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Archivio per luglio 2010

Jim Kerr: i Simple Minds, Bono, Battiato e il dialetto siciliano

Buon giorno, come va?

“Bene, lei?”

Bene anche qui. Ora è a Londra. Non va più nel suo hotel a Taormina?

“Negli ultimi due anni non ci sono stato molto, sono troppo occupato con i concerti e i dischi”.

Quelli dei Simple Minds o da solo?

“Quando i Simple Minds sono in tour vado con loro, altrimenti suono da solo come Lostboy, faccio entrambe le cose in parallelo”.

Nel 2010 cosa deve aspettarsi il pubblico dai Simple Minds, che sono nati trent’anni fa?

“Una band incredibile?”

Certo, ma avrebbe potuto dire lo stesso anche nel 1980.

“Siamo in grande forma, suoniamo cose nuove e vecchie, ogni concerto è un lungo viaggio nella nostra storia”.

C’è una tappa preferita?

“Il suono dei Simple Minds è cambiato spesso, passando dal pop all’ambient, dal folk di Belfast Child al rock, dalla dance, alla new wave. Ridurlo a una sola canzone sarebbe impossibile.”.

Eppure la vostra più famosa non è stata scritta da voi…

“E’ andata così: Don’t You (Forget about me) era nella colonna sonora di Breakfast Club ed è diventata l’inno di una generazione, soprattutto dopo il Live Aid. È una delle ironie della vita. Ma quando la sento per radio penso ancora che sia una grande canzone”.

E la politica? Negli anni Ottanta passavate per impegnati, ora la vostra musica sembra concentrarsi più sulle questioni personali.

“In realtà Street fighting years è il nostro solo album davvero politico, su sedici o diciassette. La geografia è cambiata, qualcosa di nuovo è successo in Sudafrica e a Belfast, ma purtroppo violenza e razzismo sono ancora problemi attuali, così Mandela Day continua ad aver senso anche se Mandela è libero. Per questo la suoniamo ancora, non abbiamo bisogno di scrivere altro”.

Una volta ha detto che Bono non parla mai della Palestina. Può spiegare meglio?

“Non sono affascinato da quello che dice Bono, mi piace la sua musica, ma non passo le giornate a pensare alle sue parole”.

Gli U2 sono arrivati ieri a Torino e ci rimarranno per un po’: vi incontrerete?

“Per me gli U2 sono un fenomeno musicale come Michael Jackson o Madonna. Non sono qui per parlare di Bono: non che non sia mio amico, ma non ha niente da fare con i miei concerti in Italia”.

Eppure negli anni Ottanta tra U2 e i Simple Minds, c’era come una chiara contrapposizione: intellettuali e raffinati i primi, muscolari ed energici gli altri. Anche voi la vivevate cosi?

“Succedeva lo stesso con i Cure, i Magazines e tanti altri E’ una cosa che oggi mi annoia”.

Bene, parliamo d’altro. Sul vostro sito permettete di scaricare brani gratis: avete un modello di business per la musica sul web?

“Internet può essere una grande risorsa, specie se una band ha fan in tutto il mondo come noi: con il web possiamo rimanere in contatto, e ci sembra giusto fare un regalo a chi ci segue da tanto tempo. Non è una strategia, diamo degli assaggi di quello che facciamo. Ma non so se Bono sarebbe d’accordo.”

Ha vissuto a lungo in Italia, cosa conosce della nostra musica?

“Non ascolto molta radio né televisione, ma mi sembra che ci siano sempre le stesse persone in giro: Lucio Dalla, Zucchero, Claudio Baglioni, gente che conosco da quando ero bambino”.

Lei ha anche collaborato con Battiato: che ricordo ne ha?

“E’ una grande personalità, un tesoro nazionale, il rappresentante della migliore cultura siciliana e italiana. Sono un suo ammiratore”.

Perché, secondo lei, la musica italiana non sfonda all’estero?

“Indubbiamente in America e Regno unito sono chiusi verso tutto quello che non è cantato in inglese, però penso che gli italiani sappiano scrivere straordinarie melodie. Mi rendo conto che è un luogo comune, come quando i giornalisti vengono a sapere che sono scozzese e mi chiedono del mostro di Loch Ness.”

L’ha visto?

“Certo”.

Lei pensa che l’industria musicale italiana sia paragonabile a quella inglese?

“L’industria da noi è una macchina più grande e complessa. Ma in Italia la gente è fantastica e ci sono professionisti capaci. Forse non sono la persona più adatta per questa domanda, io sono completamente innamorato dell’Italia: dieci anni fa per me era un periodo nero e se ora sto bene, scrivo e sono felice lo devo al mio incontro con la Sicilia. E’ stata come una rinascita, e per questo sarò sempre grato al vostro Paese”.

In Sicilia ha avuto anche a che fare con la mafia?

“In Sicilia no, ma è successo a Glasgow. La mafia è ovunque”.

Parla italiano?

“Ci proviamo, se vuoi”.

Cosa sa dire?

“In bocca al lupo sempre”.

Non è un’espressione siciliana.

“In siciliano so solo dire minchia”.

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L’ultima Love Parade


«L’ultima Love Parade c’è stata anni fa, da allora è rimasto poco più di un marchio». Marco Mancassola, trentasettenne, scrittore, è autore di Last Love Parade (Mondadori, 2005), tuttavia la sua non è una posizione nostalgica: «Era un simbolo di quel periodo storico, oggi ha ancora un senso, ma del tutto diverso».

Nel 1987, quando Wenders gira Il cielo sopra Berlino, la Love Parade non esiste ancora e ai due angeli in cima alla Colonna della Vittoria la città non è troppo diversa da quella raccontata da Lou Reed e David Bowie nei loro dischi più cupi. Nel 1989, poco prima della caduta del Muro, sotto gli occhi di Cassiel e Damiel sarebbero passati invece 150 ragazzi con musica elettronica a volume altissimo. La techno, nata a Detroit da un pugno di sperimentatori ispirati dalle band tedesche degli anni ’70, dopo aver conquistato il Regno unito, stava tornando nella sua terra d’origine.
Già nel 1990 i partecipanti sono 2000; cinque anni più tardi, per l’ultima sfilata sul Ku’ Damm, arrivano a 350.000. Berlino è di nuovo una sola grande città, così è la Love Parade a dividersi in due tronconi: uno parte dalla porta di Brandeburgo, dov’era un tempo il muro, l’altro dalla Ernst-Reuter Platz, proprio dietro la stazione dello Zoo di Christiane F. S’incontrano alla Siegessäule, sotto gli occhi degli angeli di Wenders, e intanto i partecipanti crescono fino a superare il milione e mezzo. La Love Parade diventa così il più grande raduno techno del mondo e genera mille altre manifestazioni simili. Nelle parole del suo ideatore, Matthias Roengh, alias Dr. Motte, «è una dimostrazione a favore del rispetto, della tolleranza e della comprensione tra i popoli».

Ma lascia dietro di sé rifiuti, violenze, droghe, alcol. Le polemiche si moltiplicano, e dal 2003 la Love Parade lascia Berlino. Ci torna nel 2006, solo per un anno: nel 2008 raggiunge un nuovo record di partecipanti (1,6 milioni), ma a Dortmund. «La nostra – commenta Mancassola – è un’epoca senza riti di massa, e la Love Parade è uno dei pochi che sopravvivono. È un rito postpolitico che porta in strada l’esuberanza del corpo».

Capelli gialli, verdi, azzurri, tatuaggi e piercing dappertutto. E muscoli, e lacrime e sudore: la grande sfilata di carri e persone al ritmo della musica techno è una festa pagana che celebra i partecipanti ed esclude tutti gli altri. «C’è uno spirito dionisiaco che a volte diventa crudele, ma è così in tutte i grandi eventi pubblici, nelle partite di calcio come nei concerti», prosegue lo scrittore. Ieri in parecchi hanno continuato a ballare mentre le prime vittime erano a terra coperte da un lenzuolo: con i diciannove morti di Duisburg, forse, si chiude davvero la storia della Love Parade. Sempre che gli sponsor non decidano di tenere comunque la manifestazione dell’anno prossimo, prevista a Zagabria.

Tom Jones, da Sexbomb alla Bibbia

Altro che Sexbomb: il nuovo disco di Tom Jones è una raccolta di “canzoni tratte dal breviario”. Questo almeno il giudizio di David Sharpe, vice presidente della Island Records, che lo scorso ottobre ha strappato il cantante alla Emi per un milione e mezzo di sterline. “Ho comprato una Mercedes e mi ritrovo un carro funebre”, si legge nella mail in cui Sharpe commentava lo scorso maggio il primo ascolto di Praise and Blame, “spero che sia solo uno stupido scherzo”.

E in effetti l’album – pubblicato ufficialmente ieri – è un cambio di rotta radicale per l’artista, con undici cover di Bob Dylan, Staple Singers, Mahalia Jackson e molti altri. Il risultato è di tutto rispetto, anche se non si può chiedere a Jones di interpretare classici del blues e vecchi spirituals alla stregua di Johnny Cash, che pure negli ultimi dischi aveva esplorato le stesse musiche nella straordinaria serie American Recordings. Jones, con l’aiuto del produttore Ethan Jones e di una piccola band, riduce all’osso le concessioni alla modernità, spoglia le canzoni di orpelli e arrangiamenti, ne riscopre le radici soul con la sua voce nera, lui che è bianco e del Galles. Certo, non ha la tragica profondità di Cash, ma Praise and Blame è un disco ispirato e ben realizzato, che si concede perfino una credibilissima digressione country (Did Trouble Me,  di Susan Werner).

Considerato il passato di Jones e le recensioni che finora sono state tutte positive, non è nemmeno escluso che il disco entri in classifica. Ma sarà difficile che dal vivo si replichi lo show per cui è famoso l’autore di What’s New Pussycat?, dove sfoggia lustrini e pantaloni attillati, mentre le donne dal pubblico lanciano indumenti intimi, chiavi di albergo e numeri di telefono sul palco. Accadeva spesso, a Las Vegas, dove Tom Jones era una delle attrazioni locali, sempre in concerto nel Caesar’s Palace o in qualche altro albergo superlusso e superkitsch. Pare che le ragazze fossero in fila avanti alla porta del suo camerino anche nel tour di “Reload”, l’album con cui tornò in classifica nel 1999, quando aveva già sessant’anni. Chissà cosa succederà adesso, che di anni ne ha settantuno (molto ben portati), e si cimenta con un singolo come Burning Hell di John Lee Hooker e canzoni piene di riferimenti biblici.

Intanto, dopo la risposta stizzita di Jones (“Non conosco questo David Sharpe, dev’essere uno che sta lì a firmare assegni”), cresce il sospetto che la mail incriminata, di cui sono stati pubblicati ampi stralci, in realtà non esista. Sarebbe solo una manovra pubblicitaria per promuovere il disco: ben riuscita, a giudicare dallo spazio che la vicenda ha trovato sul web e nei giornali inglesi.

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Scissor Sisters, la mistica del dancefloor

Night Work è uscito da una settimana e le Scissor Sisters sono a Malta per presentarlo da vivo: con oltre cinquantamila spettatori, il concerto di Isle of Mtv è uno degli appuntamenti più importanti per il quartetto americano. In Italia arriveranno fra due settimane, a Vigevano, ma sotto il sole mediterraneo Jake Shears pensa ancora a Glastonsbury, dove Kylie Minogue è salita sul palco accanto a lui e Ana Matronic: “E’ stato fantastico, uno dei giorni migliori della mia vita”.

Il terzo album delle Scissor Sisters esce quasi contemporaneamente ad Aphrodite di Kylie Minogue, che contiene una canzone scritta da te ed è realizzato dallo stesso produttore. Non avete paura di farvi concorrenza?
“La collaborazione con Kylie va avanti da anni: ci troviamo molto bene, siamo certi che faremo altre cose insieme. Per il produttore, invece, è una coincidenza: quando ci siamo conosciuti, Stuart Price non aveva ancora registrato Confessions On A Dancefloor, ma non avevamo dubbi sul suo talento. Semmai sul mio: mi fece ascoltare i provini di Hung Up e io gli dissi che ero molto perplesso. Mi sbagliavo, è stato uno dei più grandi successi di Madonna”.
Ma Night Work è un disco che guarda anche al passato, con citazioni da tutto il dizionario del pop: dagli Abba a Bowie, dai Pet Shop Boys ai Village People…
“Penso che sia una cosa comune a tutta la musica, pure gli Stones imitavano Muddy Waters. Intanto, per noi è un disco molto Scissor Sisters, che ridefinisce il nostro vocabolario musicale”.
Come mai avete cancellato l’album che avevate già registrato e deciso di ricominciare da capo?
“La musica era buona, ma non il risultato che cercavamo di raggiungere”.
E la vostra casa discografica come ha reagito?
“Magari non gli avrà fatto piacere, ma non avevano alternative. Avrebbero dovuto cantare da soli le canzoni”.
Il disco è arrivato su internet prima che nei negozi. E’ inevitabile?
“In realtà è successo al momento giusto: non un mese prima, che sarebbe stato un disastro, ma appena qualche giorno. Ci è servito perché tutti ne parlassero sui blog, alla fine è diventata tutta pubblicità gratuita. Anzi, se non lo avesse fatto qualcun altro, sarei stato io stesso a diffonderlo su internet da qualche parte”.
Mentre invece tu hai  scelto di pubblicizzarlo tramite un sito web di escort maschili. Ma costa davvero 11.99 dollari affittare Jake Shears per una sera?
“Per molti è una cifra perfino troppo alta, con la crisi. Sono fiero di me, è stato un ottimo mezzo di promozione. E poi dimostra il mio amore per la band: mica tutti si prostituiscono per la musica”.
Nel disco si parla molto di sesso. Come mai?
“Dopo che abbiamo cancellato la prima versione dell’album, mi sono trasferito a Berlino per due mesi; lì ho ricominciato a sentirmi sexy, non mi succedeva da tempo”.
Che significa essere sexy?
“Essere curiosi nei confronti del mondo, delle persone, delle cose intorno a te. E questo si vede nel disco, è aperto ed estroverso, da ballare col corpo ma anche con la mente”.
Come si spiega allora il tono oscuro di Invisible light, ad esempio?
“E’ una canzone che parla di essere fuori se stessi, lasciar andare il cervello, aprire il popper e viaggiare fino a Marte. Un momento esaltante, ma dopo ogni volta mi fa riflettere su come siamo fragili, sulla nostra mortalità. Apre una prospettiva diversa della vita, a volta anche oscura”.
Una mistica del dancefloor?
“Le discoteche sono perfette per queste esperienze. C’è una specie di spirito tribale, un legame tra gli individui che è più grande e più forte anche della religione”.
Con cui spesso le Scissor Sister hanno polemizzato. Anni fa, in un concerto italiano, definiste “fascista” il Papa.
“Provengo da una famiglia cristiana e comprendo i valori della religione, ma è orribile che i rappresentanti di un dio impongano norme di condotta. Poter usare i condom per me è un diritto fondamentale, perché contribuisce a salvare delle vite umane, negarlo a qualcuno è sbagliato”.