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Antony, il profeta timido

Nell’hotel milanese dove Sophia Coppola ha girato alcune scene di Somewhere, Antony Hegarty aspetta seduto su un divano a gambe incrociate. Neri i pantaloni, nero il pullover sformato, neri i capelli; gli occhi azzurri, la pelle chiarissima. Nell’accento si coglie ancora un’eco inglese, nonostante gli ultimi trent’anni li abbia spesi tra San Francisco e New York.

Con la sua band, i Johnsons, Antony è passato dai locali gay di Manhattan alla Royal Albert Hall e ha strappato un Mercury Awards ai Coldplay; il suo quarto album, Swanlights, è una delle uscite da ricordare di quest’anno. Sarà pubblicato il prossimo 12 ottobre, anche in edizione limitata, con un volume che raccoglie i suoi collage (alcuni sono in mostra alla Triennale di Milano fino al 26 settembre): «Penso che sia indispensabile per capire il disco – spiega – crea un paesaggio emotivo che aiuta a definire meglio il tema delle canzoni». Già, perché a scorrere i testi ci sono fantasmi e stelle, guerre in corso e amori passati. E un verso che ritorna, «Everything is new», ogni cosa è nuova: lo canta proprio all’inizio e lo ripete nel teatrale crescendo di Christina’s Farm, il brano con cui si chiude l’album.

Antony cerca le parole: «Ci sono molti livelli di lettura, ma il più importante è il mio impegno per… la mia preoccupazione che… la mia lotta con… il mio rapporto con… il presente e il futuro della natura. Non credo che l’uomo sia una creatura superiore alle altre, questa distinzione serve solo a imporre un sistema di potere. Invece pensare spirito e natura insieme porta a vedere il mondo sotto una luce diversa e allora davvero ogni cosa è nuova e risplende di una spiritualità pura e creativa». Il discorso sfiora la danza butoh, passa in rassegna le leggende degli indiani d’America, plana infine sul breve scritto che chiude l’album: «Essere transgender – riflette il trentanovenne musicista – mi rende un animale selvaggio. È un aspetto della mia personalità che pretende di esistere e si lancia nella vita pur sapendo di non essere benvenuto: mi impone un punto di vista unico sulla natura, la società, il futuro. Ma mi relega ai margini di tutto».

Di solito Antony lascia che a definire la sua identità non siano le parole, ma la voce, che passa nel giro di un respiro da un timbro maschile a uno femminile. Una sorta di Nina Simone del terzo millennio, con lo stesso carico di solitudine e dolore: ha incantato Lou Reed, che lo ha voluto al suo fianco per una serie di concerti e un disco, poi mille altri, dalle CocoRosie a Rufus Wainwright, da Marianne Faithfull a Marc Almond. Ha duettato con Bryan Ferry e Boy George, con Elisa e Battiato. E con Björk, prima in Dull Flame of Desire, ora nella idillica Fletta: «C’è qualcosa nella sua voce che apre la strada a una speranza, a un mondo migliore di quello descritto nel resto dell’album». Un’altra canzone che si discosta dall’atmosfera di Swanlights è Thank you for your Love, accompagnato da un video girato al suo arrivo a New York all’inizio dei Novanta.

E tuttavia l’ispirazione per questo disco non è da cercare negli 11 brani che lo compongono, ma nell’Ep pubblicato qualche settimana fa, con una cover di Bob Dylan (Pressing on) e Imagine di John Lennon. «Incidere canzoni di altri è una sfida, magari anche perversa, come quando ho rifatto Crazy in Love di Beyoncé. Imagine arriva da un tempo che non è il mio, da una generazione diversa con valori diversi, ma io la interpreto come fosse scritta ora, con uno sguardo sul futuro. Da qui è nata la domanda che percorre tutto l’album: cos’è la speranza oggi? Non lo so, so che il vertice di Copenhaghen dello scorso anno è stato un colpo terribile alle aspettative di un mondo sostenibile, e non ci rimane molto tempo per cercare di salvarlo».
Si potrà cambiare qualcosa con la musica? «Non credo di aver contribuito alla storia del pop, non sono di quelli che mettono al primo posto la sperimentazione – sussurra Antony -. E non m’importa quel che la gente capisce di me nelle mie canzoni, mi piacerebbe però che ognuno ci scoprisse qualcosa di sé. Questo è il mio modo di crescere insieme agli altri, questo è il mio lavoro, la mia vita».

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