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Archivio per marzo 2011

Tabula Rasa Santificata: le mille vite di Giovanni Lindo Ferretti

Rischia, Giovanni Lindo Ferretti, e lo sa. Rischia l’insulto e la contestazione, ma pure l’abbraccio affettuoso, questa sera all’Hiroshima Mon Amour. Da due giorni i biglietti sono tutti esauriti per il ritorno del sacerdote del punk italiano, impegnato nel primo tour dopo una lunga assenza dal mondo della musica. Col tempo, le canzoni dei Cccp, dei Csi, dei Pgr si erano trasformate in letture teatrali, spettacoli sempre più rarefatti incentrati sulle parole e sui gesti, più che sulla musica. Arrivò anche a Torino, qualche anno fa, portando sul palco del teatro Colosseo un curioso mix di recitazione e danza (Iniziali: BCGL, con Giorgio Barberio Corsetti). E’ tornato, più di recente, con i Pgr, per un concerto che invece era tutto chitarre elettriche e percussioni.

E anche per A cuor contento Giovanni Lindo Ferretti si affida alle canzoni: brani dagli anni Ottanta ad oggi, con titoli eseguiti di rado dal vivo, o addirittura mai, come quelli del suo album solista del 1999 e del disco finale dei Pgr, uscito nel 2009. Sul palco con lui, due antichi compagni di viaggio ritrovati da poco: Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi, che hanno donato alle canzoni una nuova veste elettronica e minimale. Bonicelli (violino, chitarra acustica e tastiere) e Rossi (basso, chitarre, tastiere e batteria elettronica) erano negli Ustmamò, una della band del Consorzio Produttori Indipendenti, l’etichetta discografica fondata proprio dai Csi.

Nel 1997 Tabula Rasa Elettrificata arrivò in cima alla top ten italiana: col loro disco più maturo e più difficile, i Csi mostrarono che un’alternativa intelligente alle banali rime del pop nostrano era possibile. Il miracolo non si è ripetuto e lo stesso Ferretti è riuscito solo poche volte a rimanere all’altezza di se stesso: ermetico o prolisso, contraddittorio in apparenza ma in sostanza fedele alla sua storia, capace di uno sguardo lucido e folle su questo mondo. In compenso ha sperimentato molto, sia musicalmente (passando dall’elettronica di Co.Dex al folk di Craj con Teresa De Sio), sia dal punto di vista dell’esperienza umana. Da sempre provocatore, Ferretti ha dichiarato di riconoscersi nel cattolicesimo severo di Papa Benedetto XVI e si è schierato a fianco di Giuliano Ferrara e del suo Foglio in una battaglia antiabortista che ha contribuito ad alienargli le simpatie dei suoi vecchi sostenitori. Quelli rimasti hanno poi dovuto digerire un’altra presa di posizione inimmaginabile per il primo fautore dell’ortodossia filosovietica negli anni Ottanta: altro che nostalgia per la Cortina di Piombo, Ferretti alle ultime elezioni ha votato Lega Nord.

Così le canzoni di Cccp, Csi e Pgr sono ormai pezzi di storia del rock italiano, ma Ferretti rimane un personaggio scomodo e controverso: al suo posto, per chi oggi ha vent’anni, c’è il talento bizzarro e multiforme di Vasco Brondi, che nell’ultimo concerto torinese, lo scorso gennaio, non ha mancato di rendere affettuoso omaggio a uno dei suoi padri artistici. Ma se la poetica delle Luci della Centrale Elettrica si orienta in una dimensione più intima e personale, Ferretti rimane sempre ieratico, epico, grandioso: nei fallimenti come nelle sue prove migliori.

«Dopo aver cercato il senso in mille modi senza trovarlo – ha dichiarato qualche tempo fa – l’ho trovato tornando a casa. Al mio mondo di quando ero bimbo: i monti, il Rosario. Sono uno che iniziò a curiosare tra i libri dell’allora cardinal Ratzinger per capire perché molti ne parlassero male. E ora che sono tornato a casa, Benedetto XVI è il mio maestro». La sua partecipazione al Meeting di Comunione e Liberazione nel 2007 lasciò forse perplessi i fan più oltranzisti, ma certo stupì maggiormente i ciellini riuniti a Rimini. Troppo giovani per aver conosciuto Rozzemilia («Dammi una mano, dammi una mano / ad incendiare il piano padano»), troppo pudichi per i «coiti molesti» e gli «spermi indifferenti» di Mi ami. E forse troppo distratti per leggere l’autobiografia di Ferretti, «Reduce», uscita cinque anni fa da Mondadori e seguita nel 2009 da «Bella gente d’Appennino», il libro che racconta la sua seconda vita a Cerreto Alpi, il paese dov’è nato. Ormai cinquantasettenne, quello che fu il profeta del punk italiano, oggi alleva cavalli e cura l’anziana madre. Dopo aver cantato l’epopea dei partigiani, il conflitto in Kosovo e lo scempio del Pianeta, il suo lavoro più recente, Ultime notizie di cronaca, si chiude con questi versi: «Il mio signore muore sulla croce / il mio signore nasce in una fredda notte povero tra i poveri». Giovanni Lindo Ferretti è uno che non ha paura di rischiare.

A sorpresa, Steve Jobs presenta l’iPad 2

«Abbiamo lavorato tanto su questo prodotto e non volevo perdermi il suo lancio». Steve Jobs è sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco per presentare la sua ultima creatura, l’iPad 2. Alla vigilia del lancio, sul web si era diffusa la voce che il presidente di Apple avrebbe approfittato dell’occasione per apparire in pubblico, interrompendo un periodo di malattia che dura dal 17 gennaio, e che lo ha costretto a passare il timone dell’azienda al direttore operativo Tim Cook. E lo ha fatto davvero. Magro, ma non più del solito, un’inedita cintura a sostenere i soliti Levi’s 501, annuncia numeri da successo mondiale: il 2010 è stato l’anno dell’iPad, racconta, con 15 milioni di esemplari in nove mesi, «più di tutti gli altri tablet messi insieme». Per Cupertino questa cifra si traduce in 9,5 miliardi di dollari di fatturato, oltre il 17 per cento del totale.

Per le videochiamate
«Ma non ci siamo riposati sugli allori», dice Jobs, e la sua voce un po’ stanca echeggia nella sala della Bbc di Londra, dove sono riuniti i giornalisti europei. Il nuovo tablet Apple è più sottile e più potente, disponibile in bianco e nero («da subito», commenta, ironizzando sulla débâcle dell’iPhone bianco, mai arrivato sul mercato) e ha finalmente una fotocamera per le videochiamate e una per riprendere video e foto. Mancano ancora la porta Usb e la compatibilità con Flash.
A un primo contatto ricorda un grande iPod touch, e fa sembrare già obsoleto il modello precedente, grazie anche ad un accessorio come la smart cover, che lo protegge ma non ne svilisce il design. L’iPad 2 sarà in vendita allo stesso prezzo della prima versione dall’11 marzo negli Usa e dal 25 in Italia. Giusto in tempo per fronteggiare l’invasione della concorrenza: se finora il tablet Apple è stato praticamente senza rivali, entro la fine dell’anno dovrebbero infatti essere un centinaio i modelli in commercio, perlopiù basati sul sistema operativo Android 3 di Google. Jobs, come sempre, è molto diretto: li chiama «copioni».
A Cupertino hanno scelto la strada dell’evoluzione e non della rivoluzione, certi che il vantaggio acquisito basterà a garantire la supremazia dell’iPad ancora per molto tempo. Jobs sottolinea come la diffusione del tablet abbia trasformato per sempre il mercato dell’informatica, introducendo l’idea di un computer davvero personale, semplice da usare, perfetto per il lavoro e i giochi, ma anche per libri, film e tv.
Il post computer
Il computer dopo il computer, il «post pc»: un mercato che nel 2011 dovrebbe arrivare a 45 milioni di pezzi. «Non ha senso parlare di velocità e specifiche tecniche – prosegue – come se questi apparecchi fossero pc». Invece hardware e software sono progettati insieme (e qui Apple offre sul suo Store 65 mila app apposta per l’iPad), sempre tenendo in mente l’esperienza d’uso: così Garage Band, ad esempio, permette di riprodurre infiniti strumenti musicali e suonarli con un dito. E l’accelerometro smette di essere un componente elettronico per trasformarsi in una piccola magia: le note del pianoforte suonano più meno forti a seconda del tocco.
In un’ora la rivincita di Jobs è completa. Sugli altri tablet, «che i produttori dovranno riprogettare dopo il nostro iPad 2», sui tabloid scandalistici, per i quali gli rimanevano solo poche settimane di vita. E sulla malattia, che per alcuni minuti sembra apparire meno grave. La presentazione della nuova tavoletta si conclude proprio come il lancio della prima versione, il 27 gennaio dello scorso anno: «La tecnologia da sola non ci fa battere il cuore. Per farlo, deve essere unita alle arti liberali e all’umanesimo». Dopo i ringraziamenti a tutto il team dell’iPad, il sipario cala con la musica dei Beatles.

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