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Archivio per gennaio 2011

Un tè a Milano con Jeff Bezos, boss di Amazon

A47 anni appena compiuti, Jeff Bezos ha un patrimonio di 12,6 miliardi di dollari. Il giro d’affari della sua azienda nel 2010 è stato di 34,2 miliardi di dollari. Ma Amazon, di cui è presidente e amministratore delegato, è una rivoluzione che va oltre i risultati finanziari: è il più grande negozio al mondo che vende attraverso Internet. È il sinonimo di e-commerce: partito negli Usa, che già aveva una lunga tradizione di vendite per corrispondenza, e il modello è stato esportato ovunque, dal Regno unito alla Cina.
In Italia la creatura di Bezos è arrivata il 23 novembre 2010 e finora Amazon.it è stato visitato da oltre quattro milioni di persone. Sono stati acquistati libri (il più venduto è Umberto Eco), ma pure depilatori femminili, dvd, compact disc, orologi, giocattoli, gadget.
Bezos, in cosa oggi il commercio elettronico è diverso dal 1996, anno in cui ha fondato Amazon a Seattle?
«Abbiamo preso il nome dal Rio delle Amazzoni, il fiume più grande del Pianeta: fin dall’ inizio la nostra idea era offrire la più vasta selezione di prodotti. Il cambiamento sta nel fatto che oggi possiamo consegnare gli acquisti in maniera veloce spendendo meno e che è possibile comprare di tutto anche dal telefonino».
Sono in molti a farlo?
«Abbiamo applicazioni di Amazon per iPhone, iPad, Android e per le altre piattaforme. Il mercato sui dispositivi mobili è un’opportunità enorme che ci sforziamo di offrire con la stessa esperienza del computer di casa: ad esempio, basta inquadrare il codice a barre di un oggetto per sapere quanto costa su Amazon».
Ma sul sito Web italiano non si possono acquistare canzoni in Mp3. Sarà possibile prima o poi?
«Certo, il nostro negozio di musica ha successo ovunque, accadrà pure in Italia. Lo stesso varrà per i film».
Così non c’è differenza tra i vari mercati?
«Come tutti, gli italiani vogliono prezzi bassi, spedizioni veloci e offerta più ampia possibile. Credo che col tempo tenderà a scomparire anche la differenza di prezzo tra i vari Paesi: la strategia per cui alcuni mercati sono più importanti di altri e hanno prezzi più bassi non è più praticabile».
In un suo discorso all’ Università di Princeton, lei ha detto che bisogna essere orgogliosi delle proprie decisioni più che dei propri doni. Quali sono le scelte di cui va più fiero?
«Una in particolare: non fermarci alla gratificazione immediata, come fanno troppe altre compagnie. Siamo pionieri, inventiamo, i nostri progetti sono a lungo termine. Il Kindle, ad esempio, è stato lanciato nel 2007, ma prima ci abbiamo lavorato per altri tre anni».
E oggi il vostro lettore di eBook è uno degli oggetti più venduti da Amazon, ma gli italiani devono comprarlo dal sito americano.
«Arriverà. Intanto, abbiamo già migliaia di libri e giornali in italiano e ne stiamo aggiungendo molti altri. Nella mia idea, Kindle offrirà ogni libro che sia stato stampato, in commercio o fuori catalogo, in tutte le lingue, in ogni momento. Sarà tutto accessibile con un semplice tocco dello schermo».
Un po’ la stessa prospettiva di Google…
«Ci sono molti concorrenti, ma il mercato è enorme e c’è spazio per molti vincitori. Anche con filosofie diverse».
E l’iPad?
«L’iPad è un tablet computer, il Kindle è un apparecchio pensato apposta per leggere, ha un display a inchiostro elettronico, la batteria dura un mese, si legge in pieno sole, è leggerissimo e si può tenere in mano per ore. Quello che importa per noi è il testo, l’apparecchio deve scomparire. L’ iPad è un prodotto completamente diverso, e per quanto ne sappiamo il pubblico li compra entrambi: l’uno non esclude l’altro».
Verrà il giorno in cui sarà possibile prestare a un amico un eBook come si fa con un libro normale?
«È già possibile, ma la decisione spetta all’editore».
Il crollo delle case discografiche per la pirateria su Internet e i prezzi troppo alti dei cd non hanno insegnato nulla agli editori?
«Le canzoni che vendiamo sui siti di Amazon sono in grandissima parte senza protezioni digitali e compatibili con tutti gli apparecchi, ma per video e film molti studios hanno deciso di non adottare la stessa politica. Vedremo chi ha ragione».

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Per ora noi le chiameremo Luci Della Centrale Elettrica

«Come va?». «Da settimane non si vede il sole e nessun’altra stella o pianeta». Vasco Brondi regala versi anche quando risponde al telefono. Ha ventisei anni, è timido e gentile e spesso si fa travolgere dalle sue parole. Ne ha affastellate tante, nei due album a nome Le Luci della Centrale Elettrica: poetiche, rabbiose, pesanti come pietre, su un tappeto di suoni scarni e vagamente folk. Così, con la sua one man band, è diventato la rivelazione della musica italiana degli ultimi anni: un premio Tenco, migliaia di dischi venduti, un libro e un folto seguito sul web, dove si trovano generatori automatici di testi vascobrondiani e parecchi imitatori umani. Da oggi, anche un tour nei club per accompagnare l’ultimo album, Per ora noi la chiameremo felicità.

Brondi, lei parla dei parcheggi deserti di Mirafiori, di sindacati e di licenziamenti. È il ritorno della canzone politica?
«Per me l’unico modo possibile di scrivere è mettere insieme il mondo interiore e quello esteriore. L’amore, ad esempio, si confronta sempre con quello che sta intorno: con il lavoro, con i soldi necessari per poter prendere un treno e stare insieme. Non accetto che si possa parlare di cose intime senza far finta che il resto non esista».

È davvero così grigia e disperata l’Italia di oggi?
«Anche nel mio libro (Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, uscito da Baldini e Castoldi, ndr) parlavo di una relazione che come colonna sonora ha un telegiornale. Lo stesso è il disco: racconta un “si salvi chi può” che è di una generazione, non solo mio. Ma sono stupito dal fatto che alcune traiettorie si siano unite, invece che scorrere parallele verso un posto di lavoro a progetto, e ora c’è una reazione di qualche tipo, un segno di vita che è sempre meglio del niente».

Anche nella musica?
«No, la musica indipendente italiana è chiusa in un micromondo con il filo spinato intorno, fatto di quattro blog e due eventi, è un ambiente che basta a se stesso e con la realtà non si sporca le mani».

Ma alle Luci della Centrale Elettrica è andata bene: come mai?
«Il nostro è un disco autoprodotto, realizzato da un’etichetta che più che altro è un collettivo, spendendo pochissimo; alla fine è andato in classifica con Zucchero. Non saprei fare una fenomenologia del successo, ammesso che il mio sia successo. Io so solo che sto facendo quello che voglio nel modo in cui voglio, mi pare che finalmente questo sia apprezzato e capito».

Finirono in classifica pure i Csi, che lei cita esplicitamente in un brano, e Giorgio Canali ha prodotto i suoi due album. Si sente l’erede di Ferretti?
«Prima dei Csi c’erano i Cccp, e già loro dicevano di voler fare storia e geografia più che musica: è quello che mi interessa, non i sottofondi piacevoli, non voglio chiudermi nel mio mondo».
E fra vent’anni anche lei scriverà libri sull’Appennino ed editoriali filopapali?
«Non si può escludere niente, ma non mi sento un eremita».

Dal primo album del 2008, al secondo, uscito lo scorso novembre, c’è una notevole crescita musicale, ma dal vivo come cambiano queste canzoni?

«Per le anteprime teatrali di quest’autunno la formazione era quella del disco, con gli stessi musicisti (che suonano tutti con altre band, dai Massimo Volume agli Afterhours). Ma ora la band è più estesa, ognuno ha un’identità precisa che si riflette negli arrangiamenti e nelle interpretazioni».

Così Le Luci della Centrale Elettrica sono diventate un progetto collettivo?
«Passo sempre tanto tempo da solo nel decentramento di Ferrara, ma la dimensione collettiva dà una profondità in più, e a me piace confrontarmi e ascoltare i consigli degli altri, sia nella musica, sia nelle altre attività delle Luci. Mi occupo anche della parte visiva: per la copertina di Per ora noi la chiameremo felicità ho lavorato con Andrea Bruno, che ha anche realizzato la scenografia del tour. Mi piace ampliare questo mondo che è un po’ immaginario e un po’ reale, dove io non sono nemmeno indispensabile, le storie sono già lì, con la loro forza e le loro immagini».

E l’impressione è che siano molto legate tra loro, almeno a leggere i testi uno dopo l’altro…
«Questo disco è stato pensato molto come un insieme, a differenza dell’altro. La scaletta è venuta fuori così, con una precisa idea di successione; alla fine ne risulta una specie di affresco, a fuoco in certi punti, sfocato in altri, che crea una piccola succursale della realtà esterna».

Un concept album?
«Si, ma anche un disco legato al primo e al libro, una specie di trilogia della periferia, che si conclude qui. Sento che adesso sto cominciando a fare altre cose».

Dopo i Baustelle, che vengono da Montepulciano, le Luci della Centrale Elettrica, da Ferrara: la musica rinasce in provincia?
«Tutti i miei riferimenti musicali e letterari vengono dalla provincia e per me questa è una forza, non una debolezza. Anni fa a Ferrara c’era un gruppo punk abbastanza noto, gli Impact: quelli di Milano avevano cassette e riviste e copiavano delle band inglesi, loro invece interpretavano tutto in maniera assolutamente personale, dalla musica all’abbigliamento. Era il contributo della provincia al punk».

Ora c’è internet…
«Certo, non c’è nessun bisogno di andare in una grande città, il lato negativo è che l’ambiente non offre particolari stimoli, è tutto ok ma se esci non c’è granché da fare. E non sarò certo io a cantare l’elogio della provincia: a casa ci sto davvero poco».

Ma per qualche tempo ha vissuto a Milano: com’è stato? «Nelle grandi città la differenza è nelle persone che incontri. Milano è una specie di America che non c’è e che hanno creato tutti quelli che sono andati lì in cerca di qualcosa. Questa è la sua vera ricchezza».