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Caffè e pasticcini con Carol Bartz, ad di Yahoo!

Carol Bartz ha incontrato giovedì a San Francisco il presidente Obama per discutere di tecnologia e innovazione. Oltre all’amministratore di Yahoo! c’era il meglio della Silicon Valley. «Ma io – spiega Bartz – non mi definirei politicamente impegnata. Ho una coscienza politica, però non ho mai partecipato attivamente e non lo farò, anche se alla mia università le proteste contro la guerra in Vietnam erano frequenti». Originaria del Minnesota, è dal 2009 a capo del terzo sito più visitato nel mondo; nel mondo dell’high tech è famosa per la dieta dimagrante cui ha sottoposto Yahoo!, per le osservazioni taglienti, per i completi vistosi che indossa. Ma quando la incontriamo è vestita completamente di nero e sembra di ottimo umore, a giudicare dalle risate che punteggiano le sue risposte.

Yahoo! è un nome storico: come ha fatto a resistere a 15 anni di cambiamenti che hanno visto nascere e morire molte aziende?
«Cambiando. Oggi siamo una grande compagnia di media digitali. Vogliamo portare informazioni di ogni tipo su tutti gli apparecchi connessi a internet».

E infatti al Mobile World Congress di Barcellona avete annunciato Livestand, una edicola digitale per iPad. Come funziona?
«È un concetto molto semplice, offriamo ai lettori un magazine completamente a misura dei loro interessi. Anche per gli editori c’è un vantaggio: la nostra piattaforma permette di pubblicare contenuti su iPad, iPhone, Android, Windows Phone, ma anche su web, con un unico contratto e un unico software. La maggior parte degli editori si occupano di contenuti, non di programmazione, noi gli diamo il resto, una piattaforma che esplora le abitudini dell’utente e decide ogni volta il contenuto da pubblicare. E per gli inserzionisti abbiamo la pubblicità interattiva più originale mai vista».

Ma si paga?
«Dipende dal fornitore di contenuti. Noi offriamo una guida nel mare di internet, scegliamo il meglio a seconda del momento, del luogo, della situazione in cui si trova il lettore, e questo è un servizio che ha un valore che è giusto riconoscere. Livestand cambia ogni volta che lo si consulta, non è come il Daily».

Cosa pensa del quotidiano di Murdoch per iPad?
«Trovo ironico che il primo esempio di abbonamento digitale sulla tavoletta Apple sia per il Daily, dovrebbe essere per qualcosa che si rinnova continuamente, non una sola volta al giorno».

E qual è la strategia di Yahoo! per le news?
«Circa il 10% del contenuto che forniamo è originale e prodotto da noi, ma abbiamo anche licenze da agenzie stampa in tutto il mondo. Poi ci sono i blogger professionisti, pagati per il loro lavoro, quindi una rete di 400 mila collaboratori, che è stata molto utile ad esempio per raccogliere notizie sull’uragano Katrina».

Yahoo! è anche un editore?
«Certamente. Oggi la ricerca conta per circa la metà del fatturato (ed è affidata a Bing, il motore di Microsoft, ndi), il resto arriva da contenuti e pubblicità».

Come funziona la personalizzazione?
«Le faccio un esempio: la homepage di Yahoo! offre 45 mila differenti combinazioni possibili ogni cinque minuti, basate su quello che l’utente ha appena visto. Non sappiamo chi è, non siamo interessati a lui come persona, abbiamo solo un profilo delle sue abitudini».
Così non c’è il rischio di chiudersi alla novità, alle scoperte casuali?
«Succede lo stesso se lei legge esclusivamente un quotidiano repubblicano o uno democratico. Per questo abbiamo veri giornalisti, che portano punti di vista originali. A differenza dei giornali, dove solo un quarto delle notizie che trova sono interessanti, qui tutte sono scelte apposta per lei. Non le faremo perdere tempo e non sprecheremo i pixel del suo cellulare con storie che non le interessano».

Cosa vede nel futuro di Yahoo?
«Prodotti interattivi, una nuova mail, più video, maggiore integrazione con i social network».

Ma Facebook è un amico o un nemico?
«Entrambi. Ci sono tre grandi siti, Yahoo, Google e Facebook, e ognuno attrae pubblico per ragioni differenti. Facebook ha fatto un ottimo lavoro per i social media, Google è il leader della ricerca, noi siamo lì per le news e il resto. Serviamo a scopi totalmente diversi, ci sono solo esigue zone di confine in cui ci sovrapponiamo parzialmente, e lì sono le opportunità di crescita. Ma tutti contribuiamo a rendere il web più ricco: senza contenuti, la tecnologia non serve a niente».

Yahoo! ha un piano per internet mobile?
«Su questo tavolo abbiamo computer, iPad, iPhone, Blackberry. Abbiamo già accordi con il 90 per cento degli operatori in tutto il mondo abbiamo prodotti per Android, iOS e Windows Phone: siamo neutrali, a noi interessa solo portare un contenuto su tutte le piattaforme, nel formato giusto. Oggi gli utenti non usano più un solo apparecchio e non c’è niente di più frustrante di vedere sull’iPad qualcosa che è stato concepito per l’iPhone: il testo è piccolo, le immagini poco definite. La mobilità è importante, e noi giocheremo le nostre carte, ma non penso che in futuro avremo solo telefonini e smartphone: un giorno la tecnologia si indosserà o addirittura si impianterà sottopelle».

E la tv?
«Yahoo! connected tv esiste da due anni, abbiamo un centinaio di produttori che includono il nostro software nei loro apparecchi».

Quali contenuti offrite?
Produciamo anche qui delle news, soprattutto di sport, ma puntiamo anche su altri servizi, come lo shopping online e i social network. Il punto forte è l’offerta di spettacoli televisivi e film: arriviamo a cinquantamila».


Ha 62 anni ed è una delle poche donne in mezzo a tanti maschi nell’high tech. Come si sente a competere con gli uomini?
«Molto più intelligente».

Questa se l’era preparata.
«Vede, essere una donna è insieme un’opportunità e un peso. E’ un’opportunità perché la gente è curiosa e ti concede spazio, ma poi sono tutti pronti a darti addosso quando sbagli, e questo è certamente un peso».

E lei non è una che tiene per sé quello che pensa. Perché ha mandato a quel paese un giornalista di Tech Crunch?
«Ma ha sentito come mi criticava? Le sembrava corretto?»

Io non la criticherò. Ma rimane il fatto che nel mondo della tecnologia una donna è un’eccezione…
«Ero un’eccezione quando studiavo matematica, poi quando ho cominciato con l’informatica. Non ci ho mai fatto caso, e anche oggi è così».

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