giornali e riviste, valanghe di dollari guadagnati e altrettante spese in additivi chimici di tutti i tipi (e nelle cure per liberarsene), un matrimonio fallito due volte, due bambini e una partecipazione a Sanremo al fianco di Raffaella Carrà. Eppure il suo nuovo album, Recovery, è davvero il più normale dei sette che finora ha pubblicato.

Sedici canzoni più una nascosta. E così il primo difetto del disco è, inevitabilmente, la lunghezza: una produzione più attenta avrebbe optato per brani più brevi, per qualche innovazione nei suoni (tutti più o meno già sentiti), per la pietosa pratica delle bonus track da scaricare da Internet. Invece niente, 77 minuti e passa di Eminem che parla di sé (Talkin’ 2 Myself, appunto, da cui i versi iniziali), degli altri (sono citati Elton John e Mariah Carey, due nomi ricorrenti nei testi del rapper), con un fiorire di vocaboli che inevitabilmente porteranno al bollino «explicit lyrics». Però, a 37 anni, anche il musicista più controverso mette la testa a posto. Basta lotte tra gang rivali, basta donne oggetto, basta omofobia, il nuovo Eminem si dichiara addirittura favorevole ai matrimoni gay: «Tutte le cose che ho detto in passato, in quel momento le pensavo. Ma credo di essermi calmato un po’. La mia visione sulle cose è maturata. Penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di essere infelici alla stessa maniera, se lo vogliono».

E intanto sceglie con cura le sue donne, almeno quelle che ospita nel disco: Pink, in Won’t Back Down, la superstar Rihanna in Love the Way you Lie. E poi gli amici rapper, come Kobe e Lil Wayne: ma il duetto con quest’ultimo su No Love sembra più un doppio monologo e il brano sarà senz’altro apprezzato per il campionamento di What is Love degli Haddaway. «Avevo pianificato originariamente di pubblicare Relapse 2 lo scorso anno – racconta Eminem, vero nome Marshall Mathers III -. Ma, dato che ho continuato a registrare e a lavorare con nuovi produttori, l’idea di un seguito ha cominciato a perdere sempre più di significato. La musica di Recovery è molto diversa da Relapse e penso meriti il suo titolo». Il primo singolo, Not Afraid, è già nelle classifiche statunitensi ma non è detto che l’Eminem buono e ripulito sia davvero capace di ripetere le performance di «Slim Shady», l’alter ego cattivo che per primo arrivò in Top Ten nel 2000.

Categorie:Musica Tag: , , ,

iPhone 4, Apple reinventa il supertelefonino

Non si ferma mai, la fabbrica dove si producono desideri. A due mesi dal lancio dell’iPad, che ha venduto due milioni di esemplari al ritmo di uno ogni tre secondi, Apple presenta ora il nuovo iPhone. Il palcoscenico è quello del Moscone Center di San Francisco, dove alle dieci del mattino arriva Steve Jobs, come sempre vestito di jeans e girocollo nero, accolto da una standing ovation e da qualcuno che gli urla “I love you”. Lui ringrazia, un po’ imbarazzato, e apre il Keynote; ancora molto magro, sembra tuttavia piuttosto in forma e parla per quasi due ore.

L’annuncio più atteso arriva dopo mezz’ora di dati e anticipazioni, com’è ovvio in una manifestazione dedicata agli operatori del settore e ai programmatori che creano software per l’App Store. Ma tutti sapevano che Jobs avrebbe presentato l’iPhone 4 alla Worldwide Developers Conference, e così, mostrando il nuovo apparecchio, il presidente di Apple aggiunge: “Probabilmente molti di voi lo avranno già visto”. Si riferisce allo scoop del sito web Gizmodo, che due mesi fa ha pubblicato in anteprima le immagini dell’iPhone. Era davvero quello, ma Jobs non fa altre allusioni, e prosegue illustrando le meraviglie del nuovo supertelefonino con cui Apple punta a consolidare la sua presenza nel mercato degli smartphone e combattere l’avanzata dell’unico vero concorrente, Google. I dati pubblicati proprio ieri da Nielsen mostrano come negli Usa il sistema operativo mobile più diffuso sia Rim (quello dei Blackberry), con il 35 percento, mentre Apple è seconda con il 28; seguono Windows Mobile, quindi Android, con il 9 per cento. Ossia, come sottolinea Steve Jobs “un terzo della nostra”, però guadagnata in poco più di due anni.

Anche l’iPhone esiste da poco (presentato nel gennaio 2007, debutto a giugno ma inizialmente solo negli Usa) e ha cambiato per sempre il mercato della telefonia, inventando un mercato, quello della applicazioni, che ha raggiunto numeri da capogiro. Sono 225 mila quelle disponibili su App Store, scaricate quattro miliardi di volte, per un totale di oltre un miliardo di dollari incassati dagli sviluppatori. E la prossima sfida è la pubblicità sui dispositivi mobili: oltre 250 milioni di dollari il giro d’affari previsto solo negli Usa per il 2010, che Cupertino non intende lasciare nelle mani di Google. Per questo col nuovo sistema operativo dell’iPhone sarà possibile inserire banner e filmati interattivi nella applicazioni. E’ la strategia di iAd, lanciato appena otto settimane fa e che ha già portato ad Apple il 48 per cento del mercato pubblicitario mobile, forte anche una piattaforma che arriverà entro questo mese a cento milioni di esemplari, fra iPhone, iPod touch e iPad.

Il nuovo modello arriverà nei negozi il 24 giugno, in Italia e altri Paesi sarà però necessario aspettare fino a luglio. Sottilissimo, ancora più elegante con la superficie anteriore e posteriore in vetro bianco o nero, l’iPhone di quarta generazione ha un display molto più nitido di quelli attualmente disponibili su apparecchi simili, un processore sviluppato da Apple (è lo stesso dell’iPad), un giroscopio, oltre ad una serie di caratteristiche attese da molto tempo, come il flash e la fotocamera frontale per le videochiamate, che al momento però sono disponibili solo tramite la connessione wifi. Le conversazioni video su telefonino finora non hanno avuto molta fortuna, ma secondo Jobs, ovviamente, tutto cambierà con FaceTime (questo il nome della videochat reinventata da Apple). Poi c’è il multitasking, che permetterà di utilizzare più programmi contemporaneamente; dal 21 giugno sarà disponibile con un aggiornamento gratuito del software anche sui modelli 3GS, che rimarranno in vendita a prezzo ridotto, e anzi con una nuova versione da 8GB. Migliorata la mail, la ricerca offrirà poi una nuova opzione: Bing, il motore di Microsoft, per cui Jobs ha parole di elogio (“Hanno fatto un ottimo lavoro). E con il nuovo sistema operativo iOS4 arriverà anche iBooks, che trasformerà lo smartphone Apple in un piccolo lettore di libri digitali: i titoli saranno sincronizzabili in wireless con quelli scaricati su iPad, così se si inserisce un segnalibro su un apparecchio sarà trasferito anche sull’altro, per riprendere la lettura dall’ultima interruzione.

Nonostante qualche intoppo nella dimostrazione, dovuto all’enorme numero dei partecipanti che ha saturato le connessioni internet, c’è da scommettere che l’iPhone 4 sarà un successo. Come un successo sarà l’applicazione per registrare e montare i video in alta definizione direttamente sull’apparecchio grazie alla fotocamera da 5 megapixel. Ma fino a quando Steve Jobs sarà capace trasformare tecnologie già viste in nuovi, scintillanti oggetti del desiderio?

Categorie:iPhone, Tech Tag: